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Studio di pesi in vetro di epoca fatimide mediante microspettroscopia di fluorescenza di raggi X

Informazioni tesi

  Autore: Valeria Lovera
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli Studi di Torino
  Facoltà: Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali
  Corso: Conservazione e restauro del patrimonio storico-artistico
  Relatore: Piero Mirti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 123

La collezione Brandani-Rava, oggetto di questo studio, è composta da sessantadue pesi in vetro di epoca islamica (X-XII secolo d.C.) provenienti dall’Egitto.
Per confermare la funzione di tali oggetti come pesi di riferimento per la produzione delle monete, si sono valutati il colore, il diametro e la massa dei campioni. Sulla base della massa, i campioni sono stati divisi in classi e, tramite ricerche bibliografiche e il confronto con i dati relativi a campioni del Gayer Anderson Museum de Il Cairo, si sono stabilite le valute corrispondenti a ciascuna classe. I pesi, infatti, si riferiscono a monete d’oro (dinar) e d’argento (dirham), utilizzate in tutta l’area islamica.
Lo scopo principale dello studio è stato la determinazione dell’appartenenza dei campioni alla produzione vetraria a base di evaporiti o di cenere, tramite analisi composizionale. Tra il IX e il XI secolo, infatti, si stava concludendo il passaggio da una tradizione vetraria all’altra. Per la determinazione delle caratteristiche composizionali è stato necessario valutare gli elementi maggiori, i minori e quelli in traccia.
Dal momento che i campioni sono di piccole dimensioni (diametro inferiore a 33 mm) e recano impresse delle legende la cui lettura in certi casi può contribuire alla classificazione cronologica, è stato necessario impiegare una tecnica d’analisi non distruttiva. La tecnica impiegata è stata la microspettroscopia di fluorescenza di raggi X (XRF), poiché, tra le tecniche analitiche solitamente impiegate per lo studio dei vetri, non occorre effettuare un campionamento e consente l’analisi degli elementi maggiori, dei minori e di quelli in traccia.
Nello studio sono stati analizzati quarantaquattro campioni, di cui trentasette attribuibili all’epoca fatimide, tramite la legenda con il nome del califfo impressa all’epoca di realizzazione, tre di possibile attribuzione mamelucca (grazie al confronto con le tipologie di pesi mamelucchi presenti all’interno della collezione del Gayer Anderson Museum) e quattro non assegnabili a un periodo storico preciso. Ulteriore obiettivo dell’indagine era quello di poter classificare cronologicamente i campioni non altrimenti databili. Poiché la tecnica XRF è di recente impiego come tecnica analitica, la sua applicazione allo studio dei vetri ha richiesto la messa a punto di una procedura specifica, tramite la calibrazione dello strumento con l’impiego di standard certificati e l’analisi di campioni di vetro già analizzati con altre tecniche analitiche.
I campioni analizzati presentano composizione comparabile, attribuibile alla tradizione di produzione del vetro a base di cenere. L’analisi composizionale ha infatti rilevato contenuti di ossidi di potassio e magnesio che suggeriscono l’uso di cenere sodica come materiale con funzione di fondente. Come materiale formatore è probabilmente stata impiegata una sabbia continentale non calcarea, come suggerito dalla mancata correlazione tra i contenuti di alluminio e calcio e dai contenuti di stronzio e zirconio. L’uso di sabbia non calcarea risulta in accordo con l’impiego della cenere.
Per due campioni opachi di tarda produzione fatimide sono attestati contenuti di piombo in quantità considerate intenzionali, lasciando intuire la possibilità di una produzione vetraria che prevedeva l’uso di materiali fondenti differenti. Congiuntamente alla presenza di piombo, è stata rilevata anche quella di stagno, confermando l’uso del biossido di stagno come materiale opacizzante.
I campioni di supposta produzione mamelucca non mostrano una composizione segnatamente differente rispetto al corpus di produzione fatimide, non consentendo così una distinzione tra una produzione e l’altra. Per i campioni non classificati, infine, la composizione rilevata non si discosta da quella degli altri campioni datati, suggerendo così l’impiego di una ricetta simile a quella impiegata dagli artigiani fatimidi per la produzione di tali oggetti.
In conclusione, i campioni analizzati presentano una composizione omogenea, confermando l’uso di cenere come fondente. Livelli confrontabili dei diversi elementi suggeriscono l’impiego di materie prime simili, in quantità paragonabili. L’utilizzo della medesima tecnologia di produzione di tali vetri indica, oltre a una consolidata e diffusa tradizione di produzione vetraria, la possibilità che i pesi fossero realizzati con le stesse modalità nel corso dei secoli per ottenere un riferimento sempre con le stesse caratteristiche.

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Le indagini scientifiche sui Beni Culturali si occupano solitamente di stabilire la composizione degli oggetti indagati, oltre a determinare alcune proprietà dei ma- teriali costitutivi. Occorre notare come nel corso degli anni questi studi stiano di- ventando parte integrante di indagini di più ampio respiro, volte ad ampliare le conoscenze circa la società che ha dato origine agli oggetti esaminati. In modo particolare, lo studio di materiale vetroso è affrontato al fine di determi- nare la composizione del vetro per poter ottenere informazioni circa le metodologie di produzione, le materie prime impiegate e lo sviluppo delle conoscenze dell’arte vetraria da parte degli artefici degli oggetti indagati. Nei casi in cui la composizione del vetro sia specifica per area geografica o periodo storico, le informazioni che si possono ottenere possono contribuire alla collocazione cronologica della produzione dei manufatti. A partire dalle ricerche di Sayre e Smith (SA YRE & SMITH, 1961), gli studi archeo- metrici sul vetro hanno assistito a un progressivo sviluppo per ampliare le possibilità di impiego di tecniche diagnostiche, per poter ottenere un numero sempre maggiore di informazioni. La collezione Brandani-Rava, oggetto di questo studio, è composta da sessantadue oggetti in vetro, provenienti dall’area egiziana. Lo scopo delle indagini svolte è principalmente la determinazione dell’impiego degli oggetti, probabilmente pesi di riferimento per il metallo impiegato per la produzione di monete, e la collocazione storica della produzione, cercando conferme rispetto all’attribuzione cronologica ef- fettuata dal collezionista Brandani sulla base delle legende impresse sui vetri. Grazie a precedenti studi (HENDERSON, 2002), è possibile affermare che la tra- dizione vetraria in Egitto alla fine del primo millennio d.C. ha già concluso il pas- saggio da una produzione basata sull’uso di evaporiti a una che richiede l’impiego di ceneri. In base alle evidenze scientifiche, la transizione da una tipologia all’altra dovrebbe essere avvenuta attorno all’800 d.C.. Dal momento che sui campioni della collezione è impresso il nome del califfo sotto il cui potere gli oggetti dovrebbero es- sere stati prodotti, si stima che la loro produzione sia avvenuta tra il X e il XII se- colo dC. È auspicabile che il seguente studio sia in grado di attribuire la produzione dei campioni della collezione alla tradizione del vetro prodotto con evaporiti o a quella del vetro a base di cenere, al fine di contribuire alla determinazione del- l’epoca di passaggio da una produzione all’altra in ambito egiziano. Data la particolarità dei campioni, si è cercato di realizzare quest’indagine tramite l’uso di una tecnica analitica non distruttiva, che, dunque, non necessitasse di cam- pionamento alcuno al fine di preservare l’integrità dei campioni. Accanto alle tec- 6

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