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Noir e Shakespeare. Il Macbeth nel cinema moderno

Partendo da una visione storica sulle varie trasposizioni al grande schermo delle varie opere del genio inglese approdiamo al 1948, anno in cui il padre del cinema moderno realizza una prima pellicola shakespeariana sovvertendo tutti i canoni di rappresentazione fin a quel momento adottati in questo tipo di “genere” cinematografico; nasce così il Macbeth wellesiano, una pellicola forte nella sua rappresentazione grazie alla chiave di lettura adottata dal regista, Welles infatti, consapevole della forte carica psicologica e innovativa dell'opera inglese, adotta uno stile in pieno fervore nelle sale cinematografiche dell'epoca post-atomica, compiendo così una prima trasposizione sovversiva dell'opera di Shakespeare, “innestando” nella storia dell'usurpatore di Scozia una forte componente noir.
Il Macbeth del 1948 adotta tutti quei cliché che sono racchiusi nella detective story vediamo di conseguenza, Macbeth e la sua Lady sotto una chiave di lettura del cinema sovversivo, ricoprendo quindi i ruoli del protagonista ammaliato dalla femme fatale, la forte componente psicoanalitica che funge da spaccatura dell'individuo moderno come elemento di lettura della tragedia macbethiana, e una rilettura in chiave fantasmatica e allucinatoria, il tutto quindi frutto della mente dell'individuo moderno, traumatizzato dalla guerra in lotta tra un Io sempre più debole nei confronti di un Es emergente.
L'analisi proposta nel primo capitolo dunque, è volta a mostrare tutti quei simboli, più o meno nascosti, che permettono una chiave di lettura del Macbeth come opera noir insieme all'analisi dei nuovi comportamenti della donna nel cinema sovversivo, cioè di predominanza nei confronti dell'uomo; l'analisi del film di Welles fa emergere un ulteriore aspetto nel campo della rappresentazione del Macbeth sul grande schermo, vediamo infatti che il padre del cinema moderno, non solo compie una spaccatura e quindi un'innovazione nel trasporre l'opera di Shakespeare fuori dai schemi fino ad allora adottati, ma compie un'influenza che si protrarrà nel tempo fino a far affiorare nuove pellicole che percorrono la stessa strada battuta nel 48, anni più tardi infatti fanno capolino nuove opere come Kumonosu-j? di Kurosawa e le successive pellicole di Polanski e l'ultimissima e moderna di Wright, dove emerge una rilettura del Macbeth in termini puramente noir.
Le successive opere trasposte non solo adottano lo stesso genere proposto anni prima da Welles, ma innescano un opera di contestualizzazione del genere, rispettando il suo cambiamento e esprimendo a seconda dell'epoca, il nuovo disagio dell'individuo nella società, approdando di conseguenza a una lettura dell'opera shakespeariana sotto lo stile noir, noir moderno o a colori e neo-noir, tendendo un occhio ai vari elementi simbolici che sono presenti nella pellicola wellesiana che, come esibito nelle analisi, ricompariranno nelle successive tre trasposizioni.
I punti focali delle tre opere prese in esame nel capitolo dedicato a Welles, si basano (andando in ordine) sul trauma della guerra e della bomba atomica per Kurosawa, malessere dell'individuo moderno nella società in cambiamento, con relativo trauma apportato dal brutale omicidio da parte della Manson family, vittima la moglie del regista Polanski e ultimo nonché contemporaneo Wright in cui ascrive il suo Macbeth nella criminalità organizzata di Melbourne, il tutto sotto il profilo del neo-noir.
Ognuno dei seguenti registi utilizza dunque un sistema di rappresentazione forte dell'epoca di produzione della pellicola, ma con un filo comune nei confronti del genere adottato, i successivi capitoli quindi, attuano un'analisi sulla pellicola e contemporaneamente una sistema di paragone sia sui film noir dell'epoca che un confronto nei confronti della pellicola del 48, per scoprire dove e, se c'è stata, un'influenza da parte del padre del cinema moderno.

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3 Introduzione La lunga “storia d'amore” tra il grande schermo e l'opera di Shakespeare, risale fin dal lontano 1899, quando Beerbohm Tree, attore teatrale inglese, decise di confrontarsi per la prima volta con il mezzo cinematografico immortalando su pellicola quattro minuti di scene mute, tratte dal suo ricco allestimento del King John, innestando così un rapporto duraturo tra le due arti che si protrarrà fino all'epoca contemporanea. Fin dal primo periodo del muto quindi, il cinema non poté esimersi nell'incontrarsi con il teatro shakespeariano che oltre ad essere una fonte inesauribile di intrecci, era anche il palcoscenico dei grandi interpreti e soprattutto il catalizzatore di quel pubblico teatrale che la nuova arte si impegnava a conquistare 1 ; si sviluppò così un vero e proprio business nel traslare la tragedia inglese sul grande schermo dove Hollywood e le 1 Isabella Imperiale, “Shakespeare al cinema”, Roma , Bulzoni Editore, 2000, cit. p. 12

Laurea liv.II (specialistica)

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Paolo De Angelis Contatta »

Composta da 255 pagine.

 

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