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Il fenomeno dello stalking e la disciplina normativa

Informazioni tesi

  Autore: Maria Concetta Favata
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli Studi di Catania
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Programmazione e gestione delle politiche e dei servizi sociali
  Relatore: Enrico Lanza
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 117

Le molestie assillanti, che possono colpire tanto le donne quanto gli uomini, colpiscono per lo più le donne. Le persone più a rischio sono quelle che svolgono le cosiddette professioni di aiuto.
Le condotte in cui si sostanzia lo stalking sono nella maggior parte dei casi delle azioni che prese singolarmente possono apparire del tutto insignificanti, ma per colui il quale ne è vittima rappresentano una vera e propria persecuzione che ne impedisce o limita fortemente ogni normale svolgimento della vita di relazione. Viste nel loro insieme, le condotte di stalking configurano una gravissima invasione della sfera personale della vittima che si trova costretta a cambiare le proprie abitudini di vita, a cambiare lavoro, abitazione, numero di telefono, a vivere un’esistenza continuamente condizionata dalla presenza del molestatore che esercita su di essa un potere destabilizzante, determinando quindi un disagio fisico, morale e psicologico. Spesso inoltre questi comportamenti possono essere preludio o accompagnare aggressioni ben più gravi fino all’uccisione della persona oggetto delle molestie.
Lo stalking nasce e si alimenta da equivoci ed incomprensioni nei rapporti interpersonali, dalla non accettazione dell’atteggiamento altrui, da difetti di comunicazione o dalla volontà del molestatore di imporre sull’altra persona un particolare tipo di rapporto, indesiderato per chi ne è il destinatario.
Lo stalker tende a diventare schiavo del suo progetto, tanto da non riuscire a decodificare i feedback altrui. Nella maggior parte dei casi, il fatto di non ricevere dal proprio interlocutore le risposte desiderate induce il persecutore ad adottare dei comportamenti sempre più pesanti ed invasivi, sino a giungere a strategie persecutorie violente e pericolose.
In Italia, per ragioni culturali e sociali, la valutazione della fattispecie di reato di stalking è stata estremamente lenta; anche a causa del velo di silenzio calato dalle stesse vittime. Nel nostro Paese, infatti, il comportamento dello stalker è stato spesso accettato e considerato normale, nonostante i forti effetti psicologici sul destinatario ed il concreto rischio di violenze.
Fino all’approvazione del decreto legge 23 febbraio 2009 n. 11, recante misure contro gli atti persecutori, che introduce la nuova figura di reato e appronta validi strumenti di tutela giudiziaria e stragiudiziale in favore della vittima, i comportamenti persecutori erano inquadrati come molestie (art. 660 c.p.), violenza privata (art. 610 c.p.) o ancora come minacce (art. 612 c.p.).
Non era agevole scrivere la nuova fattispecie criminosa vista la complessità del fenomeno in esame. Il percorso per giungere all’attuale legge n. 38/2009, che introduce nel nostro ordinamento il reato di atti persecutori, è stato lungo e complesso. È a partire dal 2004 che al nostro Parlamento sono stati presentati diversi progetti di legge.
La proposta di legge presentata dai ministri Carfagna e Alfano ha dato inizio all’iter che portò nel 2009 alla definitiva approvazione del d.l. 11/2009, convertito in legge 38/2009, che ha introdotto nel nostro codice penale il nuovo articolo 612-bis, rubricato “atti persecutori”.
La nuova fattispecie di reato permette di colmare quella lacuna normativa che poneva le istituzioni italiane in una condizione di impotenza nel fronteggiare un fenomeno così complesso come lo stalking.
Con il presente lavoro si vuole esaminare il fenomeno dello stalking in tutta la sua complessità.
Il lavoro è suddiviso in tre capitoli.
Nel primo capitolo ci si sofferma sugli aspetti sociali e psicologici che costituiscono lo stalking. Si ripercorrono alcune ricerche sul fenomeno e vengono messe in evidenza le caratteristiche degli stalker. Per esaminare infine il fenomeno dal punto di vista della vittima, delle conseguenze psicologiche e sociali subite da quest’ultima e delle strategie che possono aiutare le vittime a reagire alla persecuzione.
Obiettivo del secondo capitolo è quello di ripercorrere l’iter legislativo seguito dal reato di atti persecutori nel nostro Paese. Si inizia con l’analisi degli articoli del nostro codice penale che prima dell’entrata in vigore della l. 38/2009, che introduce il delitto di atti persecutori nel nostro ordinamento, permettevano di dare una risposta, anche se in modo non adeguato, al fenomeno dello stalking. Si visionano quindi i diversi disegni di legge che si sono susseguiti a partire dal 2004; fino a giungere ad analizzare il nuovo articolo 612-bis c.p., rubricato atti persecutori, e le modifiche apportate dalla l. 38/2009 al codice di procedura penale.
Il terzo capitolo fornisce un quadro generale della situazione normativa presente in diversi Paesi. Presenta un quadro riguardo gli sviluppi che le diverse legislazioni hanno avuto nell’ultimo ventennio. Mette in evidenza anche quei casi in cui non si è ancora giunti all’elaborazione di una normativa efficiente.

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48 Capitolo 2 Gli atti persecutori e l’ordinamento italiano 2.1 Lo stalking in Italia prima dell’introduzione della legge n. 38/2009 In Italia, per ragioni culturali e sociali, la valutazione della fattispecie di reato di stalking è stata estremamente lenta; anche a causa del velo di silenzio calato dalle stesse vittime. Nel nostro Paese, infatti, il comportamento dello stalker è stato spesso accettato e considerato normale, nonostante i forti effetti psicologici sul destinatario ed il concreto rischio di violenze. Fino all’approvazione del decreto legge 23 febbraio 2009 n. 11, recante misure contro gli atti persecutori, che introduce la nuova figura di reato e appronta validi strumenti di tutela giudiziaria e stragiudiziale in favore della vittima, i comportamenti persecutori erano inquadrati come molestie (art. 660 c.p.), violenza privata (art. 610 c.p.) o ancora come minacce (art. 612 c.p.). Questi reati non costituiscono risposte efficaci rispetto a persecuzioni ed intimidazioni reiterate caratterizzate da un escalation di comportamenti aggressivi che può giungere, nei casi più gravi, sino allo stupro o all’omicidio. Le sanzioni minacciate difficilmente avrebbero potuto avere efficacia deterrente. Tale normativa era, di conseguenza, insufficiente e poneva le forze dell’ordine e le istituzioni giudiziarie in una situazione di impotenza nei riguardi di chi commetteva atti persecutori. 2.1.1 Art. 660 c.p.: il reato di molestie La norma che più di ogni altra veniva in rilievo nei casi di stalking è l’art. 660 c.p., molestia o disturbo alle persone, che recita: “Chiunque, in un luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero col mezzo del telefono, per petulanza o per altro biasimevole motivo, reca a taluno molestia o disturbo è punito con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda fino a € 516”.

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