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Effetti delle più comuni metodiche di esaltazione delle impronte digitali latenti sull'estrazione di DNA da campioni forensi.

Informazioni tesi

  Autore: Monica Omedei
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli Studi di Torino
  Facoltà: Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali
  Corso: Biologia Sanitaria
  Relatore: Sarah Gino
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 71

Lo scopo di questo lavoro è verificare se l’estrazione e l’amplificazione di DNA da campioni di materiale biologico rinvenuti sulla scena del crimine possono essere ostacolate dall’utilizzo di sostanze impiegate per l’esaltazione delle impronte latenti. Le tecniche di esaltazione prese in considerazione in questo lavoro sono state: polveri bianca e nera (utilizzate per i substrati porosi e qui applicate solo su vetro), esteri cianoacrilici (utilizzate per i substrati porosi e qui applicati a vetro, plastica, alluminio, carta plastificata e calze di nylon) e DFO (utilizzato per substrati porosi, e qui applicato a carta normale, colorata e riciclata). Le tracce depositate consistevano in sangue, saliva ed impronte digitali. I reperti sono stati analizzati in triplo ed a una distanza di 24 ore, 7 giorni, 30 giorni e 60 giorni dalla deposizione. Altresì sono stati allestiti controlli “non trattati”. Tutti i campioni sono stati sottoposti a quantificazione con tre metodiche differenti di cui una qualitativa (amplificazione del gene della beta-globina) e due quantitative (Real Time PCR e Nano Drop). I risultati ottenuti per campioni trattati e non trattati di saliva e sangue per le 4 diverse tempistiche sono sovrapponibili per tutte le tecniche impiegate, viceversa per le impronte digitali vi è discrepanza tra i risultati spettrofotometrici e quelli derivanti da PCR. Per chiarire queste differenze osservate per le impronte si è provveduto ad amplificazione di STR autosomici ed al sequenziamento di mtDNA, ottenendo ottimi risultati esclusivamente da quest’ultimo.

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1 INTRODUZIONE Il campo investigativo ha da sempre affascinato il mondo intero: dai romanzi di Agatha Christie ai telefilm che occupano i nostri palinsesti televisivi: intere generazioni hanno condiviso la passione per il “giallo”. Io personalmente rientro in questa categoria di appassionati: per questo motivo per la mia laurea specialistica in Biologia Sanitaria ho deciso di rivolgermi al Laboratorio di Scienze Criminalistiche – Sezione di Genetica Forense – Dipartimento di Anatomia, Farmacologia e Medicina Legale dell’Università di Torino, dove mi è stata proposta una tesi riguardante l’analisi delle impronte digitali. Utilizzate sin dall’alba dei tempi per i loro disegni caratteristici ed unici, oggi si è giunti alla conclusione che grazie alle nuove tecnologie dalle impronte digitali è possibile, in linea teorica, estrarre il profilo genetico della persona che le ha depositate. Si è però posta l’attenzione su una problematica: poiché nelle indagini forensi l’analisi del disegno dell’impronta papillare ha sempre la priorità, eventuali tecniche di esaltazione delle impronte latenti applicate alle superfici possono andare ad inficiare l’estrazione di DNA dai residui biologici? Se sì, in che modo? E quali tra queste tecniche creano maggiori danni e quali minori? Il tempo intercorso tra la deposizione dell’impronta (o di altro materiale biologico) ed il suo rilevamento può essere considerato una variabile importante? In questo lavoro abbiamo cercato di dare una risposta ai quesiti sopra citati cercando di rimanere nell’ambito “forense”: sono stati allestiti dei “finti reperti” e come tali sono stati trattati ed analizzati grazie anche all’aiuto del Laboratorio di Indagini Chimiche del Gabinetto Interregionale di Polizia Scientifica per il Piemonte e la Valle d’Aosta di Torino.

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Parole chiave

dna
cromosomi
impronte digitali
crimini
tecniche esaltazione
nano drop

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