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Obiettività ed indipendenza nei media americani: l'operazione Iraqi Freedom e le armi di distruzione di massa

Informazioni tesi

  Autore: Luca Costa
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze politiche e delle relazioni internazionali
  Relatore: Marcella Emiliani
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 143

Il mio lavoro è basato sull’analisi della copertura che le due più note ed influenti testate americane, «The Washington Post» e «The New York Times», hanno effettuato a riguardo degli eventi e del dibattito che hanno portato, nel Marzo del 2003, all’invasione dell’Iraq da parte della coalizione guidata dagli Stati Uniti d’America. Prendendo le mosse da una riflessione generale sul ruolo del giornalismo nella società contemporanea e sulla sua funzione di mediatore nell’organizzare e dare un senso alla realtà che ci circonda, descrivo il processo giornalistico nella negoziazione che viene quotidianamente intrapresa tra i suoi attori: le fonti, i giornalisti, il pubblico. Uno sguardo approfondito è dedicato al concetto dell’obiettività, ai problemi ad esso legati, alle limitazioni che impone e ad un possibile ripensamento dell’ideale che, secondo il parere di Cunningham e di diversi altri autori, sta conducendo ad una perdita del ruolo di analisi ed interpretazione tipico del giornalista.
Dopo una panoramica sul concetto di marketing della guerra e la sua evoluzione nel corso degli anni, presento i risultati della mia ricerca. Dal punto di vista metodologico, essa si basa su un’analisi quantitativa e qualitativa degli articoli delle due testate considerate nell’arco temporale che va dal Settembre 2002 al 20 Marzo 2003 (recuperati elettronicamente tramite l’archivio LexisNexis Academy), data di inizio delle operazioni militari in Iraq. Lo scopo dell’indagine è quello di individuare le fonti maggiormente utilizzate e i frames narrativi impiegati nel descrivere il dibattito intorno alla crisi irachena, in particolare al riguardo delle giustificazioni che l’Amministrazione Bush userà per legittimare l’intervento armato: l’effettiva presenza in Iraq di un arsenale di armi di distruzione di massa, la minaccia posta da tale paese nei confronti degli Stati Uniti e di tutta la comunità internazionale, i suoi legami con il terrorismo e con la rete di Al Qaeda, la necessità di un intervento armato che neutralizzi tale presunta minaccia. I dati e le conclusioni ottenute sembrano indicare un operato definibile se non altro superficiale e poco professionale da parte delle due testate (eloquenti sono i mea culpa pubblicati tardivamente da entrambe le testate), che si limitano ad amplificare le dichiarazioni e la posizione dell’Amministrazione, la quale, peraltro, non esita a ricorrere ad un massiccio uso di tecniche di news management e spin doctoring per favorire la propria rappresentazione e prospettiva degli eventi. Le fonti che contestarono o misero in qualche maniera in discussione tale “verità” vennero sistematicamente escluse dal dibattito, e la visibilità che gli venne concessa fu del tutto insufficiente per permetterli di raggiungere la grande opinione pubblica americana. Di conseguenza, il dibattito sulla crisi irachena fu dominato da un unico grande frame, che corrisponde esattamente a quello sostenuto dall’Amministrazione: l’Iraq, dotata di armi non convenzionali e collegata al terrorismo internazionale, costituisce una minaccia sia per gli Stati Uniti che per la comunità internazionale. Il rovesciamento del suo regime e la rimozione del suo arsenale diventa pertanto il prossimo obiettivo della guerra al terrorismo proclamata da Bush all’indomani dell’attentato dell’11 Settembre 2001. L’assenza di alternative a tale visione ha portato l’opinione pubblica a condividerla, seppure parzialmente e in maniera temporanea.
In conclusione, affronto una riflessione sul giornalismo americano e sul sistema d’informazione degli Stati Uniti, in particolare nei suoi rapporti con il potere durante quei momenti cruciali in cui le issues che dominano il dibattito riguardano questioni relative alla sicurezza del paese. Emerge la necessità di un ripensamento dei criteri che guidano l’operato dei professionisti dell’informazione, se realmente la stampa americana vuole assolvere a quel ruolo di watchdog e di controllo dell’elite e al potere che le assegnarono i Padri Fondatori. Il caso da me esaminato mette infatti in luce diverse problematiche che impediscono una reale autonomia del giornalismo americano: i ritmi sempre più incalzanti delle esigenze produttive del mondo dei news media incoraggiano un eccessivo utilizzo di fonti ufficiali, d’Amministrazione in questo caso, data la loro capacità di fornire materiali già “preconfezionati” per la divulgazione e necessari di poca rielaborazione, il meccanismo del rally’round the flag agisce come una sorta di freno inibitorio impedendo ai giornalisti, in situazioni di crisi nazionale, di contestare i frames narrativi proposti dal governo, infine, il criterio dell’obiettività porta ad una sorta di “pigrizia” del giornalista nel momento in cui si limita a riportare le dichiarazioni delle varie fonti senza fornire una reale ed approfondita trattazione del dibattito.

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4 Introduzione Una delle premesse al funzionamento di qualsiasi sistema democratico che meriti tale definizione è la presenza e l‟attività di una stampa (e di un sistema d‟informazione in generale) autonoma e indipendente. Tale attività consiste essenzialmente nell‟informare i cittadini, i quali fanno affidamento su tali mezzi d‟informazione per separare la realtà tangibile e “oggettiva” (concetto di non facile definizione, come vedremo) dalle supposizioni, dalle opinioni, dalle sempre più sofisticate strategie di public relations e spin doctoring messe in atto dalle fonti ed essere così in grado di formarsi un‟opinione critica e autonoma. E‟ proprio questa la base del rapporto fiduciario che costituisce l‟essenza del giornalismo in senso generale, da quello della carta stampata, a quello televisivo, ai media on-line: esso fornisce i modelli interpretativi che ci permettono di organizzare e dare un senso alla realtà che viviamo quotidianamente. Parallelamente a questa funzione, o meglio in conseguenza imprescindibile di essa, il giornalismo e i mezzi di informazione sono stati storicamente considerati i depositari di quel “quarto potere” che garantisca un controllo attivo e critico sull‟operato dell‟elite al potere e tuteli così il funzionamento della democrazia, garantendo lo svilupparsi all‟interno della società di un dibattito reale, razionale e il più pluralistico possibile (Grandi 2008). Nel sistema americano in maniera particolare, tale funzione di watchdog svolta dai mezzi d‟informazione è da sempre ritenuta fondamentale e tenuta nella massima considerazione, prevista dagli stessi Padri Fondatori e celebrata nelle spesso citate parole di Thomas Jefferson in una lettera all‟amico Edward Carrington (citato in Sharp e Kiyan 2007, 1): The basis of our governments, being the opinion of the people, the very first object should be to keep it right, and were it left to me to decide whether we should have a government without newspapers or newspapers without government, I should not hesitate a moment to prefer the latter.

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