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Il semipresidenzialismo francese e le prospettive di riforma istituzionale in Italia

Il processo di riforma costituzionale avviato in Italia con l’istituzione della Commissione bicamerale (legge costituzionale n.1 del 1997), ha la sua origine nella gravità della crisi delle istituzioni politiche italiane degli anni Ottanta, riconducibile fondamentalmente a tre ordini di cause.
In primo luogo la rottura dell’equilibrio tra il momento dell’unità politica, la cura dell’interesse generale che trascende i particolarismi dei gruppi, e gli interessi frazionali. La forma di governo operante sulla base della Costituzione, delle convenzioni e delle leggi d’attuazione costituzionale, si era rivelata incapace di frapporre ostacoli al prevalere degli egoismi di gruppo in nome di un interesse generale, ed il meccanismo rappresentativo aveva prodotto un’oligarchia chiusa ed irresponsabile.
Il sistema dei partiti e del compromesso parlamentare, non poteva più assicurare l’equilibrio tra i due interessi citati in una società divenuta complessa e molecolare, all’interno della quale sono venute meno le tradizionali linee di divisione su cui erano costruite le identità partitiche, soprattutto dopo la rivoluzione dell’Est del 1989, che ha comportato la crisi delle ideologie.
La caduta capacità rappresentativa dei partiti e l’indebolimento della risorsa ideologica hanno comportato: da un lato, la chiusura oligarchica del sistema, accentuata dall’inamovibilità dei partiti di governo alla presenza della celebre conventio ad excludendum, che annullava la responsabilità politica; dall’altro, la ricerca del consenso ha indotto i partiti a dare soddisfazione a tutti gli interessi frazionali dotati di sufficiente forza di pressione.
Quanto forte fosse la pressione di questi interessi è evidenziata dalla crescita della spesa pubblica finanziata mediante ricorso all’indebitamento. Il rapporto tra debito e PIL, inferiore al 40% agli inizi degli anni Settanta, si è triplicato raggiungendo il 118% nel 1994, contro il 70,7% medio dell’Unione Europea.
Questa politica clientelare è, tuttavia, destinata a cessare, poiché l’approvazione del trattato di Maastricht ha imposto agli Stati che faranno parte dell’Unione Economica e Monetaria il divieto di disavanzi pubblici eccessivi. Ciò non poteva che comportare la fine delle politiche d’indebitamento, ponendo una fondamentale premessa per il crollo di un sistema e di una classe politica, che aveva fondato la sua stabilità sui benefici erogabili ai più disparati gruppi sociali.
La riforma costituzionale, quindi, risponde al bisogno di radicare le istituzioni nella società e, al tempo stesso, di attenuare il potere di ricatto e di veto degli interessi frazionali.
Quale riforma però? Se il parlamentarismo compromissorio non è più in grado di assicurare nè la legittimazione del sistema né il perseguimento dell’interesse generale, allora quali finalità dovrebbe perseguire la revisione della Costituzione?
I risultati da ottenere, emersi nel dibattito pubblico sulla riforma istituzionale, sono: il rafforzamento della legittimazione delle istituzioni politiche, la rivitalizzazione del circuito della responsabilità politica, l’irrobustimento della capacità decisionale del sistema (la c.d. governabilità).
In che modo raggiungere, dunque, questi obiettivi?
Prima di intraprendere la trattazione del sistema semipresidenziale francese, ed il suo raffronto con il progetto di riforma elaborato dalla Commissione bicamerale, vorrei evidenziare come l’odierna forma di governo italiana non sia dissimile alla IV Repubblica francese. In entrambi i casi si tratta di un parlamentarismo non maggioritario, caratterizzato da governi di coalizione instabili e scarsamente efficienti, in cui il Primo ministro non svolge un ruolo di direzione, ma di mediazione tra le diverse componenti politiche dell’esecutivo.
Tuttavia, a questa debolezza del Governo non corrisponde, generalmente, un ruolo preponderante del Parlamento, bensì un suo sostanziale e parallelo indebolimento; e ciò sia per l’assenza al suo interno di una maggioranza stabile e coesa, sia per il ruolo determinante svolto dai partiti politici nella formazione dei governi e nella ricerca di ampi accordi sulle singole misure legislative.
In definitiva i sistemi parlamentari non maggioritari riconoscono ai partiti un ruolo determinante di mediazione post-elettorale, che, attribuendo loro la libertà di spendere la rendita di posizione garantita dal voto espresso dal corpo elettorale nel modo ad essa più utile, li trasforma nei reali sovrani e ne facilita la degenerazione in strutture verticistiche e di tipo oligarchico.
Proprio questo parallelo tra le due situazioni, quell’odierna italiana e quella francese precedente, ci suggerisce di tentare l’esame di un possibile adattamento della forma di governo della V Repubblica in Italia.

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1 Introduzione Il processo di riforma costituzionale avviato in Italia con l’istituzione della Commissione bicamerale (legge costituzionale n.1 del 1997), ha la sua origine nella gravità della crisi delle istituzioni politiche italiane degli anni Ottanta, riconducibile fondamentalmente a tre ordini di cause. 1 In primo luogo la rottura dell’equilibrio tra il momento dell’unità politica, la cura dell’interesse generale che trascende i particolarismi dei gruppi, e gli interessi frazionali. La forma di governo operante sulla base della Costituzione, delle convenzioni e delle leggi d’attuazione costituzionale, si era rivelata incapace di frapporre ostacoli al prevalere degli egoismi di gruppo in nome di un interesse generale, ed il meccanismo rappresentativo aveva prodotto un’oligarchia chiusa ed irresponsabile. 1 G. PITRUZZELLA, Verso una democrazia maggioritaria: ambiguità e limiti dell’ingegneria costituzionale in Italia, in AA.VV., Modelli Istituzionali e riforma della Costituzione, a cura di R. Di Leo e G. Pitruzzella, Bologna, Il Mulino, 1999, pp. 323 ss.

Tesi di Laurea

Facoltà: Giurisprudenza

Autore: Maurizio Marullo Contatta »

Composta da 192 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.