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Libano: crisi della democrazia o democratizzazione interrotta?

Informazioni tesi

  Autore: Luca Paccusse
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli Studi Roma Tre
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Relazioni internazionali
  Relatore: Pietro Grilli di Cortona
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 174

Nello studio dei regimi politici del mondo arabo, il Libano contemporaneo rappresenta un caso particolare. Questo paese infatti ha conosciuto e conosce tuttora - almeno formalmente – un modello di democrazia consociativa e confessionale. Tale impianto socio-politico si è reso necessario fin dagli anni del mandato francese (1920-1943), dal momento che la demografia libanese è composta da una pluralità di comunità e confessioni religiose (sono 18 le comunità ufficialmente riconosciute) che resero imprescindibile un accordo di condivisione del potere (Patto Nazionale) tra le sue diverse componenti che fosse improntato appunto sul sistema confessionale. Tale schema è sopravvissuto anche a seguito della guerra civile (1975-1990) e, pur con alcune variazioni, viene mantenuto in vita attualmente. Allo stesso tempo, il caso libanese rappresenta in modo chiaro come sia possibile l’emergere di una crisi democratica in quei paesi che presentano caratteristiche di vulnerabilità per la loro struttura interna o per il contesto geopolitico in cui si trovano. Da questo punto di vista si può parlare di un altro elemento che sembra essere fondamentale per il mantenimento di una solida democrazia: la sovranità statale. Il Paese dei cedri infatti, può essere considerato come esempio di mancata conclusione del processo di democratizzazione o di crisi democratica dovute soprattutto alla sua particolare natura di Stato frammentato dal punto di vista interno, oltre che alle influenze da esso subite da parte di altri paesi. L’esigenza di spiegare l’esistenza di paesi che hanno conosciuto strutture democratiche pur presentando una cultura politica caratterizzata da aspetti sfavorevoli alla nascita e al mantenimento di una democrazia stabile, ha portato la scienza politica ad elaborare teorie riguardanti quelle realtà caratterizzate da società particolarmente segmentate. Secondo la teoria consociativa, il cui principale teorico è Arend Lijphart, il meccanismo decisionale del sistema politico non si basa sul principio di maggioranza, bensì sulla ricerca di intese e di soluzioni di compromesso. Ciò che ha caratterizzato il consociativismo libanese è stata la sua componente confessionale. In tale contesto ogni comunità è connotata religiosamente ed è da questo rapporto tra comunità e Stato, che si sono sviluppati prima gli statuti organici e poi le leggi che hanno istituzionalizzato la presenza delle comunità sul territorio libanese, legando la loro presenza e sopravvivenza alla vita stessa dello Stato. Anche per questo il processo di socializzazione politica del paese è sempre stato condizionato dal contrasto tra la comunità politica (lo Stato) e lo spirito comunitario (la nazione). Il Libano possiede una comunità politica ma non lo spirito comunitario a livello nazionale. Il Paese dei cedri infatti, è stato costruito con un sistema politico che rende evidente l’assenza di valori culturali fondamentali condivisi, sostituiti da valori politico-comunitari. Anche se il caso libanese conferma la teoria di Lijphart secondo cui senza il consenso delle élite sostenuto da meccanismi consociativi non è possibile una democrazia stabile nelle società divise, lo stesso caso conferma che le fonti della frammentazione delle élite possono arrivare anche dall’esterno. In particolare, la guerra civile libanese confermerebbe l’ipotesi secondo cui un contesto regionale turbolento può mettere a dura prova il consenso interno delle élite su cui si basa la condivisione del potere e in ultima analisi può contribuire al collasso del regime. In effetti, ai cambiamenti economici si sono aggiunte la questione dei palestinesi presenti in territorio libanese e le mire degli attori regionali (Israele e Siria). Una serie di eventi che, aggiunti alle endemiche debolezze del Libano, hanno contribuito a provocare il tragico conflitto civile (1975-1990) che ha avuto ripercussioni anche sulla tenuta dello Stato (il cui territorio ha visto le invasioni di Siria e Israele, contemporaneamente alla presenza delle milizie comunitarie e allo smembramento dell’esercito libanese).

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4 INTRODUZIONE Lo studio dei processi di democratizzazione ha sempre considerato il mondo arabo e, più in generale, il Medio Oriente come un‟area difficilmente permeabile alle spinte democratiche e a sistemi di governi che tutelino maggiormente i diritti umani o che garantiscano meccanismi di consultazione e di partecipazione effettivi. La presenza di governi autoritari, l‟influenza della religione islamica sulla società civile e il parere che essa sia incompatibile con la democrazia 1 , la mancanza stessa di una forte società civile, sono tutti elementi elencati di volta in volta come cause di questo “eccezionalismo” arabo. Karatnycky (2002, pp. 105-107) individua alcuni fattori che contribuirebbero ad alimentare il gap tra il mondo arabo e il resto dei paesi che si sono avviati sulla strada della democrazia. Innanzitutto il basso livello di sviluppo economico e spesso di istruzione che accompagna questi paesi. In secondo luogo la difficoltà di operare una distinzione effettiva tra principi islamici e politici. In terzo luogo la condizione femminile (anch‟essa legata il più delle volte alle regole islamiche). In quarto luogo la mancanza di reinvestimento, economico e sociale, delle rendite petrolifere. Infine, elementi storico-sociali cui molti di questi paesi sono legati (dalla forma di governo ai mezzi di mobilitazione popolare). Tuttavia, non è affatto detto che prima o poi non si arrivi a quella che potrebbe essere definita una quarta “ondata di democratizzazione” volendo usare la terminologia 1 Questo presupposto sembrerebbe essere stato confutato da Stepan e Robertson (2003). Mettendo a confronto i 16 stati a maggioranza musulmana che sono prevalentemente arabi con altre 29 nazioni a maggioranza islamica ve ne sono alcune tra queste (Albania, Bangladesh, Malesia, Senegal e Turchia) con un grado significativo di diritti politici democratici ragionevolmente estendibili a tutti i cittadini. Analoghe differenze tra paesi arabi e paesi a maggioranza musulmana vengono rilevate dai rapporti di Freedom House.

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Parole chiave

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