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Discriminazione, stigma e violenza su donne in stato di reclusione. Il caso di Santa Martha Acatitla e Tepepan, Messico, D.F.

Informazioni tesi

  Autore: Virginia Venneri
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2008-09
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Antropologia culturale ed etnologia
  Relatore: Francesco Zanotelli
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 273

L'oggetto della ricerca è stata l'analisi antropologica dei complessi meccanismi di stigmatizzazione, violenza e discriminazione, che colpiscono il corpo e la soggettività della donna in situazione di detenzione.
La vivenza individuale di ognuna di loro, rappresenta una problematica sociale, dal momento che riflette ed è testimone dei processi di costruzione e mantenimento delle identità di genere.
L'esistenza in carcere, non mi è sembrata altro che la concentrazione ed intensificazione, in uno spazio ristretto, di un vissuto che vede la donna collocata in un' interminabile condizione di negazione della propria specificità ed individualità.
La famiglia, l'istituzione giudiziaria e l'apparato disciplinare carcerario, il gruppo sociale, agiscono su di lei quali forze coercitive, che la spingono a ricoprire identità vulnerabili e sottomesse, sottraendole opportunità ed alternative, forse con l'obiettivo di riconformarla all'ordine sociale, e comunque di punirla perchè se ne è allontanata.
La donna in questo contesto è attraversata da una serie di meccanismi di violenza, inferiorizzazione, esclusione, discriminazione, emarginazione e vulnerabilizzazzione, che sono il prodotto incrociato di difficili appartenenze....di classe e di genere.

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5 INTRODUZIONE. MOTIV AZIONI. Questa ricerca ha avuto origine da un‟inquietudine personale attorno la figura femminile, impigliata nelle maglie della giustizia penale. Tale interesse sorse qualche anno fa, quando in Italia una donna venne processata per la morte del proprio bambino: aveva dimenticato il figlio di pochi mesi in auto, per ore, sotto il sole! L‟immagine della vita di questa donna, diffusa dai mass media, la voleva da sola a far fronte a tutte le incombenze che una casa, un lavoro ed una famiglia comportavano. Un marito ammalato, i tre figli ancora piccoli, ed un lavoro sulle spalle. Così quel giorno, dopo aver sbrigato di prima mattina le faccende domestiche, aver portato i figli maggiori a scuola ed accudito il marito, invece di portare il più piccolo all‟asilo, si diresse direttamente al lavoro, dimenticandolo in macchina. È facile immaginare il forte stress che questa donna stava vivendo, quotidianamente, da chissà quanto tempo...Ciò però non impedì all'opinione pubblica di sollevarsi con sdegno contro questa madre. Come poteva una madre dimenticare il proprio bambino? Come aveva potuto ucciderlo? Realmente stupita da tali reazioni, molte delle quali provenienti da altrettante donne, madri e lavoratrici anch‟esse, mi domandai allora se lo stesso biasimo, tanto violento nei confronti di una donna (o meglio di una madre giacché la reazione era contro la figura materna), fosse stata lo stesso se al posto di una lei ci fosse stato un lui. Nel mio anno di interscambio accademico presso la UNAM (Universidad Autonoma de México), grazie al programma Overseas, ebbi modo di familiarizzare con alcuni testi circa le condizioni femminili all'interno delle carceri messicane, da qui la decisione di affrontare la tematica della stigmatizzazione, discriminazione e violenza verso la donna in stato di reclusione, scegliendo come campo i due reclusori femminili del Distrito Federal: Santa Martha Acatitla e Tepepan.

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antropologia applicata
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discriminazione
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donne e carcere
gender studies
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