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Compiti e responsabilità dell'organismo di vigilanza ai sensi del D. Lgs. n. 231 del 2001

Informazioni tesi

  Autore: Faustino Petrillo
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2007-08
  Università: Libera Univ. Internaz. di Studi Soc. G.Carli-(LUISS) di Roma
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Paola Severino
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 181

La rinnovata consapevolezza della gravità e della dilagante estensione dei fenomeni delittuosi che possono annidarsi presso un’impresa porta a dover considerare criticamente il principio societas delinquere non potest e a ridefinire con assoluta coerenza sia i criteri di attribuzione della responsabilità sia le tipologia delle eventuali sanzioni da prefigurare a carico della persona giuridica.
L’analisi delle più importanti risposte normative di diritto comparato al problema della criminalità d’impresa ci permette di valutare meglio le indicazioni provenienti dal legislatore italiano; non si può, infatti, misurare la reale portata innovativa del D. Lgs. n. 231 del 2001 senza esaminare quali siano gli esempi cui far riferimento nel disciplinare questa materia.
Particolare attenzione deve essere dedicata soprattutto all’ordinamento statunitense, stante l’indiscussa influenza sul legislatore italiano dell’esperienza maturata negli Stati Uniti e visto anche l’esplicito riconoscimento di un compiuto sistema di organizzazione dell’impresa in funzione di prevenzione dei reati, attraverso i compliance and ethics programs previsti dalle Federal Sentencing Guidelines, già a partire dal 1991.
Identica è, infatti, la ratio delle normative introdotte nel 1991 e nel 2001: è quella del c.d. carrot-stick approach: alla minaccia dell’applicazione di sanzioni quanto più incapacitanti siano rispetto al passato si accompagna la ciambella di salvataggio rappresentata dall’effettiva adozione dei compliance programs.
Rilevante è, di conseguenza, la funzione di prevenzione che non si sostanzia esclusivamente nell’effetto deterrente classico della pena pecuniaria ma punta alla promozione e diffusione di dettagliati programmi di autodisciplina.
L’adozione di un modello e la sua effettiva interiorizzazione nella struttura organizzativa devono essere viste non come meri adempimenti, ma come concrete opportunità strategiche, per elevare lo standing aziendale e quindi il grado di competitività dell’ente, contribuendo ad affermare una più diffusa cultura dei controlli e alla generale creazione di valore.
Constatata l’insufficienza dei meccanismi societari esistenti nel tenere sotto efficace sorveglianza l’azione degli amministratori, il legislatore italiano pone l’accento sulla dislocazione dei poteri all’interno di strutture complesse e introduce una nuova istanza di controllo con funzioni consultive, propositive e soprattutto di verifica costante sull’operato dei managers.
L’importanza dell’organismo di vigilanza viene riconosciuta dall’impianto normativo, laddove stabilisce che il non sufficiente esercizio dei compiti di sorveglianza (art. 6, comma 1, lettera d) si riflette a danno della stessa impresa, rappresentando un elemento che contribuisce all’ascrizione della responsabilità da reato in capo a quest’ultima.
Si tratta di un inedito organo “dell’ente” che, sin da subito, è stato al centro del dibattito: deve trattarsi di un organo monocratico o collegiale? Come deve essere composto? Come deve essere collocato nell’organigramma societario? Di quali poteri deve essere dotato? In quale modo si rapporta con gli altri attori del controllo societario? Quali i suoi compiti e le sue responsabilità?
Il tema dell’organismo di vigilanza, per la sua forte valenza organizzativa, è quello destinato a trovare le risposte più eterogenee da parte delle imprese.
Proprio per questo motivo non si può prescindere dalla soluzione di delicati problemi che derivano dall’innesto di una disciplina improntata a criteri sostanzialmente penalistici, come quella del D. Lgs. n. 231/2001, in un contesto di relazioni disciplinate dal diritto commerciale.
In particolare vanno analizzati i delicati meccanismi di interrelazione esistenti fra i diversi organi societari destinati al controllo sull’attività dell’impresa, allo scopo, da un lato, di delineare il sistema dei rapporti tra l’organismo di vigilanza e detti organi societari, dall’altro, di mettere in rilievo le differenze di significato e di funzione esistenti fra gli stessi, secondo le indicazioni emergenti dalla normativa di riferimento.
Naturalmente l’attività di implementazione del modello da parte dell’organo dirigente non dovrà limitarsi a calare dall’alto una nuova istanza di controllo, ma ad indirizzarsi verso un’efficiente “contestualizzazione” all’interno dell’assetto societario dell’organismo di vigilanza.
Non da ultimo, occorre poi stabilire se, su quali presupposti ed in quale misura possa configurarsi una responsabilità penale in capo all’organismo di vigilanza per la commissione dei reati presupposto.

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11 CAPITOLO I LA CRIMINALITA’ D’IMPRESA: DISCIPLINE A CONFRONTO 1.1 L’esperienza nei Paesi di common law La rinnovata consapevolezza della gravità e della dilagante estensione dei fenomeni delittuosi che possono annidarsi presso un‘impresa porta a dover considerare criticamente il principio societas delinquere non potest e a ridefinire con assoluta coerenza sia i criteri di attribuzione della responsabilità sia le tipologia delle eventuali sanzioni da prefigurare a carico della persona giuridica. L‘analisi delle più importanti risposte normative di diritto comparato al problema della criminalità d‘impresa ci permetterà di valutare meglio le indicazioni provenienti dal legislatore italiano; non si può, infatti, misurare

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Parole chiave

d.lgs. n. 231/2001
diritto penale commerciale
diritto penale d'impresa
diritto penale societario
organismo di vigilanza
responsabilità amministrativa degli enti
responsabilità enti

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