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Le basi bio-cognitive delle credenze religiose

Informazioni tesi

  Autore: Enrico Tata
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2008-09
  Università: Università degli Studi Roma Tre
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Scienze della comunicazione
  Relatore: Francesco Ferretti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 120

Si è concluso da poco l'anno del bicentenario della nascita di Charles Darwin e del centocinquantesimo anno dalla pubblicazione dell'Origine delle specie, ma ancora oggi la teoria dell'evoluzione fa fatica ad essere accettata da un gran numero di persone e istituzioni. Molti non riescono a pensare che la nostra specie sia il risultato di un'innovazione storica nella famiglia dei primati, il frutto di un evoluzione biologica non trascendente. I fautori del nuovo creazionismo, la teoria del Disegno Intelligente (Intelligent Design), non riescono a rinunciare all'idea che la perfezione e l'armonia della natura siano la prova di un progetto divino e quindi di un sommo progettista dalla mente superiore che tutto abbia creato e previsto.
L'intento di questa tesi è quello di analizzare scientificamente un settore, quello della religione e delle credenze religiose, che per secoli è stato il terreno esclusivo di approcci culturalisti forti, con la convinzione che la religione sia un fenomeno dovuto unicamente a fattori culturali.
L'idea che si propone è, al contrario, che le credenze religiose abbiano delle radici evolutive e poggino su basi biologiche e cognitive.
La tesi che proponiamo non è che le idee religiose siano dovute ad un “sonno della ragione”, un'interruzione del nostro ragionamento. Al contrario, sosteniamo che le credenze religiose siano il risultato naturale di un iper-utilizzazione delle normali facoltà cognitive della nostra mente e che quindi il pensiero religioso non sia un pensiero alternativo a quello normale, ma, paradossalmente, un pensiero iper-normale.
Per far questo, si dimostrerà l'inadeguatezza delle tesi classiche che descrivono la mente come una scatola vuota, tabula rasa, che viene riempita, modellata unicamente con la cultura. Non è così. Come dice Chomsky, “lo stimolo è povero”, cioè non bastano gli stimoli esterni culturali per dar conto del mentale. La tesi di Chomsky è che la nostra mente deve essere nè povera, né unitaria, ma ricca di determinazioni interne innate; un insieme di sottosistemi specifici per dominio.
La prospettiva Chomskiana è sicuramente un punto di partenza imprescindibile, ma, in una prospettiva fortemente evoluzionistica, va superata. Chomsky, assolutamente anti-darwinista, infatti teorizza una “differenza qualitativa” e una “specialità” degli esseri umani rispetto agli altri animali, individuando questa differenza nella nostra peculiarità di avere un linguaggio.
Utilizzeremo in questa trattazione la prospettiva della psicologia evoluzionistica con l'ipotesi della modularità massiva di Sperber. La mente sarebbe in questo senso formata interamente da migliaia di moduli cognitivi specifici per dominio e selezionati nel corso dell'evoluzione naturale.
Nel secondo capitolo ci chiederemo se una tale architettura della mente sia veramente compatibile con la teoria evolutiva esaminando anche le critiche che sono state rivolte a queste ipotesi.
Dopo aver delineato per sommi capi le basi della teoria di Darwin, prenderemo in esame il pensiero di Richard Dawkins in merito alla diffusione delle credenze religiose con la teoria dei “memi”, ovvero unità di diffusione culturale analoghe ai geni. Esamineremo inoltre la risposta alla memetica che Sperber propone nella sua teoria epidemiologica delle rappresentazioni culturali.
Infine descriveremo il fondamentale concetto di exaptation introdotto da Stephen Jay Gould per sottolineare che non tutte le strutture di un organismo sono frutto di adattamenti biologici diretti, ma potrebbero essere tratti non adattivi oppure adattamenti secondari, cioè cooptazioni funzionali di strutture selezionate per scopi differenti.
Nel terzo capitolo, grazie all'aiuto di alcuni studi nell'ambito dell'Antropologia Cognitiva, della Psicologia dello Sviluppo e della Psicologia evoluzionistica dimostreremo che le credenze religiose non sono il risultato di un adattamento biologico diretto, ovvero non sono state state selezionate nel tempo per i vantaggi che portano alla sopravvivenza e alla riproduzione.
Viceversa, esse sarebbero il risultato di un exattamento, del cambio di funzione, di alcune nostre capacità cognitive innate, quali il riconoscimento di agenti intenzionali e la distinzione tra entità fisiche ed entità animate. Posto che l'attività mentale è il risultato di processi bio-chimici che si svolgono nel cervello, le credenze religiose sarebbero insomma il risultato del modo in cui il nostro cervello è stato “assemblato” dalla selezione naturale.

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Introduzione Vi è qualcosa di grandioso in questa concezione della vita, con le sue molte capacità, che inizialmente fu data a poche forme, o ad una sola e che, mentre il pianeta seguita a girare secondo la legge immutabile della gravità, si è evoluta e si evolve, partendo da inizi così semplici, fino a creare infinite forme estremamente belle e meravigliose. Charles Darwin Con queste parole si conclude “L'origine delle specie”, il libro a carattere scientifico che più ha cambiato il mondo negli ultimi due secoli, consegnandoci una straordinaria possibilità; quella di pensare l'origine della nostra specie con gli strumenti della scienza, in termini esclusivamente naturali, senza dover far necessariamente ricorso a cause trascendenti o finalistiche. 3

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