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Il Senato nell'esperienza repubblicana italiana. Evoluzione e proposte di riforma.

In attesa che le tanto acclamate riforme istituzionali, le quali paiono godere del consenso generale almeno a parole, siano tradotte in realtà, è sembrato opportuno approfondire la questione, muovendo dalla constatazione che il dibattito su opportune riforme costituzionali, e in particolare il ruolo che la Camera alta deve rivestire, è sempre vivace e attuale. Infatti, il tema della riforma del Senato viene a riproporsi puntualmente nel panorama politico-culturale, quasi a configurarsi come ricorso storico, e continua tutt’oggi ad essere al centro del dibattito, costituendo sempre fonte di divergenze sia in ambito dottrinario che in sede politico-istituzionale. Da tempo ormai si dibatte sull'opportunità della riforma del bicameralismo in vigore, giungendosi ripetutamente all’invocata differenziazione dei ruoli per i due rami del Parlamento, e in specie sull’assetto da attribuire alla seconda Camera e sulla differenziazione strutturale e funzionale di quest’ultima rispetto alla Camera dei deputati. Se in passato tale argomento è stato spesso utilizzato per raggiungere nuovi equilibri politici, oggi le contingenze storiche spingono per un intervento nel merito delle riforme, relegando così in secondo piano obbiettivi di natura squisitamente politica, al precipuo intento di implementare le basi per un parlamentarismo davvero dinamico che un mondo globalizzato in continua evoluzione e accelerazione richiede; argomento quest'ultimo certamente da non trascurare dato il periodo di forte recessione economica che l'Italia, l’Europa e il resto del mondo stanno attraversando.
L’analisi di un’istituzione quale il Senato, non può certamente prescindere da un resoconto generale della lunga diatriba politico-dottrinale che portò, a partire dalla fase dell'Assemblea Costituente – e, ancor prima, nelle sue commissioni e sottocommissioni – e pur muovendo dall’alternativa tra monocameralismo e bicameralismo, all’introduzione di un bicameralismo dalle caratteristiche specifiche. Quest’ultimo, in particolare, si affermava in principio come simmetrico, vale a dire attuato dai due rami del Parlamento con funzioni sostanzialmente identiche e che, nonostante le diverse proposte di revisione costituzionale, è rimasto tale.
Tuttavia, nelle intenzioni del Costituente del 1948, residua una sottile differenza fra Senato della Repubblica e Camera dei Deputati nel senso che il primo dovrebbe costituire la sede fondamentale dell’espressione delle esigenze regionalistiche. Infatti, sul presupposto dell'introduzione delle regioni nell’edificando assetto costituzionale (ma partendo da una quasi generale ostilità nei riguardi del federalismo , considerato in quella fase storica come potenziale “pericolo” per l’unità nazionale), ci si orientò sulla composizione a “base regionale” dell’Alta Assemblea, su cui poi finirono per confluire tutte le forze politiche. Nondimeno, il Senato non ha mai esercitato effettivamente il ruolo poc'anzi illustrato, giacché l’unico nesso di collegamento tra l'ordinamento regionale e il Senato divenne l’astratto accenno del primo comma dell’articolo 57 della Costituzione sopravvissuto fino ai giorni nostri : vale a dire l’espressione «Il Senato della Repubblica è eletto a base regionale» (ma i suoi membri «rappresentano la Nazione» ex art. 67 Cost.)

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3 INTRODUZIONE La presente trattazione muove dall'interesse per lo studio del profilo giuridico costituzionale degli istituti e degli organi che qualificano il funzionamento del Parlamento nella forma di governo vigente, nella cornice delineata dai principi e dalle norme della Costituzione repubblicana del 1948, e muovendo dalla constatazione che il dibattito su opportune riforme costituzionali, e in particolare il ruolo che la Camera alta deve rivestire, è sempre vivace e attuale. Infatti, il tema della riforma del Senato viene a riproporsi puntualmente nel panorama politico-culturale, quasi a configurarsi come ricorso storico, e continua tutt’oggi ad essere al centro del dibattito, costituendo sempre fonte di divergenze sia in ambito dottrinario che in sede politico-istituzionale. Da tempo ormai si dibatte sull'opportunità della riforma del bicameralismo in vigore, giungendosi ripetutamente all’invocata differenziazione dei ruoli per i due rami del Parlamento. Se in passato tale argomento è stato spesso utilizzato per raggiungere nuovi equilibri politici, oggi le contingenze storiche spingono per un intervento nel merito delle riforme, relegando così in secondo piano obbiettivi di natura squisitamente politica. L’analisi di un’istituzione quale il Senato, di cui nel prosieguo della trattazione si sottolinea l'evoluzione durante il sessantennio di vigenza della Costituzione repubblicana, non può certamente prescindere da un resoconto generale della lunga e travagliata diatriba politico-dottrinale che portò, a partire dalla fase dell'Assemblea Costituente – e, ancor prima, nelle sue commissioni e sottocommissioni – all’introduzione di un bicameralismo dalle caratteristiche specifiche. Quest’ultimo si affermava in principio come simmetrico, vale a dire attuato dai due rami del Parlamento con funzioni sostanzialmente identiche e che, nonostante le diverse proposte di revisione costituzionale, è rimasto tale. Si è partiti, pertanto, dai principi ispiratori che hanno mosso i Costituenti a operare determinate scelte di campo nell'impostazione delle “regole del gioco parlamentare”, cercando peraltro di intendere come tali principi – durante i periodi di massima volontà riformatrice – siano stati discussi, criticati ed in

Tesi di Master

Autore: Fioravante Salmena Contatta »

Composta da 60 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.