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Swellfoot the Tyrant di Percy Bysshe Shelley: satira, politica e censura nel teatro georgiano

Informazioni tesi

  Autore: Giulia Legato
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Lingue e Letterature Straniere
  Corso: Lingue e letterature moderne euroamericane
  Relatore: Lilla Maria Crisafulli
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 119

Con il presente lavoro ho voluto indagare il teatro georgiano partendo da una constatazione paradossale: l’innegabile sviluppo delle tecniche di rappresentazione, le ibridazioni fantasiose di generi e l’aumento del numero degli spettatori non sono fenomeni che hanno avuto luogo nonostante la censura operata dal governo, ma in virtù di questa. Imparare a “dire” senza “parlare” è stata la sfida costante che impresari teatrali, autori e attori hanno saputo raccogliere con le tecniche più disparate: l’improvvisazione, le parole cantate, i gesti. A teatro si è creato un nuovo rapporto di intesa col pubblico, formato da spettatori che dovevano contribuire attivamente alla costruzione del significato partendo dalle molteplici possibilità di lettura che il significante, recitando sotto ai loro occhi, offriva loro.
La regina Carolina è entrata in questo sistema illegittimo di rappresentazione: da un lato visitando i teatri che peroravano la sua causa e osteggiavano il re e i suoi ministri, dall’altro recitando la parte della vittima innocente, della donna umiliata e della madre affranta, per ottenere l’appoggio del maggior numero di persone. D’altro canto, in quanto simbolo del potere ma al contempo esclusa da questo, la regina Carolina ha attirato l’attenzione di chi, come lei, nel sistema di potere stava cercando di entrare. I radicali e i riformisti in particolare hanno intravisto nella richiesta di inclusione di Carolina, nella richiesta di riconoscimento del suo ruolo di sovrana, un riflesso perfetto della loro richiesta di inclusione nel Parlamento. I radicali quindi si sono fatti portavoce della regina, mettendo a sua disposizione il mezzo che andava diffondendosi con una rapidità mai vista prima e che avrebbe, di lì a poco, creato l’ ”opinione pubblica”: la stampa. Inoltre, alcuni tra gli esponenti più in vista del movimento riformatore si sono offerti di scrivere i discorsi della regina, le hanno steso cioè un “copione”, come in una vera e propria rappresentazione teatrale: Carolina, insomma, recita se stessa. A teatro e sulla pagina stampata si è quindi creata l’identità della regina, si è forgiato il consenso. Tuttavia, la teatralità della sua vicenda ha finito per ridurre a melodramma anche l’insieme delle istanze che veicolava: Carolina diventa un personaggio, si annulla nell’esteriorità della sua stessa rappresentazione, e i contenuti reali man mano svaniscono. La sua morte improvvisa e prematura ha poi totalmente annullato ogni pretesa di riforma o cambiamento.
In questo senso, l’affair della regina Carolina mi ha permesso di mostrare una società in cui il teatro e la politica sono continuamente in dialogo, si scambiano definizioni, rappresentazioni, metafore e categorie: lo stesso “illegittimo” è, in origine, termine riferito in politica ad un governo costituitosi tramite usurpazione del potere. Ma la politica entra a teatro anche attraverso l’esercizio della censura, attraverso le rivolte che si scatenano in platea in nome dell’abolizione dei privilegi nobiliari, attraverso la satira più o meno velata di locandine e rappresentazioni. Viceversa, il teatro entra nella politica quando forgia identità –e la regina Carolina qui è emblematica.
In questo scenario, lo sguardo lontano di Percy Bysshe Shelley è duplice: da un lato le vicende della regina gli appaiono un’assurdità, ma dall’altro intravede nei tumulti (di cui legge, ansioso, i resoconti nei giornali), un segnale di svolta. La rivoluzione che lui ama e teme al contempo sembra essere vicina. Questo suo sentore è lo stimolo più incalzante alla produzione letteraria: già a partire dalla strage di Peterloo la sua penna diventa indignata, impaziente ma desiderosa, e crea componimenti che sono un inno alla creazione di un futuro più equo e pacifico, in cui solo l’amore si pone a capo della morale.
Swellfoot the Tyrant è il frutto di una penna desiderosa di creare, ma qui sembra essere consapevole della necessità di distruzione che precede la possibilità di creazione. Infatti la satira è, per tradizione, distruzione curativa, e si presenta come genere paradossale perché distrugge per imitazione, ha bisogno del suo bersaglio per poterlo annientare, si insinua tra le pieghe del suo contenuto per svuotarlo di senso. Swellfoot the Tyrant è il tentativo di Shelley di creare un’opera di satira che possa comunque contenere i semi della rinascita: laddove termina la satira inizia la creazione dell’utopia, che qui rimane però solo abbozzata.

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1 INTRODUZIONE Parlare di teatro inglese in età georgiana significa innanzitutto parlare di censura. Un po' paradossale, forse, come equivalenza, ma la contraddizione sfuma man mano che ci si avvicina alla condizione reale di produzione drammatica del tempo: a partire dal Licensing Act del 1737, infatti, la corona e il governo inglese esercitano un controllo pressante sui testi teatrali da mettere in scena, consentono la rappresentazione dei generi classici solo a due teatri in tutta Londra, mentre gli altri teatri e gli altri generi saranno, d’ora in avanti, “illegittimi”. “Illegittimità” non significa certo, a priori, “illegalità”, ma date le forti restrizioni che limitano la possibilità di espressione, la distanza si fa pericolosamente sottile, e può diventare provocazione. Governo e corona innestano di fatto un sistema di censura che a prima vista sembra soffocare la creatività per timore del mob, la massa informe, in favore di un teatro che sa di -innocuo- retaggio del passato. I timori diventano paranoia quando a fine secolo gli echi della Rivoluzione francese oltrepassano la Manica e spaventano gli Hanover. Eppure è proprio in virtù di questa censura in atto che quella vitalità in potenza dà frutti memorabili, cerca vie nuove che trasgrediscano le regole e, alla fine, ci riesce. Il compito dello studioso contemporaneo però qui si fa arduo, perché quell'enorme mole di stratagemmi per giocare col proibito si complica quando i significati si innestano nel “qui” e nel “ora” di una realtà politica e sociale diversa, dove andare a teatro aveva un significato diverso, e dove il ruolo del teatro stesso era diverso. E quando è la satira a voler entrare in scena le parole devono fare ancora più attenzione, pena una censura che, come nel caso di alcuni testi di Percy Bysshe Shelley, può durare più di un secolo. Swellfoot the Tyrant è una burletta pressoché ignorata dalle storiografie moderne, forse perché nasce come presunta tragedia mai andata

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Parole chiave

percy bysshe shelley
queen caroline
riforma elettorale
satira
swellfoot the tyrant
teatro illegittimo

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