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Impatto del Tribunale penale internazione ICTY in Serbia (per la ex Yugoslavia)

Informazioni tesi

  Autore: Ilaria Scaglia
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2008-09
  Università: Università degli Studi di Padova
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Relazioni internazionali
  Relatore: Paolo  De Stefani
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 129

Dal punto di vista giuridico il Tribunale penale internazionale per la ex-Iugoslavia (ICTY) rappresenta un avanzamento nel nuovo ordinamento internazionale basato sul principio del rule of law, cioè sulla legalità e sulla giustizia. Ripercorrere la storia del Tribunale dell’Aja porta, però, a valutare questa esperienza in termini talvolta contraddittori.
All’inizio, la costituzione dell’ICTY è sembrata un sostituto ad un’azio- ne più decisa ed efficace da parte della comunità internazionale. La scelta di organizzare un Tribunale ad hoc sembrava collocarsi più su posizioni di principio che sull’analisi concreta degli avvenimenti con cui l’ONU ha affrontato il conflitto bosniaco.
Nel 1993 il Tribunale dell’Aja “era nato da una reazione di panico dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza”; ciò nonostante, l’istituzione in sé si è emancipata, fino ad arrivare ad essere pienamente operativa nel ’95-’96.
ICTY è diventato un attore politico presente sul campo e percepito come tale soprattutto quando Karadzic e Mladic, con la loro incrimina- zione all’Aja, sono stati resi interlocutori inaccettabili ai colloqui di pace, mentre le truppe SFOR portavano a termine i primi arresti di accusati in Bosnia.
Molte delle discussioni attorno al sistema internazionale di giustizia si chiedono, però, se tali istituzioni raggiungano un grado apprezzabile di giustizia effettiva. Le loro attività si svolgono lungo la linea di spartiacque che divide sovranità nazionale e responsabilità internazionale, nella zona grigia tra l’ambito giudiziario e quello politico.
Il compito di valutare nel complesso tali Tribunali e il loro specifico impatto, è piuttosto difficile. Spesso i dibattiti pubblici sulla loro realizza- zione sono stati guidati per assunti non testati e i cui contorni non sono nettamente delineabili.
Considerandone “l’autorevolezza”, per merito del sistema delle Nazioni Unite, la responsabilità di sviluppare una giustizia in modo condivisibile e partecipato diviene elemento fondamentale per una reale pacificazione, o quantomeno in termini di monito di altri conflitti futuri.
Il metodo di procedura adottato, il mandato, il lavoro svolto in collaborazione con gli interlocutori del sistema giustizia, con politici e diplomatici, sia a livello nazionale sia internazionale, la produzione di condanne, la costruzione della memoria e la punibilità sono tutti elementi fondamentali per lo sviluppo nella società di una visione condivisibile del passato e delle prospettive.
Le vicende balcaniche non si possono definire utilizzando i parametri storici normalmente usati in occidente. Per comprenderle occorre allargare e restringere il campo di “messa a fuoco”, come si farebbe in un foto reportage.
Quali sono i suoi punti forza dell’ICTY e quali le sue mancanze? Qual è l’impatto sui serbi? Quali sforzi di fare giustizia si sono visti in Serbia? Che cosa è cambiato in seguito a questi sforzi?
Tentativo di questa tesi è di mettere in luce elementi ed analisi utili a costruire una riflessione sull’impatto che il Tribunale dell’Aja ha avuto in Serbia, considerando in particolare le vicende del 2008:
17 febbraio: la provincia serba del Kosovo dichiara unilateralmente l’indipendenza sovrana; 11 maggio: nelle elezioni parlamentari in Serbia si raggiunge un so- stanziale pareggio tra blocco europeista (con la coalizione “Per una Serbia Europea” sostenuta dal presidente Tadic, al 39%) e conserva- tore (con il SRS al 28% ed i DSS di Kostunica all’11%); dove il Partito Socialista Serbo (SPS, partito che fu di Milosevic) con un inaspettato 8% giocava un ruolo di ago della bilancia;
8 luglio 2008: nomina del nuovo governo. Dopo due mesi di colloqui con il presidente della Repubblica, assume la carica la coalizione degli europeisti (tra cui DS, G17+) e SPS, con l’appoggio esterno dei liberali di Cedomir Jovanovic. Il primo ministro designato è Mirko Cvetkovic, già ministro delle finanze nel precedente governo Kostunica;
21 luglio: arresto di Radovan Karadzic, accusato con 11 capi d’accusa da ICTY, ricercato per 13 anni. Nella notte della sua estradizione per l’Aja, a Belgrado viene organizzata una grande manifestazione di protesta alla quale seguono scontri.
Nello stesso anno la Serbia ha firmato gli Accordi di Stabilizzazione e Associazione (SAA) per entrare nell’Unione Europea. Nel Paese aumenta anche un consenso attorno al fronte antieuropeo, nazionalista e populista. Ennio Remondino, nella rivista Limes, lo descrive come “Egoismo, neo- isolazionismo, eccesso di incazzatura. Tutte queste cose assieme, proba- bilmente, ma la Serbia è più che mai un paese spaccato a metà. L’Europa come scommessa da non perdere è probabilmente l’opzione prevalente, ma questa Europa così come si presenta piace davvero a pochi” (Ennio Remondino, “Rucki Bar”, in “Kosovo, non solo Balcani”, Limes n.2 2008, pag 168)

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INTRODUZIONE Dal punto di vista giuridico il Tribunale penale internazionale per la ex-Iugoslavia (ICTY) rappresenta un avanzamento nel nuovo ordinamen- to internazionale basato sul principio del rule of law, cioè sulla legalità e sulla giustizia. Ripercorrere la storia del Tribunale dell’Aja porta, però, a valutare questa esperienza in termini talvolta contraddittori. All’inizio, la costituzione dell’ICTY è sembrata un sostituto ad un’azio- ne più decisa ed efficace da parte della comunità internazionale. La scelta di organizzare un Tribunale ad hoc sembrava collocarsi più su posizioni di principio che sull’analisi concreta degli avvenimenti con cui l’ONU ha affrontato il conflitto bosniaco. Nel 1993 il Tribunale dell’Aja “era nato da una reazione di panico dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza” 1 ; ciò nonostante, l’istituzione in sé si è emancipata, fino ad arrivare ad essere pienamente operativa nel ’95-’96. ICTY è diventato un attore politico presente sul campo e percepito come tale soprattutto quando Karadzic e Mladic, con la loro incrimina- zione all’Aja, sono stati resi interlocutori inaccettabili ai colloqui di pace, mentre le truppe SFOR portavano a termine i primi arresti di accusati in Bosnia. Ma è soprattutto con la crisi del Kosovo che le azioni dell’ICTY sono state proiettate sulla scena internazionale, intervenendo attivamente nel corso degli eventi conflittuali. Non c’è più stato in seguito un momento di ribalta politica e mediatica di tale rilevanza come quando nel maggio ’99, nel mezzo dei bombardamenti NATO, Milosevic fu accusato di crimini contro l’umanità. Adesso che anche sul suo caso si sono spenti i riflettori, il Tribunale continua più “silenziosamente” il suo lavoro. Molte delle discussioni attorno al sistema internazionale di giustizia si chiedono, però, se tali istituzioni raggiungano un grado apprezzabile di giustizia effettiva. Le loro attività si svolgono lungo la linea di spartiacque che divide sovranità nazionale e responsabilità internazionale, nella zona grigia tra l’ambito giudiziario e quello politico 2 . 1 Lawrence Wesclher, “Il diritto internazionale umanitario. Una panoramica”, in Roy Gut- man, e David Rieff, (a cura di), Crimini di guerra. Quello che tutti dovrebbero sapere, Contrasto- In- ternazionale, 1999. 2 Carla Del Ponte, “La caccia – Io e i criminali di guerra”, Feltrinelli Editore Milano, aprile 2008, pag. 17

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