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Mafia e quotidiani: i casi di «La Repubblica» e «Il Giornale»

L’elaborato finale propone di analizzare il rapporto oscuro e delicato che intercorre tra l’organizzazione criminale Cosa Nostra e i quotidiani nazionali «La Repubblica» e «Il Giornale».
Dopo un primo approccio alla storia di Cosa Nostra, si è scelto di affrontare in particolar modo le relazioni che essa stringe con la politica; si è visto come l’organizzazione si sia prima appoggiata alla Democrazia cristiana e successivamente al movimento politico Forza Italia.
Si è partiti dalla strage di Capaci come evento culmine che ha cagionato la messa in moto di alcuni procedimenti giudiziari di notevole valore storico, politico e morale. Sono stati dunque studiati tre casi: il processo a Giulio Andreotti, il processo a Marcello Dell’Utri e le archiviazioni nei confronti di Silvio Berlusconi.
L’analisi di questi è stata completata attraverso lo studio di articoli pubblicati dalle due testate nazionali, affinché si potesse comprendere in che modo le due redazioni avessero scelto di trattare tali argomenti, quanto spazio vi avessero riservato all’interno del giornale e quali toni fossero stati adoperati. In tal modo si è potuto capire quale fosse l’atteggiamento dei quotidiani nei confronti di Cosa Nostra, dei suoi affiliati e dei suoi referenti politici.
Tra i due quotidiani in esame si è riscontrata una forte divergenza, le condotte delle due redazioni sono apparse differenti, conseguenza questa delle opposte linee politiche e delle diverse linee editoriali. Il rapporto di stretta dipendenza dei giornalisti dal proprio editore, ben in evidenza nel caso de «Il Giornale», ha inoltre sottolineato una profonda crepatura nel giornalismo italiano.

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21 Capitolo 2 La strage di Capaci Il 23 maggio 1992 avviene l’epilogo della storia di un uomo capace di infliggere cocenti sconfitte 52 a Cosa Nostra. La mafia odiava Giovanni Falcone, il giudice che da anni aveva mostrato un’abile competenza nel rintracciare legami e vincoli tra uomini d’onore, colui che aveva compreso Cosa Nostra, che era diventato un’incommensurabile memoria storica. All’interno di un piano destabilizzante più ampio, Cosa Nostra porta a termine un progetto delittuoso a danno del magistrato più protetto d’Italia e lo fa attraverso la messa in scena della propria forza militare. Ci vorranno anni prima di comprendere chi sono i responsabili di una strage che ha stroncato le vite di cinque uomini, e servirà coraggio per individuare il movente di un delitto che pare non essere semplicemente mafioso. Capitolo 2.1 La cronaca Il 1992 rappresenta il culmine della sfida di Cosa Nostra allo Stato; Giovanni Falcone appariva allora come il suo nemico storico, il primo magistrato che era riuscito a comprendere il fenomeno mafioso, a prevederne mosse e strategie 53 . La mafia aveva già tentato di dissuaderlo dal portare avanti una lotta che lo avrebbe reso, prima o poi, un uomo morto. Falcone era consapevole del fatto che occuparsi di mafia significasse procedere su un territorio minato 54 . Già il 21 giugno 1989 cinquantasette candelotti di dinamite 55 erano stati piazzati tra gli scogli davanti alla sua villetta estiva all’Addaura (Pa), ma fortunatamente uno scrupoloso agente della scorta aveva impedito la strage. Il fallito attentato accertò la presenza di una talpa al Palazzo di Giustizia di Palermo, poiché nessuno poteva sapere che Falcone si sarebbe trovato lì quel giorno, se non 52 F. La Licata, Storia di Giovanni Falcone, Feltrinelli, 2003, pag. 19. 53 S. Lodato e P. Grasso, La mafia invisibile. La nuova strategia di Cosa Nostra, Milano, Arnoldo Mondadori, 2001, pag. 104. 54 G. Falcone, Cose di cosa nostra, a cura di M. Padovani, Milano, Rizzoli, 1991, pag. 45. 55 G. Ayala, Mafia: album di cosa nostra, a cura di F. Cavallaio, Milano, Rizzoli, 1992, pag. 242.

Laurea liv.I

Facoltà: Scienze Umanistiche

Autore: Federica Pizzuto Contatta »

Composta da 90 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.