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Devianze e crimini informatici: the new crimes. Aspetti pedagogici e nuove prospettive.

Informazioni tesi

  Autore: Angelo Cacciapaglia
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli Studi di Bari
  Facoltà: Scienze della Formazione
  Corso: Programmazione e gestione dei servizi educativi e formativi
  Relatore: Angela Muschitiello
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 151

Nella presente tesi è stato affrontato il problema attuale quanto contemporaneo delle devianze e dei crimini informatici, nonché le strategie di contrasto, di intervento e prevenzione in prospettiva pedagogica.
L’avvento di Internet e la nascita dell'ICT ha determinato considerevoli effetti sociali, fra tutti quello dell’accelerazione dei processi di diffusione culturale e l’emergere di nuovi pericoli.
Di conseguenza, il ruolo assunto dalle nuove tecnologie nell’organizzazione delle società, porta ad individuare nella “devianza informatica” uno dei grandi problemi sociali dell’era moderna, e nella “criminalità tecnologica” uno dei pericoli più preoccupanti del millennio. Due concetti questi, che seppure differenti, molto spesso si intersecano rendendosi indistinguibili.
Per comprendere appieno il rischio insito nei crimini informatici, sarà necessario proiettarsi in quello viene definito “settimo continente”: un mondo virtuale che si sovrappone a quello tradizionale, in cui è difficile identificarne i confini e nel quale la percezione del “sé individuale e collettivo” assume significati inattesi.
In questo settimo continente, la difficoltà di analisi è proprio dovuta al fatto che la criminalità informatica è in gran parte dissimulata, quindi non vi è una diretta interazione tra l’autore e la vittima.
Nella maggior parte dei casi, infatti, non si è davanti né a un marginale né a un disadattato, bensì ad un soggetto ben integrato nell’ambiente sociale e professionale. Come dimostrano le ricerche, nella “placenta tecnologica” avviene una dispercezione dell’illegalità.
Strettamente connesso a ciò, è il fenomeno del cyberbullismo o “bullismo online”, che conferma come, la percezione tecnomediata e distorta, soprattutto nei giovani, accresca il processo d’indebolimento delle rèmore etiche, favorendo la migrazione e la mutazione di realtà del mondo tradizionale.
Infatti la violenza fisica viene sostituita da un’elaborata persecuzione psicologica a colpi di mail o insulti tramite social network, dove ci si sente legittimati ad assumere atteggiamenti devianti, poiché si vestono i panni di “un’altra persona” che “gioca” attraverso pseudonimi.
La ricetta pedagogica più significativa sembra passare attraverso l’analisi di tre macrocategorie: Comunicazione, bisogni ed educazione.
Per quanto concerne gli studi su giovani hacker, la percezione tecnomediata, si estrinseca in motivazioni “ludiche” o “comunicative”.
Nelle prime, il reato è commesso nel tentativo di aumentare l’autostima, dimostrando a sé e agli altri la perizia acquisita in campo informatico, diversamente, come “strumento privilegiato” per stabilire una comunicazione “a livello paritetico” con il mondo degli adulti, dai quali si è trattati con “sufficienza” perché non direttamente implicati nei processi produttivi.
Nel considerare i dati giurisprudenziali sul fenomeno hacker, che stimano intorno al 4% l’incidenza dei reati informatici rispetto ai c.d. reati classici, è stata proposta una seconda lettura che, attraverso la teoria dell’Etichettamento, sposta lo studio della devianza dall’attore e dall’atto verso l’opinione pubblica.
Di conseguenza, la “devianza” viene considerata come una “creazione” di quei gruppi sociali che stabiliscono le norme e ne controllano l’applicazione,
ed etichettano come “outsider” chi le infrange.
Rileggendo i reati informatici, si intuisce che il parlare di comportamenti “oltre il limite” può significare non soltanto che si sono valicate le “colonne d’Ercole” della convenzione sociale, ma anche che è stato “spostato” il limite stesso.
È proprio in questo spazio variabile e conflittuale tra legalità ed illegalità che i diversi attori cercano di inserirsi per ampliare o restringere l’area delle azioni penalmente rilevanti in campo informatico e telematico.
Dato interessante è che il soggetto principe nella “costruzione” del criminale informatico non è la giurisprudenza o il relativo processo normativo, bensì i c.d. stakeholders, i quali, definendo illegale ciò che è improduttivo, influenzando la creazione e l’applicazione di norme penali.
Il risultato di questa “caccia alle streghe digitali” ha quindi portato ad uno spostamento semantico e alla sovrapposizione linguistica dei termini “criminale informatico” e “hacker”.
In conclusione, emerge un dato inequivocabile: le possibilità offerte dal “mezzo Internet” appaiono infinite, così come infinite sono le sue “controindicazioni”.
Solo dei mirati percorsi educativi possono ampliare la propria “percezione del mondo”, attraverso la maturazione della c.d. “competenza mediale”, per imparare a gestire le nuove tecnologie come “valore aggiunto”, e non sostitutivo, della propria formazione socio-culturale, come armamentario per l’elevazione del “senso critico” del soggetto e non terreno fertile per moltiplicare i reati.
Del resto, la differenza tra schiavo e padrone sta proprio nel numero di parole conosciute.

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“ “I I f fo ou ug gh ht t t th he e l la aw w ( (a an nd d t th he e l la aw w w wo on n) )” ” The CLASH “the only band that matters” (Sonny Curtis cover)

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Parole chiave

bullismo online
criminalità informativa
cyberbullismo
devianza informatica
etichettamento
hackers
illegalità
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pericoli
problema sociale
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