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Analisi di performance attribution

Informazioni tesi

  Autore: Federico Bertolini
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli studi di Genova
  Facoltà: Economia
  Corso: Economia della banca, della borsa e delle assicurazioni
  Relatore: Barbara Alemanni
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 71

Nell’ambito delle tecniche di valutazione della performance di un portafoglio gestito, la performance attribution svolge sicuramente un ruolo predominante.
Essa è un insieme di metodologie, il cui principale scopo è la scomposizione del rendimento in eccesso di un portafoglio, rispetto al benchmark, in distinte componenti, per quantificare le decisioni prese dal management nel processo di investimento. Fin da quando venne proposta, in uno studio pubblicato sul Financial Analysts Journal nel 1986, essa ha riscosso notevole successo, sia nell’universo accademico sia tra gli intermediari finanziari, grazie alla sua duttilità nel valutare le fonti di valore aggiunto di diversi processi di investimento. Proprio a causa di quest’ultima caratteristica, sono state sviluppate nel corso del tempo tecniche sempre più specifiche, spesso in contrasto tra di loro, per conseguire obiettivi di volta in volta differenti.
Diventa allora necessario, per il raggiungimento di misurazioni di performance, valide e coerenti con quello che si sta analizzando, approfondire ciascun aspetto, pratico o teorico, conoscendone i limiti e le potenzialità, senza trascurare la panoramica completa di tutto l’argomento.
L’obiettivo di questa tesi è proprio questo, affrontare i diversi concetti e le diverse problematiche, che emergono dagli studi, analizzando in profondità le varie segmentazioni, e contemporaneamente collegare le diverse teorie in un quadro di riferimento complessivo.
Il primo e il secondo capitolo, infatti, descrivono i principali studi matematici; in particolare partendo dal modello aritmetico base per il singolo periodo, si passa ad analizzare l’approccio geometrico, ed infine le problematiche derivanti dalla scomposizione nei fattori di attribuzione su più periodi, e come queste ultime possano essere risolte tramite differenti metodologie di calcolo.

In seguito, la tesi, avvicinandosi sempre di più alla pratica, si focalizza sull’analisi di un portafoglio azionario gestito in due diversi modi, e sui mezzi con cui ricavare i dati effettivi da introdurre nelle formule.
A causa del suo notevole utilizzo tra gli intermediari finanziari in tutto il mondo, è sorta la problematica di uniformare i risultati ottenuti per un loro più agevole confronto. L’argomento è stato trattato tramite la presentazione della Guida dell’ European Investment Commitee sulla presentazione della performance attribution.

Benchè queste tecniche di analisi della performance siano utilizzate principalmente dai manager di fondi di investimento e dal personale preposto a valutare l’andamento della gestione attiva, possono venire utili ai singoli investitori nelle scelte di allocazione del risparmio tra i vari prodotti finanziari, presenti sul mercato, e successivamente nel capire quanto valore aggiunto è stato apportato e la coerenza del processo di investimento con quanto dichiarato preventivamente dai gestori.
L’ultima parte, si rivolge proprio a questi soggetti, esponendo, in modo dettagliato, alcuni studi di ricercatori famosi, applicati ai fondi pensionistici e di investimento, per applicare a livello aggregato le formule esposte precedentemente. Le conclusioni tratte alla fine sono sorprendenti: la gestione attiva, in media, non apporta valore aggiunto alla politica allocativa di lungo periodo, e quest’ultima, insieme ai costi, è la principale determinante della variabilità dei rendimenti nel tempo.
Ciò non significa, però, che la gestione attiva possa comunque creare le opportunità di conseguire rendimenti superiori a quelli del mercato.

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1 1) PERFORMANCE ATTRIBUTION 1.1) Definizione, scopi e genealogia La performance attribution è un insieme di metodologie di scomposizione del rendimento in eccesso, di un portafoglio rispetto al proprio benchmark, in distinte componenti che identificano e quantificano l’impatto sul rendimento attivo di tutte le decisioni prese dal management nel processo di investimento. Queste recenti tecniche di misurazione della performance hanno oggi molto successo nel mondo finanziario grazie alle loro importanti applicazioni all’interno delle imprese di investimento, in quanto permettono ai managers, e al personale preposto a valutarli, di controllare il processo di investimento, di capire quali sono state le scelte vincenti che hanno condotto all’ eventuale valore aggiunto e quali le componenti negative da modificare in un nuovo processo. Inoltre sono molto utili agli investitori esterni che desiderano selezionare i fondi su cui investire e successivamente valutare la gestione e la conformità di quest’ultima con la politica di investimento preventivamente dichiarata. A causa dei differenti processi di investimento adottati dalle aziende finanziarie e del susseguirsi degli studi nel tempo, non esiste un’unica metodologia valida di performance attribution, ma più di una, spesso in contrasto anche sullo stesso argomento. I primi studi in materia risalgono al 1972, anno in cui venne pubblicato un documento dalla Society of Investment Analysts di Londra, che presentava i concetti chiave di rendimento attivo rispetto al benchmark, portafogli teorici, asset allocation e stock selection. Lo sviluppo principale e la sua diffusione si devono a due studi pubblicati sul Financial Analysts Journal, che miravano a identificare le cause fondamentali della performance nei fondi pensionistici. Il primo “Measuring non-US equity portfolio performance” fu scritto da Gary Brinson e Nimrod Fachler nel 1985, il secondo “Determinants of portfolio performance” da Gary Brinson, Randolph Hood e Gilbert Beebower nel 1986. Entrambi formano il cosiddetto Brinson’s model, il primo che ha focalizzato l’attenzione esclusivamente sul rendimento, dovuto alle diverse classi di investimento in cui possono essere raggruppati tutti i titoli, e sul confronto di quest’ultimo con il rendimento di un benchmark di simile composizione. In seguito nacquero accesi dibattiti sulla validità del modello, errate interpretazioni pratiche, e molti studi si susseguirono per confermare ed adeguare la metodologia di calcolo ai vari settori che compongono il mercato finanziario. Tra questi ultimi i più importanti da citare sono gli studi di Allen (1991)

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