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La partecipazione a distanza al dibattimento

Le videoconferenze in ambito giudiziario, apparse con l’art. 147-bis disp. att. c.p.p., disciplinante l’esame “a distanza” delle persone che collaborano con la giustizia, in riferimento ai processi di criminalità organizzata, ricevono un importante impulso ad opera della legge 7 Gennaio 1998 n. 11 (la c.d. legge sulla videoconferenza), che, sia pure in via temporanea, impone in determinati casi ed in presenza dei presupposti da questa indicati la partecipazione a distanza al dibattimento dell’imputato (o condannato) detenuto in carcere.
Se l’intento perseguito con l’emanazione dell’istituto dell’esame a distanza dei c.d. pentiti (art. 7 co. 2 d.l. n. 306), è stato quello di rendere meno fruttuose le attività intimidatorie poste in essere dalla criminalità di tipo mafioso nei processi ad essa relativi, lo scopo della nuova normativa della partecipazione in collegamento audiovisivo al dibattimento dell’imputato si ravvisa nell’esigenza di estendere i meccanismi di partecipazione c.d. virtuale anche al detenuto non collaborante, in presenza dei requisiti previsti dall’art. 146-bis disp. att. c.p.p., al fine di conseguire il risparmio nei tempi dibattimentali e nella traduzione dei detenuti.
Nel nuovo modello della c.d. videoconferenza per gli imputati dei delitti gravi di cui all’art. 51 comma 3-bis c.p.p., il dato caratterizzante è il fatto che è possibile utilizzare le moderne risorse tecnologiche, al fine di assicurare la presenza solo virtuale dell’imputato detenuto in carcere, nell’aula dibattimentale, quando si verificano le ipotesi predeterminate dalla legge, così assicurando una forma di partecipazione nuova ed alternativa a quella diretta ed ordinaria.
In conseguenza della nuova legge, questa forma alternativa di partecipazione a distanza deve essere disposta dal giudice in via obbligatoria, anche d’ufficio, nel corso delle indagini preliminari o nel corso del dibattimento, comunicando la relativa decisione, alle parti ed ai difensori, nel termine di almeno dieci giorni prima dell’udienza.
Tale innovazione legislativa introduce nel nostro Paese analoghe previsioni già operanti in alcuni degli ordinamenti stranieri più evoluti, in special modo anglosassoni, e si giustifica nelle molteplici esigenze denunciate nel corso dei lavori parlamentari di approvazione del d.d.l. n. 1845, le quali si riassumono nella necessità di impedire le lungaggini dibattimentali, motivate, più che da ragioni di complessità dell’accertamento, soprattutto, dall’esercizio del diritto di presenziare personalmente all’udienza, da parte di molti imputati di delitti di criminalità organizzata, in stato di detenzione, e chiamati a partecipare a più giudizi, spesso in sedi processuali diverse; nella volontà di limitare i pericoli per la sicurezza e l’ordine pubblico, derivanti dai continui e deleteri spostamenti, da un luogo all’altro di udienza, degli imputati detenuti, coinvolti nei processi di criminalità organizzata, e chiamati a partecipare alle rispettive udienze penali; nella esigenza di mettere un freno alle spese ingenti ed al notevole impegno profuso dalle forze dell’ordine impegnate nelle stesse operazioni di traduzione degli imputati.
Tale riforma, coinvolge aspetti non secondari della disciplina in tema di diritti dell’imputato, rivisitando la procedura che regola la partecipazione di questi al dibattimento. Certo, è lecito esprimere dubbi circa il fatto che non vengono in qualche modo sacrificati l’effettività della funzione difensiva e l’immediatezza del contraddittorio; ma non si può tornare indietro: occorre rassegnarsi all’ineluttabile divaricazione, rispetto alle ordinarie regole e garanzie, del regime normativo dei grandi processi di criminalità di stampo mafioso, secondo quel sistema denominato del “doppio binario” processuale. Questo argomento, la cui importanza è fondamentale ai fini della elaborazione di un giudizio positivo sui contenuti della legge n. 11/98, sarà attentamente esaminato nella presente trattazione. Infatti, dimostrare come l’ampia gamma di garanzie previste dal legislatore della riforma, nell’intento di tutelare il diritto alla piena e libera difesa dell’imputato nel dibattimento, è sufficiente ad impedire che la disciplina della riforma dei collegamenti audiovisivi possa comportare una violazione dell’art. 24 Cost. significa donare alla stessa riforma dignità e legittimità.

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5 L’introduzione dell’art. 147-bis delle disposizioni di attuazione del codice di procedura penale, disciplinante l’esame “a distanza” delle persone che collaborano con la giustizia, in riferimento ai processi di criminalità organizzata, ricevono un importante impulso ed una significativa espansione ad opera della legge 7 Gennaio 1998 n. 11 (la c.d. legge sulla videoconferenza), che, sia pure in via temporanea (per il momento), consente, anzi, impone, in determinati casi ed in presenza dei presupposti da questa indicati, la partecipazione a distanza al procedimento ed in particolare, per il profilo che qui interessa direttamente ai fini del presente studio, al dibattimento dell’imputato (o condannato) detenuto, a qualsiasi titolo, in carcere. Se l’intento perseguito con l’emanazione dell’istituto dell’esame a distanza dei c.d. pentiti, introdotto dall’art. 7 comma 2 d.l. n. 306, è stato quello di rendere meno fruttuose le attività intimidatorie poste in essere dalla criminalità di tipo mafioso nei processi ad essa relativi, in modo tale da tutelare coloro i quali, per la collaborazione prestata alla giustizia, potevano trovarsi esposti al rischio di gravi ritorsioni su di loro e sui propri familiari, al contrario, lo scopo della nuova normativa della partecipazione in collegamento audiovisivo al

Tesi di Laurea

Facoltà: Giurisprudenza

Autore: Alessandro Papagno Contatta »

Composta da 261 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.