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Real time revolutions. Il ruolo dei social media nelle rivolte in Nord Africa e Medio Oriente.

Informazioni tesi

  Autore: Marina De Faveri
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2010-11
  Università: Libera Università di Lingue e Comunicazione (IULM)
  Facoltà: Scienze della Comunicazione e dello Spettacolo
  Corso: Comunicazione, media e pubblicità
  Relatore: Mario Pireddu
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 89

La mia ricerca si propone l’obbiettivo di indagare quale sia stato il ruolo svolto dai social media all’interno delle recenti rivolte popolari nei paesi delle regioni africane e mediorientali. Lo scopo è essenzialmente quello di dimostrare se e in quale misura, i nuovi mezzi di comunicazione hanno realmente influito nelle insurrezioni che si sono verificate.
Twitter, Facebook, Flickr e YouTube, sono stati gli strumenti che hanno acceso la cosiddetta “primavera araba”, oppure l’hanno solo incentivata durante il suo corso? Questi sono i quesiti che stanno alla base della mia indagine.
La tematica in questione ha dato vita ad un acceso dibattito tra i favoreggiatori dell’importanza dei media all’interno di questi eventi e coloro i quali invece ritengono che l’apporto dei nuovi sistemi di comunicazione abbia avuto un’influenza minima. Portavoce dei “sostenitori” è Clay Shirky, docente della Columbia University, fortemente convinto che la rete sia uno strumento di aggregazione e organizzazione di azioni collettive; Evgeny Morozov, a capo degli “scettici”, sostiene invece che questi stessi mezzi rappresentino per i governi mappe utili ad individuare gli oppositori e le loro reti sociali.
La mia scelta di prendere in esame determinate nazioni piuttosto che altre è derivata dal fatto che queste presentano delle caratteristiche peculiari che le rendono particolarmente degne di nota.
La sommossa iraniana del 2009, definita “Onda Verde” (dal colore diventato il simbolo della rivolta), è stata la prima a far parlare di social media come strumenti utili alla contestazione anti-governativa.
I fatti avvenuti in Tunisia sono invece molto più recenti e non possono non essere citati, in quanto responsabili di un effetto domino che ha messo in agitazione numerosi stati limitrofi, che condividono problematiche simili; tra questi vi è l’Egitto, che, incoraggiato dall’esito della rivolta tunisina, è stato in grado di organizzarne una a sua volta, che ha visto un utilizzo più maturo e consapevole dei social media, rispetto alle occasioni precedenti.
La metodologia da me utilizzata prevede una presentazione generale, che pone l’attenzione sugli aspetti economici, politici e sociali di ogni paese, dalla quale emergono sostanzialmente le cause del malcontento della popolazione; a questa segue una rapida cronologia della rivolta, supportata dai dati riportati in maniera oggettiva direttamente dalle pagine Twitter e Facebook. Infine, grazie all’analisi complessiva degli elementi raccolti durante la ricerca, procederò esponendo le mie conclusioni.

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7 INTRODUZIONE La mia ricerca si propone l’obbiettivo di indagare quale sia stato il ruolo svolto dai social media all’interno delle recenti rivolte popolari nei paesi delle regioni africane e mediorientali. Lo scopo è essenzialmente quello di dimostrare se e in quale misura, i nuovi mezzi di comunicazione hanno realmente influito nelle insurrezioni che si sono verificate. Twitter, Facebook, Flickr e YouTube, sono stati gli strumenti che hanno acceso la cosiddetta “primavera araba”, oppure l’hanno solo incentivata durante il suo corso? Questi sono i quesiti che stanno alla base della mia indagine. La tematica in questione ha dato vita ad un acceso dibattito tra i favoreggiatori dell’importanza dei media all’interno di questi eventi e coloro i quali invece ritengono che l’apporto dei nuovi sistemi di comunicazione abbia avuto un’influenza minima. Portavoce dei “sostenitori” è Clay Shirky, docente della Columbia University, fortemente convinto che la rete sia uno strumento di aggregazione e organizzazione di azioni collettive; Evgeny Morozov, a capo degli “scettici”, sostiene invece che questi stessi mezzi rappresentino per i governi mappe utili ad individuare gli oppositori e le loro reti sociali. La mia scelta di prendere in esame determinate nazioni piuttosto che altre è derivata dal fatto che queste presentano delle caratteristiche peculiari che le rendono particolarmente degne di nota. La sommossa iraniana del 2009, definita “Onda Verde” (dal colore diventato il simbolo della rivolta), è stata la prima a far parlare di social media come strumenti utili alla contestazione anti- governativa. I fatti avvenuti in Tunisia sono invece molto più recenti e non possono non essere citati, in quanto responsabili di un effetto domino che ha messo in agitazione numerosi stati limitrofi, che condividono problematiche simili; tra questi vi è l’Egitto, che, incoraggiato dall’esito della rivolta tunisina, è stato in grado di organizzarne una a sua volta, che ha visto un utilizzo più maturo e consapevole dei social media, rispetto alle occasioni precedenti. La metodologia da me utilizzata prevede una presentazione generale, che pone l’attenzione sugli aspetti economici, politici e sociali di ogni paese, dalla quale emergono sostanzialmente le cause del malcontento della popolazione; a questa segue una rapida cronologia della rivolta, supportata dai dati riportati in maniera oggettiva direttamente dalle pagine Twitter e Facebook. Infine, grazie all’analisi complessiva degli elementi raccolti durante la ricerca, procederò esponendo le mie conclusioni.

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