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I diritti di cittadinanza: considerazioni sociologico giuridiche

La cittadinanza, provando a formulare una frase ad effetto, è passato, presente e futuro dell’uomo. La concezione dei diritti di cittadinanza, dopo i tragici fatti dell’11 settembre, è cambiata, in particolar modo verso chi cittadino (in senso di appartenente ad uno Stato non è). Lo scopo di questo lavoro è quello di descrivere le varie tappe del processo di cittadinanza, esaminando i processi della comunità politica e istituzionale sia a livello internazionale, europeo e nazionale con un accento particolare alla questione di chi non è appartenente ad una comunità politica, ovvero quelle persone definite come “stranieri”.
I moderni Stati-nazione attualmente hanno nella propria agenda sia il problema di selezionare chi può entrare nei confini territoriali statali, sia quello di come integrare, con la popolazione autoctona, chi già è all’interno dello Stato.
D’altra parte, anche se lo Stato-nazione decide attraverso la legge l’appartenenza dei propri cittadini ma anche le modalità di ingresso e di uscita, nello scenario globale “sono emerse nuove modalità di appartenenza, con il risultato che i confini della comunità politica, per come erano definiti all’interno dello Stato-nazione, non sono più in grado di dar forma all’appartenenza”.
Questo lavoro ha caratteri multidisciplinari, in quanto tocca diverse discipline dalla filosofia politica alla sociologia del diritto al diritto pubblico.
La cittadinanza non è solamente trattata nei documento giuridici; la presenza di stranieri e di loro discendenti ha dato nuovi contenuti ad antiche questioni di teoria politica e giuridica: dalla cittadinanza alle forme di partecipazione politica, dalla titolarità e garanzia di diritti fondamentali al rapporto tra minoranze e maggioranza, tra comunità e individui, tra universalismo e relativismo, tra diritti positivi e norme tradizionali o religiose. Si parla quindi di politiche rivolte al multiculturalismo. Il tema da qualche anno è all’interno dell’agenda politica dei vari governi che si susseguono nel nostro Paese, qualcosa è stato fatto e molto ci sarà da fare. In particolar modo il tema generale dello “straniero” viene sentito nel nostro paese per diversi motivi e, nel 2007 la realtà migratoria è stata oggetto di una crescente attenzione da parte dell’opinione pubblica.
Di conseguenza il nostro Paese deve fronteggiare un problema che, lasciando stare le varie provocazioni di politici, presenta aspetti che bisogna analizzare e conoscere, per il futuro. Secondo stime ufficiali curate dell’istituto ISMU, il numero annuo di nascite dei figli di immigrati secondo differenti ipotesi di flusso migratorio netto annuo dall’estero, nel 2020 presenta le seguenti diverse possibilità in base al numero di flussi in entrata. Si stima in base a simulazioni statistiche che se nel 2008 entrassero 150 mila immigrati, avremmo nel 2020 – 455 mila nascite, se 250 mila ingressi 485 mila nascite e se 350 mila ingressi – 540 mila nascite.
Seppur viene rappresentata come una simulazione, è chiaro che nel 2020 ci saranno molti più stranieri ed in particolare figli di stranieri e, l’Italia deve rispondere in termine di politiche: da quelle del lavoro, al welfare, all’integrazione delle varie culture, alla cittadinanza.
Si propone quindi di dare un’ampia panoramica su cosa ha fatto lo Stato italiano in termini di legislazione riguardante le politiche migratorie: divise in politiche di controllo e in politiche d’integrazione e di cittadinanza.
Verrà infine sottoposto il problema dell’auto-organizzazione e della partecipazione politica dei migranti in Italia.
Va subito precisato che la concessione del diritto di voto agli immigrati, diritto riconosciuto in molti paesi europei, resta una questione apparentemente lontana da una positiva definizione. Il dibattito politico e giuridico sull’estensione del voto allo straniero si trascina irrisolto ormai da diversi anni. La legge dal punto di vista formale ha dato il suo contributo; punto di partenza è la Turco-Napolitano in quanto ha posto l’attenzione al problema.
Tuttavia, il cittadino straniero seppur residente in Italia, ad oggi non può votare alle elezioni locali in quanto il nostro paese ha ratificato attraverso la legge 8 marzo 1994, n. 206 la Convenzione di Strasburgo del 1992 inerente la partecipazione degli stranieri alla vita pubblica a livello locale, ma non il capitolo C relativo ai diritti di elettorato posti in essere nella Convenzione.
A fronte del problema per cui al cittadino straniero regolarmente residente nel nostro paese manca il diritto politico, vengono esaminati nel quarto capitolo i vari istituti a livello nazionale, regionale e locale che permettono la partecipazione politica o meglio l’auto-organizzazione dei cittadini stranieri.
Il lavoro si conclude con una breve indagine sulle politiche locali in tema di partecipazione dei migranti e di servizi che i comuni mettono a disposizione dei cittadini stranieri legalmente residenti in Italia.

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1 Introduzione. «La cittadinanza è un confine in movimento, l’esito di un processo attraverso cui gruppi, diritti, equilibri di una società continuamente si ridefiniscono 1 ». La cittadinanza, provando a formulare una frase ad effetto, è passato, presente e futuro dell’uomo. La concezione dei diritti di cittadinanza, dopo i tragici fatti dell’11 settembre, è cambiata, in particolar modo verso chi cittadino (in senso di appartenente ad uno Stato non è). Lo scopo di questo lavoro è quello di descrivere le varie tappe del processo di cittadinanza, esaminando i processi della comunità politica e istituzionale sia a livello internazionale, europeo e nazionale con un accento particolare alla questione di chi non è appartenente ad una comunità politica, ovvero quelle persone definite come “stranieri”. Con appartenenza a una comunità politica intendo, secondo la definizione proposta dalla filosofa politica Seyla Benhabib, «i principi e le pratiche volte a integrare stranieri e forestieri, immigrati e nuovi arrivati, rifugiati e richiedenti asilo, nei sistemi politici esistenti» 2 . I moderni Stati-nazione attualmente hanno nella propria agenda sia il problema di selezionare chi può entrare nei i confini territoriali statali, sia quello di come integrare, con la popolazione autoctona, chi già è all’interno dello Stato. Per questo a proposito di integrazione, prendendo esempio da Stati di vecchia immigrazione come U.S.A. e Canada, molti Stati di nuova immigrazione tra cui l’Italia, studiano nuove politiche pubbliche di gestione della società multiculturale. Va comunque rilevato che nel disporre la questione dell’appartenenza e quindi nello stabilire le politiche della cittadinanza formale, lo Stato-nazione è ancora l’unico decisore. D’altra parte, anche se lo Stato-nazione decide attraverso la legge l’appartenenza dei propri cittadini ma anche le modalità di ingresso e di uscita, 1 Cit. lett., George Fredrickson, Il mito americano dell’integrazione, articolo apparso sulla Repubblica, martedì 15 agosto 2006, pag. 39. 2 Cit. lett., Seyla Benhabib, I diritti degli altri. Stranieri, residenti, cittadini, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2004, Introduzione pag. 1.

Laurea liv.II (specialistica)

Facoltà: Scienze Politiche

Autore: Cesare Benazzi Contatta »

Composta da 183 pagine.

 

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