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Il teatro di Emma Dante

Emma Dante è una donna di teatro a tutto tondo. Non solo autrice di testi ma regista e coordinatrice dei suoi spettacoli. Si è rivelata, negli ultimi anni, una delle teatranti più talentuose e seguite. . Dal suo primo spettacolo mPalermu, del 2001, la sua notorietà è cresciuta e in un discorso ampio e generale sul teatro italiano contemporaneo non si potrebbe più prescindere dal nominarla. I suoi lavori non sono mai scontati o di facile fruizione, ma, e questo è ciò che la caratterizza di più, appartengono ad un teatro impegnato, non solo socialmente ma anche sul piano dell’affondo emotivo.
Non crea un teatro di intrattenimento ma delle messinscene in cui sono insistiti dei temi cruciali e non edulcorati, che riguardano la situazione umana. Lo spettatore resta sempre sorpreso e, allo stesso tempo, messo a nudo dalla scena. Le azioni, i gesti, gli oggetti stanno tutti lì sul palcoscenico a dimostrare la verità su uno o più aspetti della vita dell' uomo. Lo spettatore si ritrova a dover fare i conti con se stesso, con quello che è, con quello che sa. Quando cala il buio in sala e lo spettacolo termina non si può che riflettere, il pugno nello stomaco è stato sferrato e si deve sopportare, si deve metabolizzare, si deve accettare e capire. Come questo accada, non si sa, in fondo il teatro è magia. È tutto qui e ora. Il dopo è solo ragionamento.

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I, 2. Poetica di regia Gli spettacoli di Emma Dante nascono in itinere. La genesi dello spettacolo avanza allo stesso ritmo del lavoro degli attori. Nella creazione c‟è un‟idea da sviscerare, ma manca una struttura. Quest‟ultima si innalza lentamente attraverso il lavoro che la regista impone ai componenti della sua compagnia. “Io so già di cosa voglio parlare. (…) E‟ sempre molto chiara la necessità: all‟inizio non è 4 chiaro il modo, ma la necessità c‟è, da subito.” Questo modo, da ricercare, nasce, non solo dalla mente dell‟autrice, ma anche dagli attori che, nell‟evocare un personaggio, devono trovare ciò che Emma Dante chiama i Fantasmini, ovvero, il momento in cui gli attori elaborano atteggiamenti, gesti parole che caratterizzeranno i personaggi finali, dopo essere entrati in una sorta di trance, ottenuta attraverso una forte concentrazione: “ (…) devono acquisire una concentrazione talmente profonda, da mettersi in contatto con questo famoso “altrove”, che poi è la scena. Nient‟altro che la scena. (…) Un mondo parallelo rispetto al nostro. Dove sono “esseri”, creature che si impossessano dell‟attore. (…) ” Il fantasmino, come spesso afferma la regista, non è diverso dall‟attore, non arriva da un altro mondo, è sempre stato lì, nell‟attore stesso. Questo tipo di metodo può ricordare quello 5 Stanislavskjiano della riviviscenza. Un percorso di esperienza che deriva dal sé, dalla mente dell‟attore. 4 Ibidem, pag. 65. 5 Due sono, per Stanislavskij, i grandi processi che sono alla base dell’interpretazione: quello della personificazione e quello della riviviscenza. Il processo di personificazione parte dal rilassamento muscolare per proseguire con lo sviluppo dell’espressività fisica, dell’impostazione della voce, della logica e coerenza delle azioni fisiche e della caratterizzazione esteriore. Il processo di reviviscenza parte dalle funzioni dell’immaginazione e prosegue con la divisione del testo in sezioni, con lo sviluppo dell’attenzione, l’eliminazione dei cliché, e l’identificazione del tempo-ritmo. La reviviscenza è fondamentale perché tutto ciò che non è rivissuto resta inerte, meccanico ed inespressivo. Ma non basta che la reviviscenza sia autentica 9

Laurea liv.I

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Manuel Masi Contatta »

Composta da 62 pagine.

 

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