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La tutela penale della prova testimoniale

Informazioni tesi

  Autore: Annamaria Taboga
  Tipo: Tesi di Dottorato
Dottorato in Diritto penale italiano e comparato
Anno: 2010
Docente/Relatore: Sergio Vinciguerra
Istituito da: Università degli Studi di Torino
Dipartimento: Dipartimento di scienze giuridiche
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 152

Quando ho cominciato ad accostarmi all’oggetto di questa tesi non ero ancora del tutto consapevole di quale complesso intreccio di norme, sostanziali e processuali, avrei dovuto affrontare.
Invero, il titolo che ho scelto non vuole fare diretto riferimento al vecchio dilemma – che non ho la pretesa di risolvere – se la falsa testimonianza sia delitto di falso contro la prova o reato contro il corretto funzionamento della Giustizia. Piuttosto, vorrei suggerire che la «tutela penale della prova testimoniale» è un quid pluris rispetto al delitto di falsa testimonianza. Certo, tra le fattispecie di reato questa è senz’altro la più significativa e, infatti, ho rivolto solo uno sguardo fugace al rifiuto di uffici legalmente dovuti – rispetto al quale la giurisprudenza è praticamente inesistente – e all’intralcio alla giustizia (ex subornazione). Ma dall’art. 372 c. p. si dipartono numerose ramificazioni che si estendono nel Codice penale (v. gli artt. 375, 376, 384, 384 bis c. p.) e non solo.
Questa grande attenzione del legislatore verso la tutela della prova testimoniale (mai scemata e, piuttosto, cresciuta negli ultimi anni) evidentemente dipende non solo dal fatto che la testimonianza, diversamente per esempio dalla perizia o dall’interpretazione, è uno strumento di prova insurrogabile, ma anche dalla necessità di fornire all’interprete gli strumenti per il difficile bilanciamento fra interessi contrapposti. È chiaro, infatti, che la ricerca della verità non può non essere limitata dalla tutela di interessi costituzionalmente rilevanti, come il diritto di difesa – di cui il nemo tenetur se detegere è una delle principali forme di manifestazione – e i vincoli familiari.
Nel suo libro (Diritto penale italiano, 2a ed., Cedam, Padova, 2009, 19), il Prof. Vinciguerra parla dell’«intima connessione fra diritto penale sostanziale e diritto penale processuale» che «dovrebbe far riflettere sulla necessità di non tener troppo separate le due discipline, com’è accaduto da noi negli ultimi anni». Considerazioni analoghe faceva con noi studenti, durante le sue lezioni di procedura penale, il compianto Prof. Vittorio Grevi.
Ora, quanto appena detto vale evidentemente a fortiori quando si parla di tutela della prova testimoniale. Non a caso, uno dei punti principali della riforma del c. d. giusto processo è stato l’introduzione della testimonianza assistita, per la cui efficacia è stato necessario estendere l’ambito di applicabilità dell’art. 372 c. p. con la conseguenza, poi, di dover ampliare altresì le tutele di cui all’art. 384 c. p.

Certo, in proposito sorge spontaneo il dubbio se possano bastare degli «aggiustamenti» per porre in sintonia una disciplina penale sostanziale nata nel 1930 con una disciplina processuale molto più recente.
Queste considerazioni non valgono solo per il processo penale. Senza voler addentrarsi anche nelle questioni legate al processo amministrativo – perché davvero sarebbero necessarie conoscenze interdisciplinari che non mi illudo di possedere e, del resto, sui legami tra falsa testimonianza e processo amministrativo in generale la dottrina rimane silente –, si pensi agli interrogativi che ha già suscitato la recentissima riforma del processo civile con l’introduzione della testimonianza scritta. Quali ripercussioni, in pratica, essa avrà in materia di falsa testimonianza? Ancora non è dato saperlo, ma potrebbero senz’altro esservi interessanti sviluppi nei prossimi anni.
Un tema attuale, che meriterebbe approfondimento, in un’ottica più criminologica, sarebbe anche quello della psicologia della testimonianza, ma non essendo questa la sede vi ho dedicato solo un cenno.
In conclusione, vorrei far presente che, data la «tecnicità» dell’argomento, ho optato per un’esposizione semplice e, forse, un poco didascalica, aspirando essenzialmente a delineare un quadro il più chiaro possibile del diritto positivo.
Senza indulgere in insane mescolanze fra diritto penale e morale, mi concedo una sola divagazione per dire che tengo particolarmente all’argomento di questa tesi anche per il significato «metagiuridico» che attribuisco al «valore» della verità. La verità costa fatica, ma la verità è anche una forza incommensurabile.

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PREMESSA Quando ho cominciato ad accostarmi all’oggetto di questa tesi non ero ancora del tutto consapevole di quale complesso intreccio di norme, sostanziali e processuali, avrei dovuto affrontare. Invero, il titolo che ho scelto non vuole fare diretto riferimento al vecchio dilemma – che non ho la pretesa di risolvere – se la falsa testimonianza sia delitto di falso contro la prova o reato contro il corretto funzionamento della Giustizia. Piuttosto, vorrei suggerire che la «tutela penale della prova testimoniale» è un quid pluris rispetto al delitto di falsa testimonianza. Certo, tra le fattispecie di reato questa è senz’altro la più significativa e, infatti, ho rivolto solo uno sguardo fugace al rifiuto di uffici legalmente dovuti – rispetto al quale la giurisprudenza è praticamente inesistente – e all’intralcio alla giustizia (ex subornazione). Ma dall’art. 372 c. p. si dipartono numerose ramificazioni che si estendono nel Codice penale (v. gli artt. 375, 376, 384, 384 bis c. p.) e non solo. Questa grande attenzione del legislatore verso la tutela della prova testimoniale (mai scemata e, piuttosto, cresciuta negli ultimi anni) evidentemente dipende non solo dal fatto che la testimonianza, diversamente per esempio dalla perizia o dall’interpretazione, è uno strumento di prova insurrogabile, ma anche dalla necessità di fornire all’interprete gli strumenti per il difficile bilanciamento fra interessi contrapposti. È chiaro, infatti, che la ricerca della verità non può non essere limitata dalla tutela di interessi costituzionalmente rilevanti, come il diritto di difesa – di cui il nemo tenetur se detegere è una delle principali forme di manifestazione – e i vincoli familiari. Nel suo libro (Diritto penale italiano, 2 a ed., Cedam, Padova, 2009, 19), il Prof. Vinciguerra parla dell’«intima connessione fra diritto penale sostanziale e diritto penale processuale» che «dovrebbe far riflettere sulla necessità di non tener troppo separate le due discipline, com’è accaduto da noi negli ultimi anni». Considerazioni analoghe faceva con noi studenti, durante le sue lezioni di procedura penale, il compianto Prof. Vittorio Grevi. Ora, quanto appena detto vale evidentemente a fortiori quando si parla di tutela della prova testimoniale. Non a caso, uno dei punti principali della riforma del c. d. giusto processo è stato l’introduzione della testimonianza assistita, per la III

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