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Erudizione e religione. Angelo Maria Querini e il respiro dell'Europa

Informazioni tesi

  Autore: Davide Busi
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2008-09
  Università: Università degli Studi di Milano
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Storia e documentazione storica
  Relatore: Silvia Maria Pizzetti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 514

Questo studio ha come suo principale oggetto la figura di Angelo Maria Querini, noto tra gli studiosi del Settecento erudito ed ecclesiastico in qualità di vescovo di Brescia per quasi tre decenni (1727-1755), cardinale e Prefetto della Biblioteca Vaticana, nonché acceso partecipante alle colte come alle teologiche controversie dell'epoca. Eppure la fisionomia del Querini che conosciamo assomiglia più ad una maschera che ad un personaggio a tutto tondo. Non che manchino studi specifici: al contrario la bibliografia dedicata al porporato bresciano è quantitativamente notevole; ma qualitativamente scarsa, troppo incentrata com'è su fonti secondarie cui attinge ed un localismo incapace di varcare assai raramente i confini della Brescia veneta per spingersi verso il resto della penisola italiana ed al di là delle Alpi.
Questo studio si propone dunque di ripensare Querini, facendo uso delle fonti primarie in nostro possesso – in particolare del carteggio conservato tra Brescia, Parigi e Venezia – per collocarlo in un contesto più ampio e significativo. In particolare di ripensare Querini negli anni della sua giovinezza, quale figlio di un'illustre famiglia veneziana ed allievo dei Gesuiti di Brescia (1680-1696), benedettino nella Firenze di Magliabechi, Magalotti e Salvini (1696-1710), e infine studioso in viaggio tra le Province Unite, l'Inghilterra e la Francia (1710-1714), terre particolarmente coinvolte nel fermento intellettuale e nelle dispute religiose del tempo.
L'esperienza individuale di Querini fa da filo conduttore verso la comprensione di quello che Paul Hazard individuò essere il periodo segnato dalla «crisi della coscienza europea». Centrali divengono allora i concetti di erudizione e di religione, filtrati attraverso un'ottica comunitaria ed allo stesso tempo particolare quale quella della Repubblica delle lettere, società aperta e al contempo gerarchizzata, che rappresentò per i secoli mediani dell'età moderna il vero banco di prova dell'unità europea. Di un'Europa ormai frammentata sul piano politico e religioso, e per questo indirizzata verso un dialogo culturale sovranazionale che proprio la «crisi della coscienza europea» parve mettere in pericolo.
L'intento di questo studio è quindi comprendere quale fu la risposta di Querini nei confronti della tempesta che lo coinvolse quale esponente della Chiesa cattolica, erudito e cittadino della Repubblica delle lettere. Cittadino convinto della necessità di un dialogo costante tra erudizione e religione ed ostacolato nei suoi intenti da forze politiche e religiose – si pensi all'intreccio tra antigiansenismo delle corti di Versailles e Roma e la costante disputa tra Gesuiti e Maurini – poco propense alla mediazione. Comprendendo la risposta di Querini, che finì per percorrere la via dell'obbedienza, preferendo – almeno apparentemente – la certezza della religione al dubbio della conoscenza, osserveremo come la disfatta individuale del futuro cardinale non si limitò alla sua persona ma coinvolse in realtà un'intera generazione intellettuale, scossa da una dicotomia tra erudizione e religione le cui conseguenze si ripercossero anche sui decenni a venire.

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5 Introduzione. Tra esperienza individuale e coscienza collettiva Chi si interessi di storia, come ricordava in una ben nota riflessione Marc Bloch, ha un unico e reale oggetto a cui volgere la propria attenzione: l’uomo, anzi, gli uomini. Dietro ad ogni paesaggio, ad ogni scritto, ad ogni istituzione vi sono sempre e costantemente gli uomini, e nient’altro, se non essi, lo storico ha il dovere di ricercare e di comprendere per capire – o tentare di farlo – la realtà che ci circonda e che proprio gli uomini hanno costruito e continuano a costruire 1 . Così può succedere che, dopo aver frequentato per lungo tempo un luogo o un’istituzione, sorga la curiosità di sapere quale sia la sua origine, chi, insomma, l’abbia fondata, e per quale ragione. Questo studio trova le proprie radici in una simile considerazione, in relazione a quella che fu, e rimane, una delle prime biblioteche pubbliche d’Italia: la biblioteca Queriniana di Brescia, che deve il proprio nome al vescovo della città per quasi tre decenni (1727-1755), cardinale e prefetto della biblioteca Vaticana, Angelo Maria Querini, che la inaugurò nel 1750. La figura di Querini non è certo sconosciuta. Esiste indubbiamente un divario tra gli studiosi e coloro che non si occupano delle discipline storico-letterarie. Nelle menti dei suoi concittadini, ad esempio, quello del porporato, un tempo così noto, non rappresenta oggi che un nome, capace sì di rievocare delle immagini della Brescia settecentesca – come quella del Duomo nuovo, la cui cupola azzurra domina tuttora la città – ma che rimane pur sempre un nome fra tanti. Alle orecchie degli specialisti, al contrario, il nome di Querini è facilmente associato ad una o più idee-forza che, ricollegandolo al contesto ecclesiastico ed erudito dell’inizio-metà del XVIII secolo, lo rendono personaggio vivo e concreto. Eppure, per quanto ciò sia vero, la fisionomia di Querini corrisponde – se volessimo utilizzare una metafora letteraria – più ad una persona, ovvero ad una maschera, piuttosto che ad un personaggio a tutto tondo. Ogni qual volta ad un ricercatore contemporaneo, anche solo per caso, capiti di incontrare la figura del prefetto della Vaticana, la strada che gli viene offerta è una ed una sola: ricorrere allo stereotipo, riprendere i clichés utilizzati dalle generazioni che l’hanno preceduto, denunciando al contempo la lacuna esistente, la mancanza di uno studio moderno che confermi o smentisca quel – poco – che la ricerca storiografica ha finora posto in luce. 1 «È da gran tempo, invero, che i nostri “maggiori”, un Michelet, un Fustel de Coulanges, ce l’hanno detto: l’oggetto della storia è, per natura, l’uomo. O ancora più esattamente: gli uomini. Meglio del singolare, modo grammaticale dell’astrazione, a una scienza del reale conviene il plurale, che è il modo della diversità. Dietro i tratti concreti del paesaggio, dietro gli scritti che sembrano più freddi, dietro le istituzioni in apparenza più distaccate da coloro che le hanno create e le fanno vivere, sono gli uomini che la storia vuol afferrare. Colui che non si spinge fin qui, non sarà mai altro, nel migliore dei casi, che un manovale dell’erudizione. Il buono storico, invece, somiglia all’orco della fiaba. Egli sa che là dove fiuta carne umana, là è la sua preda» (M. BLOCH, Apologie pour l’histoire, ou Metier d’historien, Paris, Armand Colin, 1949, ed. it., Apologia della storia, o Mestiere di storico, trad. di G. Gouthier, Torino, Einaudi, 1998, p. 184).

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