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L'ordine pubblico a Palermo nel primo ventennio del regno d'Italia

Informazioni tesi

  Autore: Marcello Testa
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 1997-98
  Università: Università degli Studi di Palermo
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Storia
  Relatore: Paolo Viola
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 249

Le statistiche giudiziarie, sia di epoca borbonica che postunitaria, registrano a Palermo e nel suo circondario il primato quasi costante di tutti i tipi di reato commessi nel Distretto, comprendente le provincie occidentali, a più alto tasso di criminalità. Appare evidente che nella capitale coesistono, aggravate, tutte le cause di perturbazione dell’ordine pubblico in Sicilia.
Quel primato assume maggiore consistenza dopo l’Unificazione, quando il potere mafioso, emerso d’un tratto, pervade rapidamente la società e le istituzioni, condizionando pesantemente anche l’amministrazione della giustizia.
Il terrore rende muti i testimoni, difficile la formazione delle giurie nei processi d’Assise, fa crescere il numero dei “non luogo a procedere”, delle assoluzioni per insufficienza di prove, delle condanne a pene irrisorie. Anche nell’intimidazione mafiosa Palermo è subito in prima fila. “Non vi è impiegato in Sicilia che non si sia prostrato al cenno di un prepotente e che non abbia pensato a trar profitto dal suo ufficio […] Al centro di tale stato di dissoluzione, evvi una Capitale col suo lusso e le sue pretensioni feudali in mezzo al secolo XIX, città nella quale vivono quarantamila proletari, la cui sussistenza dipende dal lusso e dai capricci dei grandi. In questo umbelico della Sicilia, si vendono gli uffici pubblici si corrompe la giustizia, si fomenta l’ignoranza. Dal 1820 in poi, il popolo si solleva spinto dal malcontento, non dalle utopie del tempo…” .
Le linee di questo quadro di Palermo, disegnato nel 1838, combaciano perfettamente con quelle della Palermo postunitaria: la città è sede dei più importanti uffici pubblici; residenza della classe dirigente; il Comune è un covo di affarismo e di sperpero; infiltrazioni mafiose rendono ingovernabile la gestione dei dazi; la corruzione dilaga di pari passo con la criminalità; furti clamorosi vedono coinvolti perfino elementi della Questura; una mafiosità diffusa svolge opera di protezione e mediazione anche nei bassi strati della popolazione, nelle transazioni, per il recupero della refurtiva, nella prostituzione con i ricottari; associazioni di categoria esercitano forme criminali di sindacato e di monopolio; l’ozio alimenta la criminalità, come testimoniano le statistiche giudiziarie, nelle quali sono evidenziati i vistosi aumenti del numero dei reati nei giorni festivi di cui è zeppo il calendario locale; lo scalo marittimo, al quale confluiscono i prodotti del circondario e dell’interno, alimenta il contrabbando che si avvale della protezione dei ladri di campagna, come è denominata l’organizzazione mafiosa almeno fino al 1864.
Una miriade di piccole aziende agricole a coltura intensiva, orti e giardini, costella tutta la Conca d’Oro fino alle pendici delle colline circostanti. E’ il regno delle cosche, dei guardiani, dei curatoli imposti dalla mafia ai proprietari.
Nel processo di espansione della mafia di campagna, la lotta per il controllo del territorio provoca talvolta scontri sanguinosi.
Al cospetto delle dimensioni e delle peculiarità del fenomeno criminale siciliano i primi funzionari piemontesi sono esterrefatti, sconcertati, indignati, si scoraggiano, talvolta chiedono il trasferimento o addirittura si dichiarano impotenti.
Palermo è il centro direzionale dei movimenti politici radicali e sovversivi, dell’azionismo repubblicano e garibaldino, della cospirazione borbonica, del clericalismo reazionario: forze conservatrici e progressiste, che nei primi anni del Regno d’Italia trovano un punto d’incontro nella comune avversione per il Governo della Destra storica e per lo Stato liberale.
Ma soprattutto Palermo è la sede del baronaggio politico, che deluso nelle sue pretese di speciali prerogative che gli garantiscano la perpetuazione in chiave liberale dei privilegi feudali per molti versi sopravvissuti all’eversione della feudalità, fa la fronda, e strumentalizza il disordine in funzione antigovernativa.
E’ un’opposizione scorretta, insidiosa, distruttiva, dalle motivazioni egoistiche che si ammantano di sicilianismo.
Il nerbo dell’opposizione regionalista è costituito da quella che era stata l’ala azionista, la Sinistra del partito liberale, a suo tempo chiamata da Garibaldi nel Governo dittatoriale. Ormai, staccata dall’azionismo e inserita nel sistema, prende le distanze dall’opposizione eversiva.
Il baronaggio politico, nel timore di favorire con la propria azione le spinte eversive, modera l’opposizione al Governo fino a quando, repressa la rivolta del settembre 1866 e disperso il fronte rivoluzionario, riprenderà l’iniziativa con l’opposizione mafiosa.
La rivolta del Sette e mezzo segna uno spartiacque fra due periodi per la diversa caratterizzazione del problema dell’ordine pubblico nel Palermitano.

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4 Introduzione Le statistiche giudiziarie, sia di epoca borbonica che postunitaria, registrano a Palermo e nel suo circondario il primato quasi costante di tutti i tipi di reato commessi nel Distretto, comprendente le provincie occidentali, a più alto tasso di criminalità. Appare evidente che nella capitale coesistono, aggravate, tutte le cause di perturbazione dell’ordine pubblico in Sicilia. Quel primato assume maggiore consistenza dopo l’Unificazione, quando il potere mafioso, emerso d’un tratto, pervade rapidamente la società e le istituzioni, condizionando pesantemente anche l’amministrazione della giustizia. Il terrore rende muti i testimoni, difficile la formazione delle giurie nei processi d’Assise, fa crescere il numero dei “non luogo a procedere”, delle assoluzioni per insufficienza di prove, delle condanne a pene irrisorie. Anche nell’intimidazione mafiosa Palermo è subito in prima fila. “Non vi è impiegato in Sicilia che non si sia prostrato al cenno di un prepotente e che non abbia pensato a trar profitto dal suo ufficio […] Al centro di tale stato di dissoluzione, evvi una Capitale col suo lusso e le sue pretensioni feudali in mezzo al secolo XIX, città nella quale vivono quarantamila proletari, la cui sussistenza dipende dal lusso e dai capricci dei grandi. In questo umbelico della Sicilia, si vendono gli uffici pubblici si corrompe la giustizia, si fomenta l’ignoranza. Dal 1820 in poi, il popolo si solleva spinto dal malcontento, non dalle utopie del tempo…” 1 . Le linee di questo quadro di Palermo, disegnato nel 1838, combaciano perfettamente con quelle della Palermo postunitaria: la città è sede dei più importanti uffici pubblici; residenza della classe dirigente; il Comune è un covo di affarismo e di sperpero; infiltrazioni mafiose rendono ingovernabile la gestione dei dazi; 1 Relazione in data 3 agosto 1838 del Procuratore Generale del Re di Trapani Pietro Calà Ulloa al Ministro della Giustizia, in G. C. Marino, L’opposizione mafiosa,1996, pp. 23-24.

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mafia
sicilianismo
storia d'italia
storia moderna
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