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Il consumo di droghe. Tra Psiche e Techne. Per una prospettiva psico-antropologica.

Informazioni tesi

  Autore: Igor Vegni
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli Studi di Pisa
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Filosofia
  Relatore: Elena Calamari
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 306

Non di rado è possibile leggere sui quotidiani nazionali titoli sensazionalistici come “La droga uccide” o “La chimica della morte”, seguiti da articoli che descrivono i terribili effetti che certe droghe hanno sulla psiche. La fonte d’ispirazione per questi report trae spunto, oltre che dai decessi correlati all’utilizzo di certe droghe, dagli esiti di alcuni studi di psicologia clinica terminatisi con risultati e titoli d’impatto, come ad esempio la ricerca decennale di Ricaurte conclusa con il titolo – sentenza “Severe Dopaminergic Neurotoxicity in Primates After a Common Recreational Dose Regimen of MDMA”. Com’è stato ampiamente discusso nel capitolo 6, i risultati di Ricaurte sono stati smentiti da altre ricerche successive, ma i media e la politica non hanno preso atto dei nuovi risultati e l’ecstasy è ancora oggi considerata come una tra le droghe più devastanti.
Anche il movimento psichedelico degli anni ’50 e ’60 è responsabile del significato negativo che rivestono oggi le sostanze psicoattive nella società occidentale post-moderna. Sebbene alcuni suoi esponenti abbiano contribuito a chiarire il ruolo delle droghe, in particolare degli allucinogeni, nelle società arcaiche, essi hanno reclamizzato fin troppo le possibili proprietà spirituali insite in esse, senza compiere prima approfonditi studi empirici adatti a esaminare le diverse variabili presenti; basti considerare come esempio il “Good Friday Experiment” effettuato da Phanke e descritto nel capitolo 5. Inoltre, non si può negare che alcuni atteggiamenti “messianici” mostrati da personaggi quali Leary o Castaneda, più simili a star cinematografiche che a seri ricercatori dediti a scrupolose indagini di laboratorio, abbiano comprensibilmente rappresentato per la comunità scientifica un motivo per delegittimare tutta la sperimentazione legata all’esperienza psichedelica.
Se prendiamo adeguate distanze dal modo di procedere del movimento psichedelico, e dai verdetti emessi dagli studi di psicologia clinica che con estrema facilità giudicano lo stato di coscienza alterato da droghe (es. DMT) come schizofrenico, e accogliamo con fiducia altri studi clinici che non hanno sentito l’esigenza di propagandare i loro risultati al grande pubblico, possiamo avvicinarci a comprendere il perché dell’ostilità nei confronti del consumo degli enteatogeni. Come abbiamo visto, Griffits et al. (2006) hanno mostrato come la psylocibina sia capace, quando assunta seguendo le norme del set e del setting, di indurre un esperienza di tipo mistico (James, 1902), mentre Strassman (1994, 1996) ha osservato come il DMT riesca a inibire nella mente i processi logico-cognitivi, sostituendoli con forme di pensiero simbolico. L’evoluzione della psiche umana, secondo Jung, è passata da uno stadio arcaico in cui la mente era pervasa da processi di tipo simbolico, a uno stadio dove i processi seguono modalità logico - raziocinanti. Questo cambiamento è stato dettato per arginare il potere insito nell’inconscio collettivo e negli archetipi, poiché, il loro libero e incontrastato flusso verso i reami della coscienza può essere motivo di gravi squilibri psichici. Se da una parte questo processo ha favorito il successo evolutivo della specie umana, dall’altro ha condotto l’individuo a forme di ragionamento sempre più raziocinati. Questo graduale percorso ha però subito una sostanziale accelerazione in seguito alla rivoluzione operata dalla Techne, e qui descritta sommariamente nel capitolo 1. La Psiche non sembra però (ancora) disposta a compiere il passo definitivo verso il suo totale inserimento entro i puri schemi cognitivo – razionali. L’incremento del consumo di certi psicotropi può essere così giudicato come un segno di questo rifiuto da parte della Psiche a conformarsi ai dettami imposti dalla Techne. Una dimostrazione di ciò deriva dal giudizio di significato più che positivo dato dalla società a certe droghe prestazionali, quali ad esempio i farmaci psicoanalettici (es. metilfenidato) capaci di dissipare i disturbi psicoastenici derivati dagli stressor techno – ambientali, e promossi dalla medicina ufficiale in connubio con le case farmaceutiche. Simili sostanze grazie ai loro principi attivi riescono ad abolire la distanza prometeica tra la Psiche e la Techne, consentendo alla prima di effettuare diligentemente i propri servizi indispensabili per il mantenimento della seconda.

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Il consumo di droghe, fra Psiche e Techne. Per una prospettiva psico-antropologica INTRODUZIONE DIO SI CHIESE PERCHE’? ”Dio si chiese perché non aveva mai visto un uomo nero in paradiso. Era perché essi erano rimasti nelle proprie vite peccaminose. Ricordò ch’egli aveva creato due popoli, uno bianco e uno nero, ma i preti dei neri non arrivavano in paradiso. Come poteva aiutare i neri?Un giorno, guardò giù e vide un Pigmeo su un albero atanga che stava raccogliendo dei frutti. Lo fece cadere e morire, e prese il suo spirito in paradiso. Tagliò via il suo dito destro della mano e il suo dito destro del piede e li sparse nella foresta. Questi divennero la pianta dell’iboga. Egli disse al Pigmeo:”Quando la tua gente mangia questa pianta e prega a me, la udirò, e quando morirai, avendo mangiato iboga, verrai in paradiso”. Dio prese quindi le ossa del Pigmeo e le mie in un ruscello. I fratelli del Pigmeo lo cercarono, ma non riuscirono a trovare il suo corpo, e fecero un funerale senza questo. Un giorno, la moglie del Pigmeo, Akengue, andò a pescare nella profondità della foresta. Lasciò i suoi compagni e, ascoltando un gemito che proveniva dall’acqua, vi scavò, e trovò le ossa, di un uomo. Pensando che potessero essere le ossa di suo marito, le lavò e le pose sulla sponda del ruscello, con l’intenzione di portarle a casa. Ma mentre stava pescando, sopraggiunse un gatto selvatico che raccolse le ossa e le portò via. Rimase perplessa, e si mise in partenza per tornare a casa, ma, improvvisamente, una voce le parlò chiamandola, attraverso la foresta, da una grotta. Lì, nel fondo della grotta, v’era il mucchio di ossa su una pelle di gatto dell’ingresso. la voce le chiese di girarne . Improvvisamente, mosca olarezen volò nel suo occhio lacrimante e girò intorno, le ossa erano andate, e suo marito stava dritto davanti a lei. Egli le disse che era stato con Dio (zame) ed era tornato con la religione dei neri. Egli la rinamò Disumba (“Origine” )poiché era l’inizio del Buiti. Era la pianta di iboga che metteva in grado i neri di vedere i propri morti. Ma doveva essere fatto un pagamento (okzando). Così la donna tornò al villaggio, e arrivò quotidianamente con cibo e offerte. Intanto, il fratello di suo marito defunto (suo marito per levirato) si insospetti,e la seguì. La sorprese nella grotta. Ma essa avrebbe voluto non dirgli nulla. Quindi, suo marito defunto le parlò, dicendole di dare iboga a suo fratello. Quando egli mangiò l’iboga, vide suo fratello morto. Immediatamente il morto chiese il pagamento, l’okzando, per i poteri che aveva concesso.”Cosa posso darti, io pover’uomo, disse il fratello vivente. “Dammi tua moglie”, disse il fratello defunto, e immediatamente il fratello vivente si gettò su di essa e la strangolò, così che la volenterosa donna trapassò per riunirsi con il suo primo marito” (Samorini G., 1991) 8

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