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Le traduzioni dal greco in età umanistica - Leonzio Pilato e la versione latina dell'Ecuba

I due manoscritti sono oggi conservati nella Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze e ciò che andrò a trattare sarà la parte riguardante l’Ecuba euripidea.
Il Laur. XXXI 10 reca nelle interlinee dell’Ecuba una traduzione latina, fino al v. 466, e nei margini varie note, scritte dalla stessa mano, in una rozza minuscola gotica del secolo XIV. L’inchiostro usato dal traduttore ed annotatore è assai più chiaro di quello usato dall’amanuense greco; tuttavia, qua e là, sia la traduzione sia le note sono state ritoccate, talvolta corrette dalla stessa mano in un secondo tempo, apparentemente, però, con un inchiostro più scuro, quasi dello stesso colore usato dall’amanuense greco. Nella scrittura latina si notano esitazioni, pentimenti, cancellature: si ha la netta sensazione di trovarci di fronte ad un autografo, cioè ad una traduzione e alle note fatte da uno studioso quasi «in legendo».
Il Laur. Conv. San Marco 226 è una copia del testo greco e, in parte, della traduzione e delle note del precedente manoscritto; in realtà si tratta di una copia con correzioni, omissioni ed aggiunte. La mano latina è la stessa del Laur. XXXI 10, ma un po’ più calligrafica, e della stessa mano è anche la copia del testo greco.
Pertusi ha riconosciuto in questa scrittura la mano di Leonzio Pilato: una scrittura assolutamente caratteristica, tarda prosecuzione della scrittura calabrese di Reggio, in uso già nel sec. XIII. Nel primo dei mss., il cui testo greco è stato scritto nel primo ventennio del sec. XIV da un certo Giovannicio «celibe e povero grammatico», copista conosciuto anche per altri codici, specie di carattere medico, Leonzio ha aggiunto nelle interlinee della prima tragedia, l’Ecuba, una versione latina verbum de verbo e nei margini un numero notevole di spiegazioni di ogni genere (parafrastiche, mitologiche, esegetiche, etc.) fino al v. 466 (f. 13); nel secondo invece Leonzio ha copiato il testo greco di tutte le tragedie contenute nel Laur. XXXI 10, lasciando tra verso e verso uno spazio notevole che è stato riempito per la prima tragedia, l’Ecuba, con una versione latina che termina al v. 396 e che presenta notevoli varianti d’autore rispetto all’originale. Anche in questo codice le note, molto più brevi e rare, sono apposte nei margini. È uno dei primi tentativi, certo ingenuo, di rendere in latino la lingua di Euripide.
Il Laurenziano in questione, in possesso di Leonzio intorno al 1362, quando egli si trovava a Firenze, fu poi comprato dai Medici ed entrò a far parte della biblioteca pubblica del convento di San Marco prima del 1457.

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Laurea liv.II (specialistica)

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Veronica Rossetti Contatta »

Composta da 122 pagine.

 

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