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L’alessitimia come misura di esito di interventi psicologici e psichiatrici

Informazioni tesi

  Autore: Eleonora Motta
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2006-07
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Psicologia
  Corso: Psicologia
  Relatore: Luigi Solano
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 135

L’obiettivo di questa tesi è quello di approfondire e confrontare l’effetto che varie forme di intervento psicologico o psichiatrico possono avere nel modificare livelli di alessitimia significativamente diversi da quelli della media della popolazione.
Oggi sappiamo che, nello studiare l’alessitimia, dobbiamo abbandonare un modello di inibizione per sposarne un altro che ponga tale costrutto nell’area del deficit: i soggetti altamente alessitimici non reprimono o negano le emozioni, ma mancano della capacità di esprimerle in modo adeguato.
In particolare il soggetto alessitimico è carente nella dimensione cognitivo-esperienziale ed interpersonale dell’emozione. Questo fa sì che il livello fisiologico e motorio-comportamentale dell’emozione siano privati di una regolazione da parte dell’aspetto cosciente, verbale e cognitivo oltre che di una regolazione che dovrebbe avvenire tramite i rapporti interpersonali. L’alessitimia, quindi, può essere considerata come un disturbo della regolazione affettiva che non rappresenta un fenomeno del tipo tutto o nulla, ma si esprime lungo un continuum dimensionale (Taylor et al., 1997).
Una mancata associazione tra il livello fisiologico dell’emozione e quello cognitivo-esperienziale può portare a dei difetti nella regolazione fisiologica e questa, a sua volta, può generare disturbi nei vari sistemi dell’organismo. Nell’alessitimia, dunque, siamo in presenza di una regolazione psicobiologica disturbata (Taylor 1987, 1992).
La disregolazione affettiva rappresenta un fattore di rischio che, interagendo con altri aspetti, quali quello genetico, comportamentale, di personalità, psicologico, può avere un ruolo fondamentale nelle patologie somatiche in genere (es. ipertensione, diabete, patologia coronarica, artrite reumatoide, colite ulcerosa, morbo di Crohn) e in tutti quei casi in cui un’emozione non regolata si esprime in agiti (es. tossicodipendenza, rapporti sessuali promiscui con il rischio di contrarre malattie a trasmissione sessuale). La disregolazione affettiva è considerata, sulla scia di Taylor et al. (1997), una dimensione trasversale che supera l’ottica della classificazione diagnostica ma che può integrarsi con la diagnostica classica, quindi appare di fondamentale importanza riconoscere il paziente con marcate caratteristiche alessitimiche e studiare quale sia il modo migliore per aiutarlo, sia in ottica di cura che in ottica di prevenzione e promozione della salute.
Inoltre, attraverso il costrutto dell’alessitimia è possibile immaginare un trattamento psicologico anche per quei pazienti che troppo spesso vengono considerati “non analizzabili”. Diviene possibile, infatti, considerare oggetto di lavoro proprio ciò che apparentemente sembra di ostacolo al lavoro stesso: la comunicazione attraverso agiti invece che attraverso il canale verbale, la noia e la monotonia in cui si trova immerso lo psicologo quando tratta pazienti altamente alessitimici.
Questi aspetti possono aprire la strada ad un intervento se, anziché essere letti come disturbi, vengono interpretati come segnali che indicano la presenza di un’area alessitimica. Se adottiamo quest’ottica diventa possibile concentrare il lavoro clinico sullo stile di (non) comunicazione più che sui contenuti della comunicazione, si può aiutare il paziente a dare importanza ai propri sogni, a distinguere le proprie emozioni, a riconoscerle, a dare loro un nome, a verbalizzarle per utilizzarle come segnali (Taylor, 1987). Diventa necessario fornire un solido holding e può essere utile affiancare alla terapia psicologica un trattamento farmacologico che aiuti il paziente a contenere le sue emozioni primitive (Taylor et al., 1997).
Per analizzare l’alessitimia come possibile misura di esito degli interventi psicologici e psichiatrici la prima parte della tesi è stata incentrata sulla descrizione del costrutto dell’alessitimia e delle sue caratteristiche al fine di tracciare un quadro di riferimento all’interno del quale poter inserire i successivi spunti di riflessione. La seconda parte, invece, ha approfondito i problemi inerenti il trattamento psicologico dei soggetti alessitimici e ha descritto alcune forme di intervento specifiche per la disregolazione affettiva. Infine, attraverso una rassegna di studi, sono stati analizzati, nello specifico, i risultati che sono stati ottenuti trattando con diverse forme di intervento questo tipo di pazienti.

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1. IL COSTRUTTO DELL’ALESSITIMIA 1.1 Definizione e caratteristiche del costrutto dell’alessitimia Il termine alessitimia deriva dal greco: alfa = privativo, lexis = parola, thymos = emozione, quindi letteralmente può essere tradotto come “mancanza di parole per le emozioni”. Il costrutto dell’alessitimia è stato formulato da Nemiah, Freyberger e Sifneos all’inizio degli anni ’70, in seguito a dei colloqui effettuati con 1 20 soggetti affetti ciascuno da due malattie psicosomatiche classiche. In 16 di questi soggetti fu riscontrato:  Difficoltà ad esprimere verbalmente le emozioni e ad esserne consapevoli  Scarsità di fantasia  Stile comunicativo incolore Dopo la prima enunciazione del costrutto, una serie di ricerche ha evidenziato molteplici altre caratteristiche dei soggetti alessitimici ed attualmente vengono riconosciuti come fondamentali i seguenti aspetti:  Difficoltà a discriminare, identificare e descrivere le emozioni: i soggetti alessitimici manifestano una marcata difficoltà a verbalizzare i propri stati emotivi e, ad un’indagine più approfondita, sembrano non averne affatto consapevolezza. Possono anche mostrare scoppi 1 Ulcera peptica, asma bronchiale, ipertensione, tireotossicosi, colite ulcerosa, artrite reumatoide, neurodermatite 7

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