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Israele e Palestina: gli accordi di pace da Oslo ad Annapolis. Fatti storici e prospettive future

Informazioni tesi

  Autore: Simona Di Michele
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli Studi Roma Tre
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Lettere
  Relatore: Francesco Paolo Rizzi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 112

Attraverso il mio lavoro ho ripercorso le tappe più significative delle trattative di pace concordate congiuntamente tra Israele e Palestina dal 1993 al 2007. Dall’analisi dei documenti ufficiali degli accordi si è potuta evincere una incompatibilità tra le dichiarazioni d’intenti siglate in sede di negoziato e la loro effettiva realizzabilità nella vita concreta delle due società civili; questo divario è considerabile la causa del perdurare della conflittualità tra Israele e Palestina, e quindi dello stallo in cui permangono le trattative di pace.
Gli accordi di pace si sono potuti raggruppare in due categorie: quella in cui le due parti decisero congiuntamente di differire la trattazione delle questioni definitive (ossia lo status di Gerusalemme, dei profughi palestinesi, dei confini definitivi e degli insediamenti ebraici) ad un negoziato futuro, e quella in cui invece tali questioni divennero oggetto immediato di dibattito. Nella prima categoria gli accordi furono concepiti come provvisori e volti al graduale consolidamento delle istituzioni governative delle due parti in modo da prepararle al negoziato definitivo; una visione che di fatto ripropose una logica di occupazione della Palestina ad Israele e che non vincolava le due parti ad un compromesso definitivo.
Gli accordi che tentarono di discutere nell’immediato le questioni definitive si dimostrarono invece fallimentari in virtù delle reciproche posizioni di intransigenza anche nei confronti di eventuali compromessi sulle questioni fondamentali.
Un’ulteriore conferma della distanza tra le dichiarazioni d’intenti siglate ufficialmente dalle due leadership governative e la loro effettiva realizzabilità proviene dall’analisi delle opinioni pubbliche palestinese e israeliana in merito alla funzionalità degli accordi, e dalle iniziative politiche intraprese in concomitanza e conseguentemente agli accordi stessi. Nel terzo capitolo ho voluto quindi confrontare le due opinioni pubbliche a partire dai commenti di accademici, sociologi, ex politici e storici di entrambe le società: ne è emersa una condivisione nella richiesta di effettive iniziative politiche volte a riformare e rendere autosufficienti le istituzioni interne alle due società.
L’analisi delle effettive iniziative politiche intraprese nel corso degli anni contraddice questa aspirazione comune: il muro di separazione innalzato per volere dell’allora primo ministro Sharon nel 2002 e la cui costruzione è proseguita durante gli anni nonostante le condanne dell’ONU e della comunità internazionale ripropone di fatto uno stato di occupazione e dipendenza del popolo palestinese nei confronti di Israele, una situazione che allontana ulteriormente il popolo palestinese dalla possibile costituzione di un proprio stato indipendente. Anche esaminando le tendenze demografiche (alla luce dei dati addotti da uno studio del demografo israeliano Sergio Della Pergola) si evince una divergenza notevole tra i dati reali che imporrebbero la realizzazione di iniziative politiche di integrazione tra i due popoli, e le reali scelte politiche intraprese.
Infine, lo status attuale delle trattative bilaterali, avviate attraverso negoziati diretti da settembre scorso e già bloccati per via della prosecuzione dell’espansione degli insediamenti ebraici, conferma la necessità di sostanziare i negoziati, di renderli cioè più pragmatici e meno ideologici. A tal proposito ho ritenuto interessante presentare e descrivere l’iniziativa politica unilaterale del primo ministro di Ramallah, Salam Fayyad, che è stata intrapresa dal 2007 in territorio cisgiordano. Tale scelta unilaterale potrebbe proporre, a lungo termine, una collaborazione costruttiva tra Hamas e Al Fatah al fine di costituire uno stato unitario palestinese, e un nuovo modo di intavolare i negoziati bilaterali, poiché permetterebbe a Israele e Palestina di confrontarsi da posizioni finalmente più pragmatiche perché più equilibrate e indipendenti tra loro.

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Introduzione La ricerca di una solida stabilità geopolitica nel territorio israelo – palestinese è un impegno che coinvolge tanto l’intera area mediorientale quanto i paesi occidentali: di fronte ad un mondo globale e multietnico quale è quello odierno non si può prescindere da analisi propositive e da iniziative concrete per garantire ad ogni società civile i diritti di autodeterminazione che la possano rendere indipendente. L’obiettivo del presente lavoro è quello di analizzare lo status quo attuale (ottobre 2010) delle trattative israelo – palestinesi alla luce degli accordi di pace sottoscritti dalle due parti dal 1993 al 2007. A tale scopo, si è avanzata l’ipotesi che queste continuative dichiarazioni d’intenti, concordate congiuntamente, non si tramutarono in concrete iniziative politiche volte ad una definitiva risoluzione del conflitto in quanto si focalizzarono su un concetto di “pace totale” troppo ambizioso e distante dalle reali condizioni in cui versavano le due società civili coinvolte. La metodologia utilizzata per condurre l’intero lavoro si è incentrata sull’analisi dei testi dei documenti ufficiali, corredata dalla consultazione di giornali arabi, israeliani e internazionali, nonché di monografie sulla questione mediorientale risalenti all’epoca degli accordi e all’attualità. Per fornire un supporto visivo dei vari cambiamenti territoriali che hanno caratterizzato la regione dagli anni novanta ad oggi si è riservata un’appendice alle mappe tematiche. Attraverso l’apporto primario fornito dal testo dei documenti ufficiali si è potuto evincere che è stata l’impostazione concettuale con cui si elaborarono gli accordi a decretarne il fallimento, ovvero l’irrealizzabilità delle reciproche concessioni sottoscritte dalle parti: le proposte che furono avanzate non riuscirono a tener conto completamente del clima di sfiducia tra i due popoli, ossia della percezione palestinese di essere assoggettata ad un’occupazione ingiusta e continuativa, e di quella israeliana di vivere costantemente assediato e minacciato dalla violenza araba. 1

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