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La Comunicazione Facilitata come modalità di intervento per dare voce ai pensieri di chi non parla.

Nel XVIII secolo si pensava che le persone sorde fossero automaticamente ritardate, ma quando a quest’ultime veniva data la possibilità di usare un mezzo di comunicazione alternativo, come ad esempio la lingua dei segni, allora gradualmente si iniziò a riconoscere la loro competenza.
Negli anni sessanta la maggior parte delle persone con paralisi cerebrale era ritenuta ritardata, ma quando esse acquisirono un mezzo di comunicazione come ad esempio il computer e le lettere dell’alfabeto, anche questi soggetti gradualmente spazzarono via la loro presunzione di ritardo mentale.
Di recente, fino ad arrivare ai nostri giorni, molti soggetti con Autismo o con altri disturbi dello sviluppo, vengono classificate come ritardate; ma, come per i loro predecessori sordi o con paralisi cerebrale, dar loro questa etichetta di ritardo mentale vuol dire ignorare le loro difficoltà nell’ambito della comunicazione.
Una domanda che può sorgere spontanea potrebbe essere la seguente: come può una persona che non riesce a comunicare in modo efficace essere, ad esempio, sottoposta correttamente ad un test?
La risposta a questo quesito è possibile ricercarla nel fatto che la comunicazione facilitata non è altro che una alternativa per la persona che presenta un’assenza del linguaggio verbale o il cui linguaggio risulta essere molto disturbato al punto tale da considerarlo come non affidabile.
Comunicare in facilitazione vuol dire, quindi, scrivere a macchina o indicare delle figure, lettere o parole; un facilitatore, che può essere un insegnante, un membro della famiglia o un amico, fornisce un supporto fisico, cioè un aiuto nello stabilizzare il braccio o nell’isolare il dito indice; ma, allo stesso tempo, fornisce anche un autentico supporto emotivo ed empatico .
È questo, però, un metodo altamente controverso, in parte perché i facilitatori potrebbero influenzare involontariamente il contenuto della comunicazione, e in parte perché molte persone che usano questa tecnica hanno prodotto una comunicazione che contraddice la loro diagnosi di ritardo mentale; alla luce di queste due ragioni, i soggetti che utilizzano la comunicazione facilitata si trovano davanti allo stesso scetticismo che incontrarono, in passato, le persone sorde o con paralisi cerebrale.
Dati questi elementi di controversia e, comunque, una chiara limitazione di un metodo che, seppur non intenzionalmente, può influenzare la produzione, ci si potrebbe chiedere come si può essere certi che questo metodo funzioni.
Attraverso, quindi, questo lavoro si vogliono percorrere tre aspetti di fondamentale importanza:
- nella prima parte sono stati affrontati gli “ingredienti” principali della Comunicazione Facilitata; si è cercato di delineare un inquadramento storico all’interno del quale poter collocare alcune considerazioni come ad esempio il fatto che molte sono le persone che si chiedono come sia possibile che un soggetto, con una diagnosi di ritardo mentale o di autismo, possa rivelare un certo grado di alfabetizzazione proprio attraverso l’uso della CF.
Se si insegna ad una persona a comunicare mediante la facilitazione, essa potrà essere in grado di partecipare ad un lavoro educativo, alla vita familiare e di comunità in modo molto più efficace rispetto a quanto non riusciva a farlo in precedenza, anche se ciò non vuol dire che la capacità di comunicare non cancella le altre difficoltà riscontrate; ad esempio, un soggetto autistico potrà continuare ad avere sempre certe intolleranze alimentari, sensibilità sensoriali o disordini di tipo ossessivo – compulsivo.
L’aspettativa che ogni persona possa sviluppare capacità legate all’alfabetizzazione è propria di ognuno di noi; le aspettative occupano, dunque, una parte importante nella vita di un bambino in quanto parlerà la lingua dei propri genitori o di coloro che lo circondano; per quei bambini ai quali è stata riscontrata una certa disabilità, invece, questo processo è più complicato per il fatto che, se non imparano a parlare la lingua o sembrano “strani” per certi loro aspetti, risulta essere di gran lunga più difficile capire ciò che essi hanno realmente appreso.

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4 Introduzione Nel XVIII secolo si pensava che le persone sorde fossero automaticamente ritardate, ma quando a quest‟ultime veniva data la possibilità di usare un mezzo di comunicazione alternativo, come ad esempio la lingua dei segni, allora gradualmente si iniziò a riconoscere la loro competenza. Negli anni sessanta la maggior parte delle persone con paralisi cerebrale era ritenuta ritardata, ma quando esse acquisirono un mezzo di comunicazione come ad esempio il computer e le lettere dell‟alfabeto, anche questi soggetti gradualmente spazzarono via la loro presunzione di ritardo mentale. Di recente, fino ad arrivare ai nostri giorni, molti soggetti con Autismo o con altri disturbi dello sviluppo, vengono classificate come ritardate; ma, come per i loro predecessori sordi o con paralisi cerebrale, dar loro questa etichetta di ritardo mentale vuol dire ignorare le loro difficoltà nell‟ambito della comunicazione. Una domanda che può sorgere spontanea potrebbe essere la seguente: come può una persona che non riesce a comunicare in modo efficace essere, ad esempio, sottoposta correttamente ad un test? La risposta a questo quesito è possibile ricercarla nel fatto che la comunicazione facilitata non è altro che una alternativa per la persona che presenta un‟assenza del linguaggio verbale o il cui linguaggio risulta essere molto disturbato al punto tale da considerarlo come non affidabile. Comunicare in facilitazione vuol dire, quindi, scrivere a macchina o indicare delle figure, lettere o parole; un facilitatore, che può essere un insegnante, un membro della famiglia o un amico, fornisce un supporto fisico, cioè un aiuto nello stabilizzare il braccio o nell‟isolare il dito indice; ma, allo stesso tempo, fornisce anche un autentico supporto emotivo ed empatico 1 . È questo, però, un metodo altamente controverso, in parte perché i facilitatori potrebbero influenzare involontariamente il contenuto della comunicazione, e in parte perché molte persone che usano questa tecnica hanno prodotto una comunicazione che contraddice la loro diagnosi di ritardo mentale; alla luce di queste due ragioni, i soggetti che utilizzano la comunicazione facilitata si trovano davanti allo stesso scetticismo che incontrarono, in passato, le persone sorde o con paralisi cerebrale. Dati questi elementi di controversia e, comunque, una chiara limitazione di un metodo che, seppur non intenzionalmente, può influenzare la produzione, ci si potrebbe chiedere come si può essere certi che questo metodo funzioni. Attraverso, quindi, questo lavoro si vogliono percorrere tre aspetti di fondamentale importanza: 1 Crossley, R. & McDonald, A. (1984). Annie’s coming out. New York.

Laurea liv.II (specialistica)

Facoltà: Psicologia

Autore: Sara Proietti Contatta »

Composta da 120 pagine.

 

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