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L’ingresso della Turchia nell’Unione Europea: la scelta strategica per un Islam democratico

Informazioni tesi

  Autore: Davide Argento
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2006-07
  Università: Università degli Studi di Torino
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Relazioni internazionali
  Relatore: Umberto Morelli
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 142

L’ingresso della Turchia nell’UE ha stimolato negli ultimi anni infinite discussioni su obiettivi e identità dell’Europa: in molti ritengono la candidatura turca incompatibile con le nostre radici giudaico-cristiane, sebbene l’art.1 del Trattato costituzionale stabilisca che l’UE è aperta a tutti gli stati europei che ne rispettano i valori di democrazia e stato di diritto, senza riferimento a principi riconducibili a confessioni religiose. Inoltre la Turchia, culla della civiltà europea, ha intrapreso sin dai tempi di Atatürk uno straordinario processo di modernizzazione e secolarizzazione che non ha precedenti nel mondo islamico e che rende incontrovertibile il suo ancoraggio politico all’Occidente. La Repubblica turca è da più di mezzo secolo tra i Paesi della NATO e del Consiglio d’Europa e durante la guerra fredda non ha esitato a schierarsi con l’alleanza atlantica fungendo da barriera contro l’espansionismo sovietico.
Ciononostante il percorso che ha portato all’avvio dei negoziati di adesione con Ankara è stato lungo ed irto di ostacoli e ancora oggi appare assai incerto.
Preoccupazioni per lo scarso sviluppo economico del Paese sono infondate: l’economia turca dal 2002 ad oggi ha registrato un tasso di crescita medio annuo del 7%, l’inflazione è stata abbattuta sotto il 10% e la produttività ha avuto un’impennata considerevole, tanto che oggi la Turchia può essere considerata il più grande mercato emergente in Europa.
Tra gli ostacoli maggiori vi è la militarizzazione della società turca. Anche in questo campo tuttavia il processo di riforma avviato dai governi degli ultimi anni ha consentito di ridimensionare il peso del Consiglio di Sicurezza Nazionale nel Paese. Lo Stato maggiore di Ankara sembra aver accettato le logiche di una democrazia moderna avendo riconosciuto l’autonomia del potere politico – come dimostra l’elezione a Presidente della Repubblica di Abdullah Gül – ed avendo adottato un atteggiamento meno rigido nei confronti delle diversità culturali.
Forte è poi il timore di un’invasione di immigrati. Questa prospettiva però è scongiurata dalla politica di contrasto al traffico clandestino di persone inaugurata dal governo Erdogan e dal fatto che il tasso di natalità in Turchia è in continua flessione. Molto probabilmente poi verrebbero negoziati con Ankara lunghi periodi di transizione che posticiperebbero l’entrata in vigore della libera circolazione delle persone e comunque si prevede che tra i futuri migranti vi sarebbero più professionisti e persone altamente qualificate rispetto ai connazionali che li hanno preceduti.
Ma l’argomentazione più frequente di chi ostacola la candidatura della Turchia sono le violazioni dei diritti umani di cui si sarebbe macchiata nel tempo. È proprio in questo campo però che la classe politica ha compiuto le innovazioni più significative negli ultimi anni, abolendo la pena di morte, introducendo il reato di tortura e riconoscendo alle minoranze maggiore libertà di espressione. Per ciò che riguarda il genocidio armeno è invece singolare addebitare alla Turchia moderna responsabilità per azioni passate di un sistema dal quale si è inteso operare un distacco inequivocabile. Venendo infine all’irrisolta questione di Cipro, non è da parte turca che si è opposto negli ultimi anni un rifiuto ad una soluzione negoziale: il piano di pace elaborato da Kofi Annan è stato bocciato nel 2004 dalla comunità greco-cipriota che si apprestava ad entrare nell’UE. Ciò detto, queste questioni paiono meglio tutelabili nel contesto di una Turchia partecipe del processo europeo anzichè abbandonata a se stessa.
Il reale ostacolo al processo negoziale con Ankara è il diffuso sentimento di contrarietà all’idea che un Paese popoloso e islamico aderisca all’UE per inconfessabili preoccupazioni circa la spartizione dei fondi europei e la ripartizione dei seggi al Parlamento di Strasburgo. Sarebbe però auspicabile un progetto politico di più ampio respiro che possa aiutare Ankara nella sua evoluzione riformatrice. Le continue interruzioni al processo negoziale hanno già danneggiato gravemente l’appeal che un tempo Bruxelles esercitava sulla popolazione turca, il rischio è che Ankara inizi a guardare verso Siria e Iran virando verso l’ultranazionalismo e l’estremismo islamico, che per converso porterebbero alla riaffermazione di un ruolo più centrale da parte dell’establishment militare turco. Accogliendo la Turchia tra i suoi membri invece l’UE confermerebbe la sua natura di società aperta che trae forza dalla diversità, espandendo la sua influenza in MO e contribuendo a migliorare i rapporti tra Occidente e mondo arabo. Ciò dimostrerebbe che Islam, modernizzazione e democrazia sono compatibili, neutralizzando logiche da scontro di civiltà che minacciano l’ambizioso progetto di pace perpetua elaborato da Kant cui si dovrebbe ricominciare a guardare con fiducia.

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L’ingresso della Turchia nell’Unione Europea: la scelta strategica per un Islam democratico 4 INTRODUZIONE Quali sono i confini dell‟Europa? È questa una discussione che ha sempre avuto scarso rilievo in ambito europeo fino alla caduta del muro di Berlino: in seguito a questo evento di portata storica, si è invece cominciato a riflettere seriamente su quale potesse essere il futuro dell‟Unione Europea, l‟organizzazione politica che aveva raggruppato fino ad allora la maggior parte dei Paesi dell‟Europa occidentale, riunendoli in pace per quasi mezzo secolo – obiettivo che sembrava irrealistico fino alla prima metà del „900. Il cambiamento di prospettiva fu dovuto alle prevedibili candidature dei paesi dell‟ex blocco sovietico a divenire membri dell‟Unione per poter godere dei benefici da essa derivanti in termini politici, economici e di sicurezza. Per allargamento dell'Unione Europea si intende, appunto, il processo in base al quale nuove nazioni chiedono di far parte dell‟organizzazione tramite un percorso di adeguamento legislativo concordato; ma quali sono i criteri necessari per poter ottenere la candidatura? Quali i valori comuni che definiscono l‟identità europea? E quali i connotati geografici per poter essere riconosciuto come Paese europeo? All‟epoca della dissoluzione dell‟URSS, il presidente francese Mitterrand avanzò l‟ipotesi di dar vita ad una confederazione europea che legasse in qualche modo tutti gli aspiranti futuri membri dell‟Unione a quelli che già lo erano, una sorta di status intermedio tra quello di membro e quello di Paese legato all‟UE da un semplice accordo di associazione. Questa strada, che allora non venne percorsa, è tornata ad essere invocata recentemente in occasione del riconoscimento ufficiale della candidatura della Turchia a divenire membro dell‟Unione, trattandosi di un Paese islamico, situato all‟estremità dell'Europa, con una popolazione seconda solo alla Germania tra i Paesi dell‟UE e con condizioni socioeconomiche ben al di sotto della media europea. Il caso turco ha dunque il merito di aver stimolato negli ultimi anni una discussione sugli obiettivi, l‟identità e i confini di un‟Europa che non può limitarsi a rappresentare un‟unione economica priva delle ambizioni politiche e ideali che avevano in mente i suoi padri fondatori. L‟adesione della Turchia – con la quale è stato

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