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Le prose brevi di Federigo Tozzi

Informazioni tesi

  Autore: Daniela Auciello
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2010-11
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Lettere
  Relatore: Francesco Muzzioli
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 60

Ossimorica la figura di Federigo Tozzi, sia dal punto di vista esistenziale e relazionale sia da quello apparentemente caotico di una cultura squisitamente autodidatta.
Radicato alla sua terra e soprattutto alla sua città, Siena, comunque pigro viaggiatore, ne critica e spesso non ne accetta la realtà che lo «rinchiude o respinge».
Durante il soggiorno romano confesserà alla sua donna, Emma, di aver dimenticato completamente «la schifosissima città, onde son venuto» per poi in parte ritrattarne l’affermazione ed ammettere che «[…] vi è di lei in me uno sfondo di sensazioni». Un «odi et amo» catulliano di un uomo disiectus nell’ambito di un completamento futuro che si chiuderà in Con gli occhi chiusi. Non solo, ma proprio nelle prose di Bestie, pur se antecedenti, questo processo sarà in formazione: il figlio stesso dell’Autore, 1.Glauco, definisce l’opera, in un certo senso, «il poema in prosa di Siena e della sua campagna».
Come Saba e Montale l’Autore è un tutt’uno con la sua terra, ma ne evidenzia gli aspetti marginali che corrispondono a quelli del suo animo, dimesso, nascosto, intimorito dalla folla, dalle case, che in un magismo onirico sembrano soffocarlo e impedirgli una via di uscita. Ecco dunque i vicoli, i muri scalcinati che rasenta, la notte incubo e salvatrice, come la foresta ariostesca in cui tutto si perde in un labirinto che pian piano trova una sua apparente ricomposizione. Il punto forte, forse l’unico certo, è in Bestie la figura dell’allodola, che emerge nel primo e nell’ultimo aforisma. Libertà? «Il naufragar» leopardiano? Comunque liberazione e tensione al piacere verso il «gran mare dell’essere» dantesco: morire, dormire, certo non prendere le armi e combattere shakespearianamente contro una Fortuna avversa. Un perdente, dunque, un «inetto», che però ha dentro di sé un senso del religioso, pur se non tradizionalmente inteso. Il Dio che atterra […], che affanna, di stampo biblico protocristiano, riaffiora e si evidenzia molto spesso nelle sue prose. Una sorta di religiosità personale, atavicamente verghiana, che lascia forse un’unica risoluzione: l’essere bestie. Da qui la salvazione. Dall’itinerarium mentis in Deum, di matrice dantesca, si procede come per anticlimax ad un viaggio a ritroso, controcorrente, che vede, o crede di vedere, o gli sembra, o sente nel suo intimo che i valori tradizionali siano invertiti. Vince il cattivo, il verme e non l’angelica farfalla, colui che «nell’intervallo tra la creazione del mondoe il peccato di Eva riemerge nella sua impotenza dal peccato originale». Si innesta su questo filone il rapporto col padre. Un padre-padrone, che gli impedisce un’infanzia «normale», che lo inibisce e lo tradisce nelle sue aspettative. L’Autore cerca altrove, in un mondo che non lo soddisfa, ma gli dà la possibilità di esternare sentimenti, sensi di colpa, ricordi sepolti o volutamente mai palesati, che però riaffiorano proprio nel simbolismo della bestia, elemento reale o distraente. Egli trova il suo senso religioso in una visione di un cristianesimo patologicamente personale, che lo avvicina al pessimismo corazziniano, che perde ogni riferimento e regredisce alle cose, come Tozzi regredisce allo stato bestiale, per rendere «l’Inferno più sopportabile e Dio più lontano».
Il fatto che Petroni affermi che l’importanza di Bestie segni il primo tentativo di percorrere una strada del tutto nuova è evidente. Il recupero della parola in uno stile «capace di definire il valore schietto di ogni vocabolo […] per allontanarmi da quella deplorevole sciatteria e incompetenza che non fa onore […] ai nove decimi degli scrittori odierni» corrisponde alla funzione che Debenedetti dà all’opera nel Romanzo del Novecento ben lontano, da quanto si credesse, dal frammentismo vociano, descrittivo e statico. Si parla dunque di simmetrie, in ogni prosa appare un animale, che ha un qualcosa di comune con l’uomo, ma nello stesso tempo la sua presenza impedisce qualsiasi tentativo di interpretazione. Il simbolo, del resto, ha un valore polisenso, ma nelcontempo trasmette un qualcosa di preciso. C’è dunque una logica, secondo Petroni, «simmetrica, che ignora il principio di non contraddizione», è la logica della psiche e quindi il racconto di «un qualsiasi misterioso atto nostro».

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2 «Vita bestial mi piacque, e non umana, | sì com’a mul ch’io fui; son Vanni Fucci | bestia e Pistoia mi fu degna tana» 1 INTRODUZIONE Ossimorica la figura di Federigo Tozzi, sia dal punto di vista esistenziale e relazionale sia da quello apparentemente caotico di una cultura squisitamente autodidatta. Radicato alla sua terra e soprattutto alla sua città, Siena, comunque pigro viaggiatore, ne critica e spesso non ne accetta la realtà che lo «rinchiude o respinge» 2 . Durante il soggiorno romano confesserà alla sua donna, Emma, di aver dimenticato completamente «la schifosissima città, onde son venuto» 3 per poi in parte ritrattarne l’affermazione ed ammettere che «[…] vi è di lei in me uno sfondo di sensazioni» 4 . Un «odi et amo» catulliano di un uomo disiectus 5 nell’ambito di un completamento futuro che si chiuderà in Con gli occhi chiusi. Non solo, ma proprio nelle prose di Bestie, pur se antecedenti, questo processo sarà in formazione: il figlio stesso dell’Autore, 1 Dante Alighieri, Commedia, Inferno XXIV vv. 124-126 2 Tozzi, F. (2001). Bestie. (F. Marchiori, A cura di) Lecce: Piero Manni, p. 74 3 Tozzi, F. (1984). Novale. (G. Tozzi, A cura di) Firenze: Vallecchi; lettera dell’11 marzo 1907 4 Ibid., lettera del 7 aprile 1907 5 Traduzione: “fatto a brandelli”

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