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Dialogo tra psicoanalisi e neuroscienze. Un'ipotesi sul lavoro del sogno.

Nelle pagine di questo scritto abbiamo cercato di delineare un’ipotesi sul sogno che si ponesse in relazione da un lato con le teorizzazioni psicoanalitiche – il cui merito è anche quello di aver riscoperto l’importanza del sogno e di aver cercato di indicarne i contorni –, dall’altro con le scoperte neuroscientifiche, in particolar modo con le indagini sul ruolo dell’inconscio e della coscienza.
Partendo da Freud, il mondo della psicoanalisi ha subito differenti evoluzioni, e in questo elaborato è stata scelta una soltanto delle numerose vie di indagine che avrebbero portato alla luce aspetti rilevanti riferiti al sogno. Bion è sicuramente l’autore che ha segnato maggiormente l’indirizzo della nostra trattazione, fornendo spunti per ipotizzare nuovi sviluppi e nuove implicazioni del pensiero onirico, pensiero di cui lo psicoanalista è un esponente di riferimento.
Il quadro complessivo che emerge dalla nostra ipotesi è quello di un sogno vivo e vissuto, necessario alla nostra esistenza poiché assolve a compiti fondamentali di valutazione, integrazione ed elaborazione di informazioni che giungono sia dal mondo circostante, sia dal nostro mondo interno, in continua trasformazione. Per dirla con Bion, non smettiamo mai di sognare, poiché sognare è un’attività necessaria alla nostra mente (e al nostro cervello) per vivere.

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Dove stanno i Cimmeri c'è una spelonca dai profondi recessi, una montagna cava, dimora occulta del pigro Sonno, nella quale con i suoi raggi, all'alba, al culmine o al tramonto, mai può penetrare il sole: dal suolo, in un chiarore incerto di crepuscolo, salgono senza posa nebbie e foschie. Qui non c'è uccello dal capo crestato che vegli e chiami col suo canto l'aurora; e non rompono, col loro richiamo, il silenzio cani all'erta od oche più sagaci dei cani. Non si ode suono di fiere o di armenti, non di rami mossi da un alito di vento, non si ode alterco di voci umane. Vi domina il silenzio e quiete. Solo da un anfratto della roccia sgorga un rivolo del Lete, la cui acqua scivola via mormorando tra un fruscio di sassolini e concilia il sonno. Davanti all'ingresso dell'antro fiorisce un mare di papaveri e un'infinità di erbe, dalla cui linfa l'umida Notte attinge il sopore per spargerlo sulle terre immerse nel buio. In tutta la casa non v'è una porta, perché i cardini girando non stridano; nessuno sta di guardia sulla soglia. Al centro della grotta si alza un letto d'ebano imbottito di piume del medesimo colore e coperto di un drappo scuro, dove con le membra languidamente abbandonate dorme il nume. Tutto intorno giacciono alla rinfusa, negli aspetti più diversi, le chimere dei Sogni, tante quante sono le spighe nei campi, le fronde nei boschi, o quanti i granelli di sabbia spinti sul lido. Quando la vergine vi entrò, scostando con le mani i Sogni per poter passare, al fulgore della sua veste s'illuminò la sacra dimora, e il nume, schiudendo a malapena gli occhi appesantiti dalla sonnolenza, e ancora ancora ricadendo, con il mento che ciondoloni gli sbatteva in alto contro il petto, riusci finalmente a scuotersi e, sollevandosi sul gomito, chiese, avendola riconosciuta, perché mai fosse venuta. E lei: 3

Laurea liv.II (specialistica)

Facoltà: Psicologia

Autore: Chiara Merighi Contatta »

Composta da 80 pagine.

 

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