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L'autobiografia come cura di sé

Informazioni tesi

  Autore: Simona Mollica
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli Studi di Parma
  Facoltà: Psicologia
  Corso: Scienze del comportamento e delle relazioni interpersonali e sociali
  Relatore: Gianluca Barbieri
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 51

La mancanza di senso della vita rappresenta uno dei molteplici aspetti della sofferenza umana a livello esistenziale che si manifesta nel dolore fisico e psichico, nel timore della morte e nell’angoscia derivata da una vacuità di significati e valori, producendo un subdolo disagio esistenziale. Tuttavia bisogna considerare che il disagio spesso, se ben compreso ed accettato, può essere stimolo alla conoscenza di sé e al miglioramento continuo nel rapporto con gli altri e nella comunicazione.
Le potenzialità dell’autobiografia e del racconto di sé sono sviluppate quando la narrazione diviene scrittura che stimola delle consuetudini introspettive e autoconsapevoli, suscitando quella sorta di ripiegamento riflessivo sul proprio sé interiore.
La scrittura della propria vita, apre la psiche al mondo esterno e all’io interiore, stimolando processi di autoriflessione, cosicchè la rielaborazione delle dinamiche riflessive permetta al narratore sempre nuove evoluzioni psichiche, riassorbendo e trasformando pensieri, sentimenti, sensazioni e stati d’animo, in un processo naturale di esperienze vissute e intuizioni, e salvaguardando tutta la ricchezza della comunicazione interpersonale.
L’esperienza della scrittura rappresenta un’area di confine che crea una sorta di dialettica tra vita privata e mondo esterno.
Sono in particolare gli scritti autobiografici che attaccano la morte come distruzione della memoria e del ricordo nell’oblio, appunto perchè subentra in essi il tentativo di contrastare la scomparsa assoluta. La scrittura autobiografica diventa un antidoto, una strategia per rubare alla morte la sua aura spaventosa, nella paura di essere dimenticati, nel timore dell’oblio che non lascia più niente di sé. Ma non è solo questa la funzione a cui adempie la scrittura autobiografica, in quanto essa genera soprattutto effetti benefici, catartici tanto quanto il lavoro artistico, teatrale e psicodrammatico.
La scrittura così al contempo smaschera e rimaschera, ci fornisce quello sdoppiamento che può rendere meno tragica la solitudine. Ci consente di ricomporre, di riunificare e di ridisegnare la propria vita.

Nel mio lavoro di tesi mi pongo come obiettivo quello di fornire una visione panoramica di quello che ormai è diventato un genere letterario e filosofico insieme, esponendo nei tre capitoli, i concetti principali relativi alle origini, alle funzioni e alle applicazioni di tale genere in ambito psicologico e psicoterapeutico.
La prima parte della tesi viene dedicata ad un excursus storico del termine nella sua declinazione letteraria, partendo dalle tracce elleniche fino ad arrivare alla contemporaneità delle teorie di Duccio Demetrio, uno degli autori che ha indagato questa particolare forma di rappresentazione soggettiva nella sua dimensione di genere letterario.
Il secondo capitolo verterà più sulle funzioni e sulle qualità intrinseche alla scrittura stessa, focalizzandoci sia sulle motivazioni che ci spingono ad intraprendere un’autobiografia, sia sugli effetti di cui possiamo beneficiare nel momento in cui scriviamo. Verranno quindi esaminati i punti di forza della scrittura, ma anche le accuse mosse a quest’ultima, con ulteriori approfondimenti rispetto ai concetti che rappresentano il contenuto di tali accuse.
Infine il terzo capitolo si occuperà di evidenziare il rapporto tra clinica e autobiografia, approfondendo l’importanza della scrittura come strumento di ausilio alla psicoterapia, ma anche il ruolo di strumento di guarigione, che essa ricopre per alcune correnti teoriche.

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INTRODUZIONE La mancanza di senso della vita rappresenta uno dei molteplici aspetti della sofferenza umana a livello esistenziale che si manifesta nel dolore fisico e psichico, nel timore della morte e nell’angoscia derivata da una vacuità di significati e valori, producendo un subdolo disagio esistenziale. Tuttavia bisogna considerare che il disagio spesso, se ben compreso ed accettato, può essere stimolo alla conoscenza di sé e al miglioramento continuo nel rapporto con gli altri e nella comunicazione. Le potenzialità dell’autobiografia e del racconto di sé sono sviluppate quando la narrazione diviene scrittura che stimola delle consuetudini introspettive e autoconsapevoli, suscitando quella sorta di ripiegamento riflessivo sul proprio sé interiore. La scrittura della propria vita, apre la psiche al mondo esterno e all’io interiore, stimolando processi di autoriflessione, cosicchè la rielaborazione delle dinamiche riflessive permetta al narratore sempre nuove evoluzioni psichiche, riassorbendo e trasformando pensieri, sentimenti, sensazioni e stati d’animo, in un processo naturale di esperienze vissute e intuizioni, e salvaguardando tutta la ricchezza della comunicazione interpersonale. L’esperienza della scrittura rappresenta un’area di confine che crea una sorta di dialettica tra vita privata e mondo esterno. Sono in particolare gli scritti autobiografici che attaccano la morte come distruzione della memoria e del ricordo nell’oblio, appunto perchè subentra in essi il tentativo di contrastare la scomparsa assoluta. La scrittura autobiografica diventa un antidoto, una strategia per rubare alla morte la sua aura spaventosa, nella paura di essere dimenticati, nel timore dell’oblio che non lascia più niente di sé. Ma non è solo questa la funzione a cui adempie la scrittura autobiografica, in quanto essa genera soprattutto effetti benefici, 5

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