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Pitture murali dell'Oratorio di Pozzoveggiani

Le ricerche svolte per circoscrivere l’ambito cronologico e stilistico degli affreschi dell’oratorio di Pozzoveggiani hanno portato alla definizione di due diversi momenti storici ed artistici nel territorio padovano. La ricerca inizia con la descrizione delle diverse fasi costruttive dell’edificio ecclesiastico, dalla sua prima conformazione come piccola cappella cimiteriale fino ai secoli della decadenza quando, tra la fine del XVI e gli inizi del XVII secolo, venne trasformato in oratorio. Il primo ciclo analizzato, dopo una serie di raffronti di ambito generale con affreschi e miniature, si è collocato tra la metà e la fine dell’XI secolo. Non sembra di riconoscere nelle pitture padovane quei caratteri tipici dell’arte carolingia e ottoniana che gli sono attribuiti; anche se è vero che si può parlare , per gli apostoli del sacello, di tipologie ottoniane, è tuttavia più coerente definirne la struttura figurativa come “riutilizzo” o maturazione di quelle tipologie ottoniane che ancora, attorno alla seconda metà e alla fine del Mille, circolavano in special modo nell’ambito delle miniature, attraverso quei modelli definiti di “seconda generazione” proprio perché prodotti in un secondo momento rispetto ai grandi esemplari di Reichenau. Nel corso dell’esposizione ci si è più volte riferiti ad esempi come San Giorgio di Oberzell a Reichenau, la massima testimonianza del genere artistico ottoniano, e a numerose località nordiche e d’oltralpe a diretto contatto con esso; ci si è poi soffermati sui caratteri stilistici della superstite pittura di Cividale che, nonostante precede gli affreschi qui studiati, si considera un valido esempio di arte che ha dietro di sé quella componente classica e monumentale derivatagli dal recupero di elementi tardo-antichi, iniziato con la dominazione longobarda. Con l’esame delle pitture del Veneto e di parte del territorio limitrofo si è poi tentato di ricostruire la situazione storico-artistica durante l’XI secolo, in special modo quella dell’ambito padovano. Gli stretti rapporti che la diocesi patavina intratteneva con l’impero nell’XI secolo, la politica di prestigio perseguita dai vescovi padovani ancora in date avanzate (seconda metà, fine del XII secolo) e la circolazione di modelli ottoniani di “seconda generazione” nel periodo di realizzazione dell’Evangelistario di Isidoro nel 1170, commissionato dai canonici del Capitolo della cattedrale di Padova, hanno indotto a pensare che l’utilizzo di modelli ottoniani avesse il preciso scopo di nobilitare la produzione artistica delle commissioni provenienti dalle istituzioni principali, come appunto il Capitolo. Con queste pitture siamo in un periodo successivo, quando l’edificio originario è stato trasformato in basilica a tre navate absidate. L’impianto strutturale della decorazione dell’abside privilegia un’impostazione bizantina, almeno apparentemente questa è l’impressione che genera la vista del Cristo in Maestà, ma se si osserva nei dettagli e con attenzione l’intera composizione, non si tarda a riconoscervi l’emergere di un linguaggio romanico. Il maestro che ha operato nell’abside conosceva con probabilità le opere e i lavori “veneti”, lo confermano i tentativi di “imitazione” di quel linguaggio bizantino orientale presente a Venezia e nelle terre influenzate dal suo dominio culturale. Così come si sono riscontrate vicinanze, d’iconografia e di stile, con i più importanti centri culturali della terraferma nell’agro portogruarese: Aquileia, Concordia Sagittaria, Sesto al Reghena, utili parametri di raffronto per stabilire differenze e vicinanze. La carenza di esempi di pittura del primo XIII secolo per il territorio padovano non ha permesso raffronti significativi, se non con alcuni frammenti quasi scomparsi nella “centrale” chiesa di Santa Sofia a Padova, tuttavia troppo eleganti e riconducibili ad una datazione compresa nella seconda metà del Duecento. Ma è con la miniatura che si sono trovati maggiori punti di contatto e alcuni utili termini per un inquadramento cronologico degli affreschi. Alcuni lavori di maestri veneziani attivi a Roma, eseguiti tra 1200 e 1210, insieme alle miniature più “rozze” di un Lezionario realizzato per il monastero femminile di Sant’Agata a Padova tra la fine del XII e gli inizi del XIII secolo, riecheggiano quelle forme e quei motivi bizantini, derivati da modelli di antica ascendenza che troviamo anche nelle prove ad affresco. La presa in esame delle miniature venete del primo Duecento ha portato a considerare le pitture dell’abside opera di un maestro forse padovano, che conosceva l’imponente produzione marciana e che ha realizzato i suoi personaggi a “emulazione” di quel modello bizantino che contribuiva a connotare di un’aura aulica e ieratica tutta la composizione, pur definendo il suo stile personale attraverso un linguaggio a tratti popolaresco.

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1 INTRODUZIONE Le ricerche svolte per circoscrivere l’ambito cronologico e stilistico degli affreschi dell’oratorio di Pozzoveggiani hanno portato alla definizione di due diversi momenti storici ed artistici nel territorio padovano. Non è stato possibile, durante l’analisi delle pitture murali, trarre molte informazioni utili dall’edificio che agevolassero la datazione dei due cicli affrescati, poiché oggi San Michele si presenta come una complessa architettura stratificata, per via delle modifiche attuate nel corso dei secoli, dovute sia ad esigenze estetiche sia ad esigenze della comunità parrocchiale. Tuttavia ciò non ha permesso l’arretrarsi della definizione di un peculiare ambito cronologico d’inserimento che, come detto, è riconducibile a due diversi momenti storici e a differenti richieste di commissione. Lo svolgimento della ricerca inizia con la descrizione delle diverse fasi costruttive dell’edificio ecclesiastico, dalla sua prima conformazione come piccola cappella cimiteriale fino ai secoli della decadenza quando, tra la fine del XVI e gli inizi del XVII secolo, venne trasformato in oratorio. Questa prima parte si basa quasi essenzialmente sugli studi condotti negli anni precedenti che, purtroppo, non prediligono una ricerca di tipo archeologico, migliore per affrontare la condizione stratigrafica dell’edificio. Studiare dal punto di vista archeologico e storico-architettonico le diverse fasi di quello che oggi ci è trasmesso come oratorio, permetterebbe una lettura più chiara delle origini che, anche in assenza di un’adeguata ricognizione stratigrafica, gli sono attribuite. Al primo capitolo segue il tema della decorazione pittorica che si è diviso in due parti: la pittura del sacello e quella dell’abside. Il primo ciclo analizzato, dopo una serie di raffronti di ambito generale con affreschi e miniature, si è collocato tra la metà e la fine dell’XI secolo, senza stabilire con precisione una data che, per ovvie ragioni, è impossibile estrapolare dai soli elementi stilistici. Si è giunti a circoscrivere questo periodo poiché, diversamente dalla maggior parte delle opinioni degli studiosi che prediligono una datazione più arretrata , precisamente tra X e XI secolo, non sembra di riconoscere nelle nostre pitture padovane quei caratteri tipici dell’arte carolingia e ottoniana che gli sono attribuiti; anche se è vero che si può parlare , per gli apostoli del sacello, di tipologie ottoniane, è tuttavia più coerente definirne la struttura figurativa come “riutilizzo” o maturazione di quelle tipologie ottoniane che ancora, attorno alla seconda metà e alla fine del Mille, circolavano in special modo nell’ambito delle miniature, attraverso quei modelli definiti di “seconda generazione” proprio perché prodotti in un secondo momento rispetto ai grandi esemplari di Reichenau. Nel corso dell’esposizione del problema ci si è più volte riferiti ad esempi come San Giorgio di Oberzell a Reichenau, la massima testimonianza del genere artistico ottoniano, e a numerose

Tesi di Laurea

Facoltà: Conservazione dei Beni Culturali

Autore: Patrizia Alunni Contatta »

Composta da 98 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.