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L’Abruzzo nel Mezzogiorno d'Italia e nell'Unione Europea: analisi delle politiche di sviluppo per la regione

Informazioni tesi

  Autore: Paola D'orazio
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2007-08
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze per la cooperazione allo sviluppo
  Relatore: Cristina Brasili
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 190

Lo studio delle dinamiche dello sviluppo e del mancato sviluppo che portano all’esistenza di importanti divari socio-economici tra regioni che appartengono ad un’area territoriale considerata prospera, ricca, del cosiddetto “Nord del Mondo” quale è l’Unione Europea, è stato l’obiettivo principale di questa ricerca.
I persistenti divari, sia sociali che economici, tra le regioni del Nord e quelle del Sud, sia all’interno di un’Unione Europea sempre più ampia che all’interno del nostro Paese, sono noti a tutti da diverso tempo, tanto che la definizione di Mezzogiorno, solitamente utilizzata per indicare le regioni meridionali italiane in “ritardo di sviluppo”, è divenuta “famosa” in tutto il continente ed è stata utilizzata (spesso anche a sproposito) per indicare quelle situazioni di sottosviluppo di particolare gravità che affliggevano molti paesi europei collocati geograficamente a Sud.
LL’oggetto di questa tesi è stato lo studio delle politiche di sviluppo nazionali ed europee che dal secondo dopoguerra ad oggi hanno investito l’Abruzzo, in quanto regione considerata un caso di successo delle politiche regionali europee.
Nella prima parte è stato analizzato il contesto socio-economico meridionale, essendo il Mezzogiorno l’area storica di appartenenza della regione: è stato approfondito il periodo del cd. interventismo statale (Cassa per il Mezzogiorno, Partecipazioni Statali, Poli di sviluppo), il periodo della riforma degli interventi, fino ad arrivare alla Programmazione negoziata degli anni novanta. Successivamente, sono state esaminate le politiche di Coesione e dei Fondi Strutturali dell’Unione Europea, la loro evoluzione storica ed il loro impatto sulle regioni europee, con uno sguardo particolare a quello che è avvenuto nella regione Abruzzo.
Per comprendere le ragioni del successo abruzzese sono state analizzate le caratteristiche del sistema regionale e i documenti di programmazione regionale dal 1994 ad oggi. Infine, è stata compiuta una comparazione tra la performance della regione Abruzzo e quella di altre quattro regioni europee NUTS II: Southern and Eastern Ireland, Cataluña, Comunidad Valenciana, Andalucia (scelte in quanto regioni che al 1994 - considerato in questa tesi come l’anno di inizio dell’analisi dei Fondi Strutturali e delle programmazioni - si trovavano in condizioni strutturali e socio-economiche simili all’Abruzzo e rientravano nello stesso obiettivo di programmazione comunitaria). Ciò che è emerso è che l’Abruzzo, al contrario delle altre regioni meridionali, è stata in grado di giovare degli aiuti esterni provenienti sia dalle politiche nazionali sia da quelle europee, superando i suoi ritardi di sviluppo ed innescando un meccanismo di crescita autopropulsivo, che però si è arrestato nel 2000. Altro dato importante che risulta dall’analisi è che la regione non è ancora riuscita a superare le sue debolezze interne, caratterizzate dall’esistenza di un gap tra la zona costiera dinamica, produttiva e ricca ed un territorio interno e montano statico dove sono presenti gravi problemi occupazionali. Inoltre, è stato evidenziato che, considerando quadro di analisi europeo, il successo dell’Abruzzo in ambito nazionale viene offuscato dalle performance migliori di altre regioni europee, ad esempio della regione irlandese, che partiva da condizioni socio-economiche peggiori di quella abruzzese, dimostrando ancora una volta l’importanza dei fondi di aiuto extra-regionali (per l’Irlanda, oltre ai FS, importanti sono stati anche la PAC e il Fondo di Coesione) e la capacità delle regioni di creare un contesto macroeconomico in cui si possano verificare gli effetti positivi dei programmi di sviluppo.

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INTRODUZIONE I. Il “fascino” dello sviluppo “Lo sviluppo dipende non tanto dal trovare le combinazioni ottimali delle risorse e dei fattori di produzione dati, quanto nel suscitare e utilizzare risorse e capacità nascoste, disperse o malamente utilizzate” Hirshman A.O., Strategy of Economic Development Lo sviluppo ha da sempre attirato l’attenzione di studiosi di ogni branca del sapere (biologia, psicologia, economia, etc.), ognuna delle quali ha tentato di dare il proprio contributo per la definizione di questo concetto. Senza entrare nel merito delle definizioni di sviluppo, sembra opportuno chiarire, al fine dell’analisi che verrà condotta in questa tesi, come tale concetto può essere declinato in ambito sociologico ed economico. In economia i significati di sviluppo sono essenzialmente tre: la crescita, la trasformazione strutturale e il miglioramento del benessere collettivo (qualità della vita). L’idea più diffusa di sviluppo si basa, senza dubbio, sull’osservazione dell’aumento della produzione e del reddito di un’economia, misurato dal prodotto dei fattori localizzati in un paese (PIL), considerato quindi un indicatore dell’andamento dell’economia nel breve periodo. Se, invece, si considera uno spazio temporale più ampio, osservare la crescita del PIL non sarà sufficiente a stabilire l’esistenza o meno di un processo di sviluppo, che per definizione è un processo complesso che vede la partecipazione di diversi fattori socio-economici. Un altro approccio allo studio dello sviluppo economico si basa sul concetto di cambiamento strutturale: in questo caso si fa riferimento all’esperienza storica che dimostra che ad una crescita della produzione elevata e prolungata, per un rilevante periodo di tempo, si accompagnano dei mutamenti della struttura economica (la cosiddetta modernizzazione): il passaggio da un’economia tradizionale, vale a dire basata su artigianato e agricoltura e caratterizzata da scarso sviluppo della tecnologia, modesto impiego di capitale nella produzione, bassa produttività del lavoro, basso

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