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Dov'è finita la realtà? Indagine sulla derealizzazione feticistica, spettacolare e simulatoria del mondo e dell'uomo da Adorno a Baudrillard

Informazioni tesi

  Autore: Chiara Da Riva
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli Studi di Padova
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Filosofia teoretica, morale, politica ed estetica
  Relatore: Giovanni Gurisatti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 226

Questo lavoro propone un’indagine a più voci sul processo di dissolvimento del reale e del genere umano operante nelle società occidentali postmoderne.
Il proliferare di feticci e simulacri all’interno di un mondo spettacolarizzato, la sensazione di perdita della realtà in seguito a un balzo nella virtualità, le metamorfosi sociali nei rapporti degli individui con il mondo esterno e tra di loro, sono temi che si intrecciano nel pensiero di autori che tentano di sfidare la complessità e la problematicità dell’epoca contemporanea.
Si cercherà quindi, in questo percorso, di ricostruire le tappe di un cammino che ha portato progressivamente alla risoluzione e alla ri-creazione della realtà in un sistema di segni autoreferenziali che, svincolati da ogni referente originario, si combinano tra loro in un gioco continuo e infinito di rimandi, al di sotto del quale non si cela più nulla.
Nel primo capitolo si vedrà come Theodor Adorno, autore della Dialettica dell’illuminismo, individui nel concetto di industria culturale operante nel sistema dei nuovi mezzi di comunicazione di massa, il primo passo verso la produzione di una realtà artificiale, fabbricata, che s’impone come apologeta dell’ideologia vigente all’interno delle società tardo-capitalistiche del secondo dopoguerra.
La vita umana comincia a essere pensata e vissuta secondo criteri industriali: alienati nel consumo delle merci che è loro imposto, gli individui vengono spossessati della loro esistenza e del loro rapporto personale e originale con il mondo. A ciò contribuisce il nascente apparato massmediatico e, in particolar modo, la televisione, lo strumento più potente dell’industria culturale.
L’analisi dettagliata dei meccanismi soggiacenti la logica mistificatoria della televisione, e delle conseguenze che la sua introduzione comporta nella società, viene approfondita nel secondo capitolo. Qui, seguendo le penetranti riflessioni del filosofo tedesco Günther Anders, si rende evidente il capovolgimento epocale nel rapporto tra l’uomo e il mondo cui questa dà origine.
L’individuo infatti, incontrando ora per la prima volta la realtà esterna nella propria casa, viene dissuaso dal ricercare autonomamente il proprio personale contatto con essa, semplicemente questa gli viene messa a disposizione come una merce tra le altre di cui fare uso, e con la quale intrattenersi. Egli non le appartiene più, ne è soltanto un consumatore. Ciò di cui fruisce però, non sono dei veri e propri eventi, piuttosto i loro fantasmi, ossia gli spettri dei fatti privati di ogni relazione esperienziale con il singolo che li percepisce al di là dello schermo.
L’intera società appare così immersa in un processo di spettacolarizzazione che ne costituisce la struttura profonda e del quale la televisione e i mezzi di comunicazione di massa rappresentano la manifestazione più evidente.
Il concetto di spettacolo proposto dal filosofo francese Guy Debord viene analizzato nel terzo capitolo. Tale nozione si rivela fondamentale per carpire l’architettura di una società in cui la merce occupa ormai totalmente la vita degli individui e diventa l’obiettivo indiscusso del sistema economico, nonché il principio secondo il quale vengono ridefiniti i rapporti sociali. Svincolata dalla finalità del soddisfacimento dei bisogni umani, la merce si distacca progressivamente dalla propria componente materiale e consumabile per affermarsi come segno astratto, che diviene un simbolo cui il consumatore si rivolge come ad un feticcio.
Il quarto e il quinto capitolo sono dedicati all’analisi delle riflessioni del filosofo francese Jean Baudrillard, che sviluppa ulteriormente la teorizzazione della società spettacolare sostituendo alla possibilità della rappresentazione ideologica del mondo la dissoluzione dello stesso in un modello iperreale.
La condizione di “utopia realizzata”, in cui ogni settore dell’esistenza sociale e individuale si affrancherebbe dal proprio referente originario per gravitare liberamente in un universo semiologico, determina secondo Baudrillard, la fine dei referenziali di produzione, di significazione e di sostanza. La realtà che Adorno riteneva essere stata mercificata e che si risolveva per Debord in un sistema di segni diventa, con il filosofo francese, un gioco di simulacri.
Nel quinto capitolo infine, sulla base di tali presupposti, si espone la singolare chiave di lettura attraverso cui Baudrillard analizza alcuni dei conflitti contemporanei in cui è coinvolto l’Occidente: la guerra in Bosnia, il conflitto del Golfo, la rivoluzione rumena rappresentano per l’autore esempi illuminanti per comprendere la realtà in cui viviamo, nonché la complessità di eventi che non riescono a convincere della loro esistenza.
Da ultimo, il fenomeno del terrorismo conclude la sua produzione teorica, affermandosi come atto estremo di sfida simbolica nei confronti del tentativo egemonico occidentale di allineare ogni singolarità alla “perfezione” del proprio modello.

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1. L’INDUSTRIA CULTURALE SECONDO ADORNO: NASCITA ED EVOLUZIONE 1. L’origine della cultura e della comunicazione di massa Il germe di un modo nuovo, in totale discontinuità rispetto al passato, di leggere, percepire ed esperire la realtà, nei cui sviluppi estremi ci muoviamo attualmente, può essere ravvisato nella nozione di “industria culturale” proposta da Adorno e Horkheimer in quella che forse è la loro opera piø significativa e nota: la Dialettica 1 dell’illuminismo. Il testo, scritto nel periodo dell’emigrazione americana ed edito nel 1947, riflette criticamente la realtà della società capitalistica negli Usa degli anni Trenta e Quaranta, inserendola all’interno di un nucleo teoretico piø ampio che si propone di mostrare come il percorso della civiltà occidentale sia la storia di un cammino di razionalizzazione che non riesce a tradursi in compiuta razionalità. Per Adorno e Horkheimer l’illuminismo diventa un progetto storico-universale della specie umana, nel quale la specie simultaneamente crea se stessa e prepara la sua propria distruzione; il suo scopo ultimo è la libertà sociale, la felicità e l’indipendenza dell’individuo, ma la sua logica segreta mira all’estinzione del soggetto autoliberantesi e all’incremento della soggezione sociale e della 2 costrizione. 1 T. W. ADORNO, M. HORKHEIMER, Dialettica dell'illuminismo, trad. it. di L. Vinci, Einaudi, Torino, 1966. Questo testo è il risultato delle riflessioni emerse in seguito ad un lavoro collaborativo e di contaminazione tra i contributi dei due autori, tuttavia il capitolo sull’industria culturale di cui ci si occuperà in questa sede è da attribuirsi ad Adorno. 2 A. WELLMER, Critical Theory of Society, trad. ing. di J. Cumming, The Seabury Press, New York, 1974, cit. in S. PETRUCCIANI, Ragione e dominio: l’autocritica della razionalità occidentale in Adorno e Horkheimer, Roma, Salerno, 1984, p. 29. 9

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