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La tutela penale del domicilio informatico

L'art. 14 della Costituzione pone il fondamento della libertà domiciliare statuendo che «il domicilio è inviolabile». Quest'ultimo viene considerato come «proiezione spaziale della persona», per cui l'ordinamento, tutelando il rapporto persona-ambiente, ha riconosciuto a ciascun soggetto il diritto di vivere libero da ogni intrusione di estranei nei luoghi di uso privato. Tale diritto, infatti, occupa un posto tra gli articoli della Costituzione volti alla tutela della libertà personale, intesa come valore da affermare e da difendere nella sua completezza. Riconoscere all’individuo uno spazio così ampio di autonomia significa garantire l’esercizio di attribuzioni che si traducono, da un lato, in molteplici possibilità di iniziativa privata e, dall’altro, nella creazione di sfere di autonomia nell’ambito delle quali il singolo possa esprimere e salvaguardare la propria personalità.
L'avvento delle nuove tecnologie ed il rapido evolversi della nostra società in una “società dell’informazione” ha portato progressivamente tale forma di libertà ad assumere un significato sempre più ampio, che arriva a ricomprendere ambiti che prima erano impensabili, non solo in riferimento all’individuo come “uti singulo” ma anche e soprattutto considerandolo come membro di organizzazioni societarie o enti.
In epoca recente, invece, a seguito del diffondersi di una serie di condotte antigiuridiche fatte ricadere sotto la dizione di “crimini informatici” (computer crimes), anche il diritto alla libertà del domicilio ha iniziato a connotarsi di ulteriori aspetti meritevoli di protezione. La ragione di tale svolta si ritrova nello sviluppo delle moderne tecnologie, e nell'uso del computer in particolare, il cui impiego ha consentito il dispiegarsi di molteplici aspetti della personalità individuale suscettibili di adeguata difesa da parte dell’ordinamento.
Nella realtà attuale si constata che i personal computer sono divenuti reali “custodi” di dati e programmi strettamente appartenenti alla persona. Di conseguenza, prendendo atto dell'esistenza di un nuovo spazio virtuali “domestico”, il legislatore penale, adeguandosi alle indicazioni degli organismi sovranazionali e, principalmente, alla Raccomandazione del Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa, ha inserito, con la legge del 1993 n. 547, nel capo dedicato ai delitti contro la libertà individuale, tre nuove fattispecie (artt. 615 ter, 615 quater e 615 quinquies) volte a tutelare un bene giuridico nuovo. Il domicilio, cioè, non è stato più inteso solamente in senso fisico, come spazio da proteggere da intrusioni materiali, ma ha assunto il carattere di uno spazio virtuale nel quale l’individuo proietta la propria personalità. Il c.d. “domicilio informatico”. Poiché nel sistema informatico è custodita e conservata un'estensione della nostra stessa mente, i dati in esso contenuti rappresenterebbero delle tracce e delle espressioni del vivere quotidiano, tanto nel caso in cui il sistema sia depositario dell'attività lavorativa dell'individuo, quanto nel caso in cui esso sia custode della sua vita privata. Esso può essere considerato come spazio riservato, il cui accesso è limitato alle sole persone ad esso autorizzate, in quanto coinvolge la sfera di pensiero dell’individuo.
Il presente elaborato è quindi incentrato sull'analisi delle tre fattispecie ora richiamate, la cui collocazione all'interno del codice penale, nella sezione dedicata ai delitti contro l'inviolabilità del domicilio, ha creato numerosi dissensi in dottrina. Si è posto in evidenza, infatti, come non risulti chiaro che la ratio delle norme si sostanzi nella difesa di un luogo virtuale, inteso come espansione ideale dell’area di rispetto pertinente al soggetto interessato nell’ambito della quale l’individuo esplica liberamente la propria personalità.

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CAPITOLO I 1. I crimini informatici: ipotesi criminose di recente introduzione Nella società moderna, a seguito dell'introduzione di impianti di elaborazione elettronica dei dati, le modalità di comunicazione sono state radicalmente modificate. Le reti informatiche, accessibili a chiunque sia dotato delle risorse tecniche necessarie, hanno, da una parte, facilitato la gestione e l'organizzazione di attività economiche e sociali di ogni genere, ma dall'altra hanno sottoposto i soggetti che se ne servono a gravi rischi. Esse infatti determinano il totale annullamento di ogni barriera spazio temporale1, ma sono al contempo estremamente vulnerabili, con la conseguenza che tale fragilità colpisce anche i soggetti fruitori del sistema. Difatti la criminalità si è largamente appropriata delle nuove tecnologie ed il loro sviluppo ha determinato la nascita di un nuovo tipo di delinquenza chiamata, appunto, “informatica”. Si sono così diffuse una serie di condotte antigiuridiche fatte ricadere sotto la dizione di “crimini informatici” (computer crimes)2. Associati allo sviluppo del computer, i “nuovi” crimini nascono alla fine degli anni cinquanta3 ed essi rappresentano le nuove forme di criminalità da cui difendersi, rispetto alla definizione e alla classificazione delle quali il legislatore italiano si è sempre mosso in maniera cauta, manifestando, soprattutto inizialmente, un certo disorientamento nella definizione e nella trattazione della materia4. Difatti, posto che il computer è uno strumento che permette di porre in essere varie tipologie di condotte illecite, difficoltoso è stato giungere ad una definizione univoca di crimine 1 DUVAL D., Préface, in FERRY J. – QUÉMÉNER M. , Cybercriminalité Défi mondial, Economica, 2009; V. CHAWKI M., Essai sur la notion de cybercriminalité, IEHEI, 2006, 18. Si constata infatti che, seppur le nuove tecnologie abbiano rivoluzionato il nostro modo di comunicare, il ricorso all'utilizzo del computer si è rilevato un'arma a doppio taglio, caratterizzata da prospettive positive ma anche da rischi e da minacce che incombono sull'attività degli Stati, delle imprese e sulla vita quotidiana dei cittadini che fanno ricorso a detti strumenti. 2 MONNET R. , Le business de la cybercriminalité, Hermès – Lavoisier, 2005, 3. 3 DUVAL D., Préface, in FERRY J. – QUÉMÉNER M. , Cybercriminalité, cit., VI. Il primo delitto legato all'informatica (identificato come tale e perseguito negli Stati Uniti a livello federale) sarebbe stato realizzato nel 1966. 4 SARZANA DI SANT'IPPOLITO C., Informatica, internet e diritto penale, Giuffrè, 2010, 223. 4

Laurea liv.II (specialistica)

Facoltà: Giurisprudenza

Autore: Roberta Federico Contatta »

Composta da 138 pagine.

 

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