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Un rapporto dialettico. Lo stragismo in Italia attraverso le analisi de "l'Unità" e del "Bcd" (1969-1973).

Informazioni tesi

  Autore: Alessandro Giuseppe Fuso
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2008-09
  Università: Università degli Studi di Milano
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Storia contemporanea
  Relatore: Ada Carla Gigli Marchetti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 180

Robespierre nel 1791 disse: “La libertà di stampa è il nemico più temuto dal dispotismo. La stampa libera è la guardiana della libertà, la stampa controllata ne è il flagello”. Uno dei momenti più vivaci in Italia per rivendicare il diritto a una stampa libera avvenne all’indomani del Sessantotto, quando, dal basso, nacque la richiesta di un tipo di informazione completamente nuova, che prese il nome di “controinformazione”. Si affermò così un’innovativa forma di giornalismo d’inchiesta, che utilizzava un linguaggio e degli strumenti nuovi, per rompere con la tradizione dell’informazione “velinaria” o ufficiale, basata su notizie provenienti dall’alto e da fonti autorevoli, utile a mostrare la realtà solo in un certo modo, ossia dal punto di vista delle cosiddette “versioni ufficiali”. Ma era quella la verità “oggettiva”? Non era forse una verità funzionale agli interessi della “casta” politica, della grande industria e della finanza? Ecco che allora alcuni giornalisti decisero di ribellarsi e di privilegiare l’onestà professionale al posto di una fantomatica obiettività e neutralità della notizia. Il giornalista doveva descrivere quello che vedeva e che sentiva, offrendo un punto di vista sicuramente più soggettivo, quindi più parziale, ma più libero dai condizionamenti. In breve, il cronista doveva fornire la propria testimonianza sui fatti che vedeva compiersi, assumendo quasi un ruolo di “storico del presente”. Non fu un caso dunque che l’origine dello sviluppo della controinformazione coincise con uno degli episodi più sanguinosi e oscuri della storia italiana, su cui la “versione ufficiale” mostrava fin da subito numerose lacune: la strage di piazza Fontana, il cui quarantesimo anniversario è caduto mentre svolgevo le ricerche per questa Tesi.
In questo lavoro, espressione sia del mio personale interesse verso le vicende storiche degli anni Sessanta e Settanta, sia della mia passione per il giornali-smo, ho cercato di comprendere meglio le sfumature di un fenomeno tanto complesso quanto importante, scegliendo di confrontare due giornali diversis-simi tra loro nel periodo compreso tra il novembre 1969 e il novembre 1973: «l’Unità» e il «Bcd» (Bollettino di controinformazione democratica). Il primo era l’organo ufficiale del più grande partito comunista occidentale; il secondo, invece, era un ciclostilato milanese a tiratura ridotta, prodotto in proprio dai membri del Comitato dei giornalisti democratici, che non aveva interessi di lu-cro ed era diretto a un pubblico influente composto da opinion maker, tanto da destare le attenzioni dell’Uaarr del Viminale. Il mio obiettivo è di dimostrare come esistesse un rapporto dialettico tra «l’Unità», un Golia di proprietà di un grande partito di massa, e il «Bcd», un Davide con la funzione di pubblicare nel modo più neutro possibile quelle notizie che non avrebbero potuto trovare spazio altrove per ragioni di censura, nonostante le numerose differenze, nel ricostruire la verità intorno ai copiosi episodi torbidi accaduti in Italia negli anni della “strategia della tensione”. Con questa Tesi si vuole anche valutare il contributo, poco noto e studiato, dato dall’organo ufficiale del Pci alla denuncia dell’assalto alla democrazia in atto in quegli anni, per dimostrare come, nonostante le divergenze politiche con l’area dell’estrema sinistra, di fatto anche su «l’Unità» si faceva della controinformazione, seppure entro i binari decisi dalla dirigenza del partito.
La Tesi è divisa in tre parti. Nella prima si esaminerà in modo sintetico il contesto storico, sia italiano sia internazionale, che caratterizzava la seconda metà degli anni Sessanta, per inquadrare meglio gli episodi esaminati in seguito. Si arriverà così a parlare della nascita della controinformazione, nata per mettere in discussione la “verità ufficiale” sulla strage di piazza Fontana, descrivendo anche le sue varie sfaccettature, i suoi meriti e i suoi limiti. Nel secondo capitolo, invece, si affronterà in maniera dettagliata il rapporto poco studiato in letteratura tra «l’Unità» e la controinformazione, fornendo la lettura data dall’organo del Pci sugli episodi più significativi accaduti tra il ’69 e il ’73. Infine, nell’ultimo capitolo, si ricostruirà la storia del «Bcd», cercando di capire perché, nonostante la sua scarsa diffusione, divenne un bollettino di riferimento in quel periodo storico per chi voleva trovare delle informazioni che altrove sarebbero state censurate.

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Introduzione Fin dalle sue origini, il sistema dell‟Informazione è stato legato al Potere, in maniera più o meno stretta a seconda delle epoche storiche. I primordi del giornalismo risalgono all‟età delle gazzette, fiorite nel corso del Seicento, per organizzare il consenso necessario per mantenere il potere dei governanti. A tal fine, i colpi della scure della censura che si abbattevano sui giornali e la manipolazione delle notizie costituivano la prassi. Qualcosa cominciò a cambiare con la Rivoluzione Francese del 1789, quando venne sancito il diritto alla libertà di stampa che portò alla nascita del giornalismo politico e conseguentemente alla formazione di un‟opinione pubblica. Ma, fino in epoca recente, almeno per quanto riguarda l‟Italia, dove sono mancati gli “editori puri”, il legame tra Informazione e Potere è stato molto forte. Infatti, gli interessi editoriali e il diritto all‟informazione, sono stati quasi sempre scavalcati da ben altri scopi, di carattere economico e o politico. In Italia, in seguito alla mobilitazione politica scatenata dal Sessantotto, si cercò di rompere un tipo di informazione definibile come “velinaria” o ufficiale, in cui le notizie giungevano da “fonti autorevoli”, come: le questure, le prefetture, i dicasteri, uomini politici o di Stato. In questo contesto, spesso la verità veniva occultata all‟opinione pubblica, per salvaguardare l‟immagine delle istituzioni, attraverso un uso copioso della censura e della manipolazione delle notizie. Mettere in dubbio le “versioni ufficiali” sugli avvenimenti più oscuri e sanguinosi della cronaca nera era un tabù fino almeno alla fine degli anni Sessanta. Come dicevamo, la “rivoluzione etica” del Sessantotto produsse un fenomeno ex novo durevole e molto fecondo nel mondo dell‟informazione: la cosiddetta controinformazione. Era la rivincita del “Quarto potere” sugli altri tre, compreso quello giudiziario che, venendo criticati, erano costretti a rispondere dei propri errori. La democrazia 1 ritrovava il suo “cane da guardia”, indipendente e battagliero. Infatti la 1 Si veda la definizione di Quarto potere in: Luigi Allori, Dizionario dei mass media, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1992, p. 348. Non si può non menzionare il film di Orson Welles che più di tutti espresse meglio l‟idea del giornalismo come una specie di Quarto potere. La pellicola, vera pietra miliare nella storia del cinema, si ispirò alla vita di William Randolph Hearst, proprietario di un impero mediatico. Quarto potere (Citizen Kane), Orson Welles, Usa, 1941.

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