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Il panico: un approccio integrato

Informazioni tesi

  Autore: Beatrice Segalini
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2010-11
  Università: Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano
  Facoltà: Psicologia
  Corso: Psicologia
  Relatore: Enrico Molinari
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 106

Sintomo di un malessere sociale diffuso che caratterizza il nostro tempo, il panico si rivela essere un disagio, a volte insostenibile, che si ribella ad ogni semplificazione diagnostica e categoriale.
Citando F.M. Dostoevskij [1989]: “a volte l’uomo è straordinariamente, appassionatamente, innamorato della sofferenza”.In Memorie del Sottosuolo, l’autore scrive: “Fra l’altro io sono convinto che alla vera sofferenza l’uomo non rinuncia mai. La sofferenza è l’unica fonte di consapevolezza. E sebbene all’inizio io abbia ammesso che la consapevolezza è la più grande disgrazia per l’uomo, io so però che l’uomo l’ama e non la scambierebbe con nessun genere di soddisfazione.” [1989, p.40].
Il sintomo, in realtà, è anche un'abbagliante apertura alla vita, una possibilità di riscrivere la propria storia, di ricostruire il percorso per ritrovare il proprio posto nel mondo.
Pertanto, le linee di riflessione che nascono dalla Teoria della Complessità di Edgar Morin consentono di cogliere il senso profondo di una realtà psicopatologica così sfaccettata e polimorfa.
L’aspetto che si pone in tutta la sua urgenza trattando del panico è prima di tutto la sofferenza, la paura, l’angoscia, fino allo sfociare in un disturbo vero e proprio, nella patologia.
Tuttavia, l’attacco è da leggere anche come l’esteriorizzazione di un messaggio che guida in una trasformazione di vita fondamentale e positiva.
I primi due capitoli di questo lavoro sono un’argomentazione sul panico, in un’ottica di complessità, che considera l’influenza sulla nostra esistenza del contesto storico e del mondo simbolico che costituisce la cultura umana del momento in cui viviamo; il terzo capitolo è la proposta di un intervento terapeutico nel DP.
Nello spazio dei possibili approcci psicoterapeutici, ho scelto poi di approfondire il Cognitivo-Comportamentale, la Psicofarmacologia impiegata nel Disturbo di Panico e l’approccio EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) ideato dalla psicologa statunitense Francine Shapiro a partire dal 1987, per intervenire su disagi che possano essere collegati ad esperienze traumatiche di diversa natura e che conservano un’influenza sulla vita della persona.
Il quarto capitolo del mio lavoro è proprio una riflessione sulla produttività dell'integrazione tra differenti approcci teorici e di intervento terapeutico.
Per comprendere meglio dal punto di vista pratico il trattamento del panico, in conclusione del mio lavoro ho posto la mia intervista alla Dott.sa Elisa Faretta, Psicoterapeuta Supervisor e Facilitator Associazione Italiana EMDR, un protocollo di ricerca sul trattamento del disturbo di panico ancora in corso e la sintesi di alcuni Casi Clinici, in un discorso che privilegia sempre le caratteristiche della persona, alla quale adattare l’intervento terapeutico, mai il contrario.

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3 INTRODUZIONE Il motivo per il quale ci si appassiona e si decide di scrivere a riguardo di un argomento come il panico non è mai immediatamente chiaro. Inizialmente, si tratta di intuizioni confuse che, man mano, prendono forma scorrendo centinaia di articoli scientifici, pagine di manuali di psicologia e psichiatria.Ad un certo punto si delinea con forza che, in tutte queste pagine, si celano racconti di uomini e donne, di ogni età e contesto sociale, che hanno agito il loro sintomo come strategia per vivere come meglio era loro possibile. Il panico è parte della loro vita, nella singolarità della personalità di ognuno, è un messaggio che ci invita a guardare oltre, è un disagio contemporaneo che merita un‟attenzione che va aldilà della descrizione fenomenologica del Disturbo di Panico fornita dal DSM IV-TR.Sintomo di un malessere sociale diffuso, espressione della fragilità che caratterizza il nostro tempo, il panico si rivela essere un disagio, a volte insostenibile, che si ribella ad ogni semplificazione diagnostica e categoriale. Pertanto, le linee di riflessione che nascono dalla Teoria della Complessità consentono di cogliere il senso profondo di una realtà psicopatologica così sfaccettata e polimorfa. La lettura di Edgar Morin, filosofo e sociologo francese, padre del pensiero della complessità, ha illuminato il mio percorso in questa direzione. 1 Ricordando le sue parole: " Oggi vediamo che le scienze biologiche e fisiche sono caratterizzate da una crisi della spiegazione semplice. E di conseguenza quelli che sembravano essere i residui non scientifici delle scienze umane - l'incertezza, il disordine, la contraddizione, la pluralità, la complicazione ecc. - fanno parte oggi della problematica di fondo della conoscenza scientifica". E ancora: " La complessità è difficile. Quando si vive un conflitto interiore il conflitto può essere tragico: non è un caso se grandi menti hanno sfiorato la pazzia. Penso a Pascal, penso a Holderlin, penso a Nietszche , penso ad Artaud. Si tratta di convivere con la complessità e con la conflittualità cercando di non sprofondarvi dentro e cercando anche di non infrangerci contro di esse. In questo senso l'imperativo della complessità è ciò che chiamo la dialogica. " 2 1 Edgar Morin è noto per l'approccio transdisciplinare grazie al quale ha superato i confini tra varie discipline, trattando un'ampia gamma di argomenti. L'autore ha dedicato gran parte della sua opera ai problemi di una riforma del pensiero, affrontando le questioni centrali che pone alla base delle sue riflessioni sull'umanità e sul mondo: la necessità nella nostra epoca di una nuova conoscenza che superi la separazione dei saperi e che sia capace di educare ad un pensiero della complessità. 2 Cfr. Morin, 1983.

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