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Il Caso Moro in tre quotidiani

Informazioni tesi

  Autore: Irene Iermano
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2006-07
  Università: Università degli studi Suor Orsola Benincasa, Napoli
  Facoltà: Scienze della Comunicazione
  Corso: Scienze della comunicazione
  Relatore: Paolo Scandaletti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 94


Il lavoro di ricerca si è proposto di ripercorrere le fasi più drammatiche del Caso Moro, attraverso l'analisi di tre testate giornalistiche che si sono occupate dell'affaire dal giorno del sequestro, avvenuto per mano brigatista il 16 marzo 1978 a Roma, a quello del ritrovamento del cadavere in Via Caetani il 9 maggio dello stesso anno.
La ricerca bibliografica si è avvalsa dei numerosi volumi dedicati alla figura politica e umana di Aldo Moro ma, soprattutto, degli articoli giornalistici che hanno monitorato in quei giorni gli sviluppi della drammatica vicenda. I giornali scelti per la ricerca sono stati: "Il Messaggero", "l'Unità", e "il Mattino". Si sono individuati, in questo modo, tre percorsi definiti, orientati a rappresentare gli umori della capitale, le posizioni del PCI e le attese delle regioni meridionali di fronte ad un avvenimento storico-politico dagli esiti imprevedibili.
Attraverso campioni di lettura, la ricerca ha analizzato gli articoli pubblicati durante il sequestro, soffermandosi sulla grammatica dei titoli, la nomenclatura dei pezzi, il taglio e lo stile di scrittura.
Durante i cinquantacinque giorni di prigionia del presidente Moro, “Il Messaggero raccolse, soprattutto nello spazio delle opinioni, la voce di chi, oltre a condannare l’atto terroristico, stigmatizzava la debolezza delle forze statali. Inoltre, il giornale romano avviò una discussione di grande interesse mediatico sull’ipotesi di un black out delle comunicazione per non essere, anche involontariamente, strumento di propaganda delle BR. Tra i sostenitori del silenzio stampa ci fu anche il famoso sociologo delle comunicazioni di massa Marshall McLuhan ma il “blocco della stampa” scelse di non “staccare la spina” e di attestarsi sulla linea della fermezza.
Gli articoli e i resoconti parlamentari pubblicati da “Il Mattino” raccolsero la ferma decisione di difendere il diritto di cronaca, inteso come libertà di stampa. In ultimo “ Il Mattino” fu interprete degli umori dei cinque capoluoghi campani e soprattutto di Maglie, il paese salentino di cui Moro era originario.
“l’Unità” invece seguì fedelmente la linea di piena collaborazione politica con le forze della maggioranza, indicata dal PCI nel giorno della strage; da qui scaturì anche la scelta di schierarsi a favore della “fermezza” quando i brigatisti rossi proposero al governo uno scambio tra la vita di Moro e la libertà di tredici terroristi.
L’ultimo momento preso in esame dal lavoro di ricerca è stata la morte di Aldo Moro, freddamente annunciata nell’ultimo comunicato delle Brigate Rosse. I tre quotidiani nazionali reagirono all’agghiacciante notizia con commozione ed indignazione: furono uniti nel condannare il delitto politico e ribadirono con fermezza che, colpendo il leader più autorevole del partito di maggioranza il terrorismo aveva inflitto un durissimo colpo al sistema politico italiano, proprio alle soglie di un nuovo capitolo storico.
In conclusione, possiamo affermare che la stampa italiana durante i cinquantacinque giorni del sequestro Moro è riuscita, anche se con qualche limite, ad informare dettagliatamente l'opinione pubblica, fermo restante la difficoltà di reperire notizie attendibili, e nello stesso tempo ad avviare un dibattito sui nuovi scenari aperti dall'azione terroristica. Infine è da sottolineare, anche, la capacità avuta dai professionisti della comunicazione di mettere in discussione il loro ruolo e quello dell'informazione nella ricerca del giusto equilibrio tra l'assicurare dovere di cronaca e il diventare cassa di risonanza delle forze criminali.

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4 Introduzione Il 16 marzo 1978 resterà nel ricordo della comunità nazionale come uno dei giorni più drammatici dell’Italia repubblicana. Quella mattina, in Parlamento, il Presidente del Consiglio Giulio Andreotti avrebbe dovuto illustrare il programma del nuovo governo: l’epilogo di una crisi estremamente difficile, accompagnata da accese polemiche soprattutto sulla nuova posizione assunta dai comunisti. All’improvviso, una notizia interruppe il filo dei discorsi nel Transatlantico di Montecitorio: mezz’ora prima in via Fani, a Roma, un commando di brigatisti rossi aveva sequestrato l’onorevole Aldo Moro, Presidente della Democrazia Cristiana, regista, insieme ad Enrico Berlinguer, dell’accordo tra democristiani e comunisti. Cinque uomini della scorta, Oreste Leonardi, Raffaele Lozzino, Francesco Zizzi, Domenico Ricci e Giulio Rivera, erano stati uccisi. Sotto l’aspetto militare, l’agguato di via Fani non ha precedenti e resterà l’unico del genere nella storia del terrorismo italiano; solo a livello internazionale è possibile trovare un esempio analogo: l’attentato della Raf-Rote armee fraktion a Colonia (Germania) in occasione del sequestro del presidente della Confindustria Hans Martin Schleyer (5 settembre 1977). Nella pratica delle Br, “nulla sarà paragonabile alla strage in via Fani”1 : sia per l’alto numero di terroristi impegnati nell’attentato (la sentenza del processo di 1° grado, sulla base delle testimonianze rese alla Corte d’assise, stabilirà la presenza di 14 terroristi armati tra via Fani e via Stresa); sua per la qualità delle armi e dei mezzi utilizzati 1 S. FLAMIGNI, La tela del ragno, Il delitto Moro, Milano, Kaos Edizioni, p. 40

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Parole chiave

16 marzo 1978
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