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Un nuovo approccio di ''private equity'' per le PMI italiane: il Fondo Italiano d'Investimento

Nelle ultime tre decadi del secolo scorso la nostra economia è stata sempre più caratterizzata dalla presenza delle PMI, che hanno rappresentato un motore determinante nella crescita del paese.Flessibilità, efficienza, spirito imprenditoriale, price competition, utilizzo massimale della forza lavoro, il tutto spesso ben coordinato nell’ambito dei distretti, sono stati i punti di forza del sistema. Negli ultimi anni, tuttavia, il modello ha iniziato a mostrare segni di cedimento. L’individualismo, la scarsa patrimonializzazione, la struttura dell’indebitamento, in sintesi il “nanismo” delle PMI italiane – nel cui ambito sono sempre nettamente prevalenti le c.d. “microimprese” – le rende incapaci di investire adeguatamente in ricerca, innovazione, marketing e di essere ancora vincenti nei mercati internazionali, con inevitabili ripercussioni negative sull’andamento del sistema Italia rispetto ai competitors.
La soluzione va ricercata forse in un rilancio dei distretti industriali o in strumenti affini, quali le “reti” o i consorzi, ma soprattutto nell’incentivazione alla crescita delle imprese, per vie interne o esterne. Molti sono gli strumenti a disposizione (finanza straordinaria, sgravi fiscali, mercato dei capitali). Essi, tuttavia, sono stati fin qui utilizzati in misura inadeguata: è invece indispensabile, al di là degli eventuali incentivi fiscali, un convinto intervento di tutte le parti in gioco per accelerare i processi di integrazione e aggregazione, senza i quali siamo destinati ad un inevitabile declino. In quest’ambito senza dubbio merita considerazione il recente progetto del Fondo Italiano d’Investimento. Si tratta di un’iniziativa finalizzata a dare nuovo impulso al mercato del “private equity”, mediante l’intervento dello Stato e con un approccio un po’ diverso rispetto all’impostazione classica di questo strumento. Il progetto è appena partito e la sua validità potrà essere verificata soltanto nel medio-lungo periodo: riteniamo comunque che, a prescindere dai risultati concreti, esso possa efficacemente contribuire ad un importante cambio di mentalità nel mondo delle PMI italiane.

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7 Capitolo I Cenni sull’evoluzione del sistema industriale italiano 1. Dalla ricostruzione al boom economico (1945 – 1970) L’economia italiana esce letteralmente prostrata dalla seconda guerra mondiale. I bombardamenti hanno distrutto strutture produttive in misura complessivamente contenuta (circa il 6%) e in modo radicale solo in alcune aree (ad es. i centri siderurgici di Cornigliano e Bagnoli). Il fabbisogno bellico ha in qualche modo sostenuto l’attività, specialmente nella meccanica pesante, ma il sistema paese è ancora quello di inizio secolo, arretrato, prevalentemente agricolo e reduce dagli effetti di un ventennio di isolamento e di autarchia. Nondimeno, grazie anche al “piano Marshall” e in modo abbastanza spontaneo, dal momento che lo Stato limita gli interventi di politica economica, si innesca rapidamente un trend di crescita impetuosa, che accompagnerà il paese fino ai primi anni ‘60 senza avere riscontri negli altri stati europei. Senza dubbio il punto di partenza è la struttura industriale preesistente, concentrata nel triangolo Torino – Milano – Genova, ma già con interessanti propaggini nel nordest (industria laniera e cartaria) e in Emilia (macchine agricole). I settori che trainano la ripresa sono tipicamente l’edilizia, la siderurgia e l’auto. Successivamente si afferma l’industria meccanica leggera, con gli elettrodomestici ma anche con le macchine per scrivere e i computer, la chimica e, a seguire, i beni di consumo in genere, l’alimentare, l’abbigliamento etc.

Laurea liv.I

Facoltà: Economia

Autore: Davide Scortegagna Contatta »

Composta da 106 pagine.

 

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