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Tra carcere e territorio: la sperimentazione dell'agente di rete per il reinserimento sociale dei detenuti. L'esperienza della casa circondariale di Bergamo.

Informazioni tesi

  Autore: Roberta Bettoni
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2008-09
  Università: Università degli Studi di Milano - Bicocca
  Facoltà: Scuola Universitaria Interfacoltà in Scienze Motorie
  Corso: Programmazione e gestione delle politiche e dei servizi sociali
  Relatore: Alberto Giasanti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 166

L’ipotesi di fondo che anima questo lavoro è che fra i problemi di rilievo della nostra società - riforme istituzionali, economia, sanità, educazione … - si debba inserire certamente, anche e soprattutto, la giustizia, di cui il tema carcere ne costituisce un punto cruciale. Posto che lo stato deve garantire la sicurezza di tutti i cittadini e fare osservare le leggi, è opinione di chi scrive la necessità di operare in modo che il penitenziario diventi una via di rieducazione, così come previsto dal legislatore, e non rimanga invece solo una “scuola di criminalità”. Si ritiene, altresì, che solo attraverso l’apertura e la cooperazione tra istituzione carceraria e territorio possa prender forma il valore rieducativo e risocializzante della pena previsto dalla normativa, che, altrimenti, rischierebbe di non realizzarsi in quell’istituzione totale per antonomasia che è il carcere.
Proprio in questa direzione, nel 2005 la Regione Lombardia ha avviato la sperimentazione di un nuovo progetto, delineando la figura innovativa dell’Agente di rete. Compito di questo operatore dovrebbe essere quello di fungere da raccordo tra l’interno del carcere e l’ambiente esterno ad esso, laddove avverrà il reinserimento sociale del detenuto.
In realtà, la Regione ha lasciato un notevole grado di autonomia alle varie istituzioni carcerarie nella realizzazione di questo progetto, giunto a risultati assai variegati nelle diverse realtà penitenziarie lombarde. Tuttavia, l’esperienza della Casa Circondariale di Bergamo, oggetto di questo studio, pare aver dato buon esito, tanto da riconfermarne la sperimentazione per il secondo triennio consecutivo, con un ulteriore incremento del monte ore previsto (addirittura raddoppiato) e del relativo budget.
In tale contesto, l’Agente di rete si presenta come figura di collegamento tra istituzione carceraria e territorio, operando in entrambi i settori: all’interno del carcere, in collaborazione con gli operatori, vengono infatti incontrati i detenuti, fin dalla prima accoglienza, per conoscerne la situazione specifica e identificarne i bisogni; attraverso questa analisi conoscitiva, condotta di concerto con gli altri operatori penitenziari, viene quindi impostato un programma di reinserimento, coinvolgendo altresì i soggetti del territorio chiamati a collaborare alla realizzazione di progetti individualizzati. In questo frangente, particolare attenzione viene riservata all’inserimento lavorativo e abitativo, al fine di dotare la persona detenuta degli strumenti necessari per il suo percorso di risocializzazione. In questo contesto, la sperimentazione dell’Agente di rete dell’Agente di rete pare dunque configurarsi non solo come il tentativo di un’attuazione concreta e effettiva del dettato costituzionale sancito dall’articolo 27, ma anche come una possibilità di costruzione di quel sistema integrato di interventi e servizi sociali delineato dalla legge 328/2000, orientato a comporre reti locali per il reinserimento sociale delle persone in esecuzione penale.

Il testo sarà costituito da due parti, la prima più teorico-descrittiva e la seconda di carattere metodologico-pratico, dedicata nello specifico all’analisi e alla valutazione della sperimentazione dell’Agente di rete nell’esperienza bergamasca:
Parte I - Attraverso l’analisi della letteratura e della normativa specifica si approfondiranno l’origine e l’evoluzione dell’istituzione penitenziaria, nonché le finalità attribuite alla pena alla luce delle convenzioni internazionali in materia, della legislazione nazionale e regionale. Si cercherà, in tale percorso, di far emergere l’urgente necessità di aprire il carcere al territorio per superarne l’impostazione totalizzante, che inficia la possibilità di riscatto insita nella finalità rieducativa della pena.
Parte II – Nel rapporto carcere-territorio della realtà bergamasca, attraverso la documentazione disponibile e la realizzazione di interviste, si cercherà di ricostruire la rete che si attiva attorno alla persona detenuta per seguirne il percorso di reinserimento sociale: si cercherà di identificare gli attori coinvolti, gli eventuali dispositivi di concertazione previsti e i progetti/interventi realizzati e/o in corso d’opera. Particolare attenzione sarà quindi dedicata all’approfondimento della sperimentazione dell’Agente di rete, cercando di metterne in luce obiettivi, destinatari, attori coinvolti, modalità operative, attività svolte, nonché metodi di monitoraggio e verifica previsti e attuati. Si utilizzeranno i metodi dell’osservazione e dell’intervista qualitativa, anche al fine di proporre una valutazione del progetto finora realizzato presso la Casa Circondariale di Bergamo, nel quadro della relativa legislazione regionale e nazionale.

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2 Introduzione L‟articolo 1 della Legge n. 354/1975, recante norme sull'ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà, in tema di trattamento e rieducazione, recita: “Il trattamento penitenziario deve essere conforme ad umanità e deve assicurare il rispetto della dignità della persona. […] Nei confronti dei condannati e degli internati deve essere attuato un trattamento rieducativo che tenda, anche attraverso i contatti con l'ambiente esterno, al reinserimento sociale degli stessi. Il trattamento é attuato secondo un criterio di individualizzazione in rapporto alle specifiche condizioni dei soggetti”. Ancora, il Decreto del Presidente della Repubblica n. 230/2000 (Regolamento recante norme sull'ordinamento penitenziario e sulla misure privative e limitative della libertà), all‟articolo 1, stabilisce tra i principi direttivi che: “Il trattamento degli imputati sottoposti a misure privative della libertà consiste nell'offerta di interventi diretti a sostenere i loro interessi umani, culturali e professionali. Il trattamento rieducativo dei condannati e degli internati è diretto, inoltre, a promuovere un processo di modificazione delle condizioni e degli atteggiamenti personali, nonché delle relazioni familiari e sociali che sono di ostacolo a una costruttiva partecipazione sociale”. La legge 354/1975, insieme al successivo e più recente regolamento (D.P.R. n. 230/2000), può dunque essere considerata come la più importante norma di principio dell‟intero ordinamento penitenziario, poiché determina finalità e limiti della pena detentiva. In tal senso, essa rappresenta l‟esplicitazione del contenuto dell‟art. 27 della Costituzione, secondo cui “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.” L‟ipotesi di fondo che anima questo lavoro è che fra i problemi di rilievo della nostra società - riforme istituzionali, economia, sanità, educazione … - si debba inserire certamente, anche e soprattutto, la giustizia, di cui il tema carcere costituisce un punto cruciale. Posto che lo stato deve garantire la sicurezza di tutti i cittadini e fare osservare le leggi, è opinione di chi scrive la necessità di operare in modo che il penitenziario diventi una via di rieducazione, così come previsto dal legislatore, e

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agente di rete
carcere
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