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La normativa comunitaria sul trasferimento d’impresa e l’apporto interpretativo della Corte di giustizia

Informazioni tesi

  Autore: Maria Tuttobene
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli Studi di Torino
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze delle pubbliche amministrazioni
  Relatore: Mariapaola Aimo
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 231

A partire dagli anni ottanta le imprese, spinte da esigenze competitive, hanno cominciato a darsi una forma organizzativa più snella (lean production), riducendo le proprie dimensioni produttive interne (downsizing) e affidando a terzi intere parti della loro attività produttiva o di servizi, precedentemente svolte in house (outsourcing).
La “frammentazione del ciclo produttivo” e la conseguente concentrazione delle risorse intellettuali e finanziarie sul core business dell’impresa stessa consentono, infatti, di raggiungere una maggiore flessibilità organizzativa nonché una sensibile riduzione dei costi, elementi utili al miglioramento della competitività imprenditoriale in seno ad un mercato sempre più globalizzato e concorrenziale.
Nel novero gli strumenti giuridico-economici utilizzati dai soggetti imprenditoriali in questo processo di “disintegrazione verticale” vi rientra anche la fattispecie del trasferimento di impresa, ed in particolare di una sua frazione autonoma.
L’interesse di approfondire questa tematica nell’ambito del diritto del lavoro dell’Unione Europea, in un’ottica di comparazione con quello nazionale, nasce dalla consapevolezza che in uno scenario economico fortemente competitivo, come quello attuale, alto è il rischio che le imprese pongano in essere forme di decentramento “esasperato” e “patologico”, arrivando ad utilizzare lo strumento della cessione di impresa in maniera distorta e poco genuina, a discapito delle tutele dei lavoratori coinvolti.
Il primo capitolo della presente tesi analizza le tre direttive comunitarie (77/187/CEE, 98/50/CE, 2001/23/CE) succedutesi nel tempo a regolare siffatta materia nonché il loro recepimento nel nostro ordinamento giuridico.
Il secondo capitolo delinea l’ambito soggettivo ed oggettivo di applicazione della normativa di riferimento.
Il terzo capitolo tratta le problematiche riguardanti le diverse fattispecie concrete che rientrano o meno nella nozione di “trasferimento di impresa” ai sensi della legislazione comunitaria e nazionale.
Dopo questa prima parte volta ad inquadrare il fenomeno sotto il profilo sia normativo che sostanziale, i capitoli 4 e 5 trattano il tema delle tutele accordate ai lavoratori coinvolti in una vicenda traslativa.
L’ultimo capitolo ha inteso studiare il fenomeno del trasferimento di imprese in stato di crisi o soggette a procedura fallimentare o concorsuale analoga, rispetto al quale il rapporto tra l’ordinamento italiano e quello comunitario è sempre stato ricco di contrasti.
Il nostro Paese è stato, infatti, più volte condannato dalla Corte di Giustizia, da ultimo in data 11 giugno 2009, per aver sospeso le garanzie individuali dei lavoratori, di cui sopra, non solo in caso di cessione di aziende sottoposte a procedure concorsuali liquidative, ma anche in presenza di aziende in stato di crisi, diversamente dall’ordinamento comunitario che, tramite la giurisprudenza della Suprema Corte, ha da sempre ribadito l’assoggettamento di queste ultime alla normativa generale.
Nel tentativo di rimediare a tale dicotomia, l’art. 19 quater del D.L. 25 settembre 2009, n. 135, convertito in L. 166/2009, ha modificato la norma nazionale tanto contestata (art. 47, L. 428/1990), la cui nuova formulazione, però, sembrerebbe lasciare aperta la strada alla integrale disapplicazione delle tutele individuali, mantenendo così vivi quei dubbi di contrasto con la direttiva che avevano spinto la Corte a censurare la Repubblica Italiana.

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PREMESSA L’industria europea ed italiana dal secondo dopoguerra fino alla fine degli anni settanta ha conosciuto un periodo di ampia crescita ed espansione, dovuto soprattutto alla “fordizzazione” della struttura imprenditoriale 1 . Le imprese erano, cioè, caratterizzate da un’organizzazione integrata verticalmente lungo tutta la catena del valore della produzione, dando origine ad una forma di “capitalismo pesante” che ha permesso un sistematico sfruttamento, in chiave strategica, di ogni opportunità lucrativa in termini di economie di scala (costo marginale decrescente) 2 e di gamma (diversificazione produttiva nella medesima struttura) 3 . A partire dagli anni ottanta, a causa di una maggiore integrazione dei mercati internazionali e di un vigoroso sviluppo della finanza globale oltre i confini di ogni singola nazione, questo sistema dell’imprenditoria ha subito una profonda ristrutturazione, sia in una direzione accrescitiva, mediante fusioni, conferimenti, acquisizioni nonchØ tramite l’intensificarsi dei meccanismi di controllo e di collegamenti, che hanno portato alla formazione di gruppi di imprese di grandi dimensioni, spesso internazionali, sia in una direzione opposta di ridimensionamento, attraverso forme di delocalizzazione o decentramento produttivo 4 . In particolare, in quest’ultima ipotesi le imprese hanno cominciato a darsi una forma organizzativa più “snella” (lean production), focalizzandosi soltanto su una parte della catena del valore (core business) e dando così inizio a fenomeni di downsizing (riduzione esasperata delle dimensioni produttive interne) e di outsourcing (detti anche di contracting out o di esternalizzazione o, ancora, di terziarizzazione 5 , intesi come affidamento a terzi di intere parti dell’attività produttiva o di servizi precedentemente svolti in house) 6 . 1 Cfr. U. DE CRESCIENZO, La modifica sulla disciplina del trasferimento d’azienda, in C. RUSSO (a cura di), Somministrazione, Appalto, Distacco, Trasferimento d’azienda. Nuova disciplina. Profili contrattuali e previdenziali, Giappichelli, Torino, 2006, p. 174. 2 Il termine “economie di scala” indica la relazione esistente tra l’aumento della scala di produzione, correlata alle dimensioni di un impianto, e la diminuzione del costo medio unitario di produzione. 3 Con il termine “economie di gamma” si intende, invece, il grado di beneficio, in termine di riduzione dei costi totali, che l’azienda può ottenere se produce due o più determinati beni insieme, anzichØ separatamente. 4 L. F. R. FERRARA La nozione del trasferimento d’azienda nella giurisprudenza della Corte di Giustizia delle Comunità europee, in www.studiolegaleferrara.blogspot.com/2008/09/la-nozione-del-trasferimento- dazienda.html, Bari, 2001, p. 3. 5 Per una possibile distinzione tra le nozioni di esternalizzazione e terziarizzazione, v. R. ROMEI, Cessione di ramno d’azienda e appalto, in Giorn. dir. lav. rel. ind., 1999, pp. 329 ss. 6 A. M. PERRINO, Appalto di servizi ed internalizzazione, in G. SANTORO PASSARELLI e R. FOGLIA (a cura di), La nuova disciplina del trasferimento d’impresa. Commento al D. Lgs. 2 febbraio 2001, n. 18, Ipsoa, Milano, 2002, pp. 59 ss.; F. SCARPELLI, “Esternalizzazioni” e diritto del lavoro: il lavoratore non è una merce, in Dir. rel. ind., 1999, n. 3, p. 351. Per la definizione del fenomeno delle esternalizzazioni cfr. anche L. F. R. FERRARA, op. cit., p. 3; S. NAPPI, Trasferimento d’azienda e trasformazioni del datore di lavoro, in Quad.

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