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L’eredità museologica di Bruno Munari. Il contributo di un artista allo sviluppo della creatività, attraverso i laboratori didattici nei musei.

Informazioni tesi

  Autore: Francesca Dellagiacoma
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2008-09
  Università: Università degli Studi di Verona
  Facoltà: Lettere
  Corso: Scienze dei beni culturali
  Relatore: Enrico Dal Pozzolo
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 63

Questa tesi è disponibile nelle seguenti traduzioni:

Le prime tracce consistenti di didattica museale si intravedono con l’avvento dell’Illuminismo e si concretizzano nella volontà di dare un ordine logico (cronologico, tematico, topografico, etc.) alle esposizioni, in modo tale da facilitare la conoscenza soprattutto ai non addetti ai lavori. Da questo momento in poi, il museo assume una nuova responsabilità, diviene luogo di educazione.
Nei musei la forma didascalica più diffusa attualmente si traduce nella visita guidata, ma considerando la varietà dei visitatori, che comprende un numero consistente di adolescenti e bambini, si sono rese necessarie nuove forme di didattica attuate attraverso il mezzo del laboratorio. Quest’ultimo può diventare un luogo permanente all’interno di un museo, ma anche allestibile. La soglia del laboratorio, una volta varcata, separa i visitatori dalla zona intangibile delle opere d’arte vere e proprie, per dare spazio alla conoscenza che si assume attraverso la prova pratica di tecniche e materiali artistici.
Questa tipologia di laboratorio incentrata sulla dimensione del “fare per poter capire”, viene sperimentata per la prima volta in Italia da Bruno Munari, artista che dedicherà gli ultimi trenta anni della sua vita a queste attività. Egli diviene autore di un vero e proprio metodo didattico, inizialmente detto “Giocare con l’arte”, un tipo di laboratorio che, secondo il suo ideatore, si può costituire in qualunque museo.
Per alcune istituzioni i c.d. “laboratori munariani” diventano permanenti. Ne sono esempi, il Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza in cui, sin dal 1979, esiste un laboratorio che si basa sulle tecniche della ceramica ed è permanente anche il laboratorio del Centro per l’Arte Contemporanea Pecci di Prato, in cui il “metodo munariano” indaga i fondamenti della produzione artistica contemporanea.
Allo stesso tempo si sviluppano centri privati fondati dai discepoli di Munari che seguono il metodo didattico dell’artista in maniera continuativa.
Anche all’estero sorgono centri creativi e didattici ispirati al modus munariano: a Tokyo, nel 1986, è stato inaugurato il Kodomonoshiro, un edificio appositamente pensato per lo sviluppo della comunicazione sensoriale nei bambini, in cui Munari venne invitato a realizzare sul posto tutti i laboratori per bambini che aveva ideato nel corso di dieci anni.
Nella consapevolezza che i musei sono luoghi di conservazione ma anche e soprattutto di educazione, si intende trasmettere quanto sia importante proporre iniziative didattiche volte a promuovere, attraverso spazi appositi, una cultura museale che vada vissuta e non solamente osservata.
La tesi si sviluppa partendo da un capitolo introduttivo in cui vengono trattati argomenti biografici riguardanti l’artista e la sua produzione artistica, soprattutto per ciò che riguarda le opere dedicate all’infanzia.
Si prosegue esponendo il Metodo Munari®, iniziando dalle teorie pedagogiche e didattiche a cui Munari si ispira per i suoi laboratori, tra le quali emerge, in modo particolare, l’importanza della definizione data alla parola creatività; per arrivare, all’Associazione Bruno Munari che ha brevettato il metodo.
Nel terzo e ultimo capitolo, invece, l’attenzione si focalizza su due realtà museali specifiche: il primo laboratorio di “Giocare con l’arte”, che si tenne alla Pinacoteca di Brera nel 1977 e il caso del Centro Arte Contemporanea di Cavalese (Tn) che, nonostante non possieda più la collezione dedicata a Munari, ha mantenuto vivo il laboratorio, svolgendo attività che si ispirano alle teorie didattiche dell’artista e garantiscono al museo un importante numero di “piccoli visitatori”.

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1 INTRODUZIONE. Le prime tracce consistenti di didattica museale si intravedono con l’avvento dell’Illuminismo e si concretizzano nella volontà di dare un ordine logico (cronologico, tematico, topografico, etc.) alle esposizioni, in modo tale da facilitare la conoscenza soprattutto ai non addetti ai lavori. Da questo momento in poi, il museo assume una nuova responsabilità, diviene luogo di educazione. Nei musei la forma didascalica più diffusa attualmente si traduce nella visita guidata, ma considerando la varietà dei visitatori, che comprende un numero consistente di adolescenti e bambini, si sono rese necessarie nuove forme di didattica attuate attraverso il mezzo del laboratorio. Quest’ultimo può diventare un luogo permanente all’interno di un museo, ma anche allestibile. La soglia del laboratorio, una volta varcata, separa i visitatori dalla zona intangibile delle opere d’arte vere e proprie, per dare spazio alla conoscenza che si assume attraverso la prova pratica di tecniche e materiali artistici. Questa tipologia di laboratorio incentrata sulla dimensione del “fare per poter capire”, viene sperimentata per la prima volta in Italia da Bruno Munari, artista che dedicherà gli ultimi trenta anni della sua vita a queste attività. Egli diviene autore di un vero e proprio metodo didattico, inizialmente detto “Giocare con l’arte”, un tipo di laboratorio che, secondo il suo ideatore, si può costituire in qualunque museo. Per alcune istituzioni i c.d. “laboratori munariani” diventano permanenti. Ne sono esempi, il Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza in cui, sin dal 1979, esiste un laboratorio che si basa sulle tecniche della ceramica ed è permanente anche il laboratorio del Centro per l’Arte Contemporanea Pecci di Prato, in cui il “metodo munariano” indaga i fondamenti della produzione artistica contemporanea. Allo stesso tempo si sviluppano centri privati fondati dai discepoli di Munari che seguono il metodo didattico dell’artista in maniera continuativa. Anche all’estero sorgono centri creativi e didattici ispirati al modus munariano: a Tokyo, nel 1986, è stato inaugurato il Kodomonoshiro, un edificio appositamente pensato per lo sviluppo della comunicazione sensoriale nei bambini, in cui Munari venne invitato a realizzare sul posto tutti i laboratori per bambini che aveva ideato nel corso di dieci anni.

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