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Crescita e produttività, il caso giapponese

Informazioni tesi

  Autore: Silvia Dal Maso
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli Studi di Verona
  Facoltà: Economia
  Corso: economia del commercio internazionale
  Relatore: Thomas Bassetti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 72

Nell’elaborato abbiamo innanzitutto determinato che il Giappone sta attraversando una fase di slow-down. La tecnica utilizzata per studiare la situazione nipponica si è basata su un’analisi grafica dei dati e un confronto con la situazione statunitense. I dati sopracitati sono: i tassi di crescita dei fattori produttivi, le variazioni percentuali del contributo nella formazione della TFP dei vari settori industriali, il gap fra il Giappone e gli Stati uniti sulla produttività del lavoro e sulla TFP, i livelli della TFP per i vari settori e gli indici del valore aggiunto. I valori utilizzati provengono in maggioranza dall’EU-KLEMS, database che ha l’obiettivo di misurare la crescita economica dei paesi industrializzati.
A questo punto cerchiamo di individuare una causa a questa fase di recessione. Abbiamo fatto un’analisi dei dati relativi al Giappone su: le ore di lavoro del personale con livello di istruzione alto e medio, il numero di brevetti istituiti, il valore aggiunto giapponese a prezzi correnti e il livello di ricerca e sviluppo. Quindi abbiamo raggiunto la conclusione che la causa della crisi del paese è la diminuzione del numero di brevetti istituiti. Ad avvalorare questa tesi sono le teorie di Romer (1990) e, più in generale quelle di stampo Schumpeteriano, che prevedono il progresso tecnologico come variabile endogena. Queste teorie affermano, come vedremo più avanti, che se non ci sono innovazioni un paese non cresce. Possiamo dividere queste teorie in tre filoni principali: i modelli con innovazione orizzontale, dove le innovazioni non sostituiscono completamente le tecniche e i beni esistenti ma ad essi si affiancano, allargandone la varietà (come appunto quello di Romer, 1990); i modelli con innovazione verticale, dove l’innovazione è maggiormente in linea con l’idea di “distruzione creatrice” del primo Schumpeter (si veda Aghion e Howitt, 1992); i modelli di catching‐up a la Nelson e Phelps (1996) dove un paese follower almeno in parte imita l’innovazione tecnologica di un paese leader.

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- 1 - CAPITOLO 1. INTRODUZIONE La risposta alla domanda: “Cosa fa crescere l’economia di un paese?” è stata cercata da moltissimi studiosi, economisti e non, nel corso dei secoli. Dare una risposta univoca per tutti i paesi è pressoché impossibile in quanto, ovviamente, ogni paese è diverso, ha le sue peculiarità, i suoi punti di forza, le sue debolezze e la propria cultura. Inoltre la situazione di un paese singolo può essere indotta da varie cause, che non necessariamente sono contrastanti fra loro. Legata alla domanda sul cosa fa crescere l’economia, c’è la questione di “cosa fa arrestare la crescita economica di un paese?”. Anche in questo ca- so bisogna analizzare la situazione caso per caso. Nel presente elaborato cerchiamo di determinare cosa causa, appunto, la stagnazione di un sistema economico. Il paese che analizziamo è il Giap- pone. L’andamento dell’economia giapponese è un’interessante elemento di studio in quanto, dopo una sorprendente fase di crescita nel dopoguerra, du- rata circa cinquant’anni, a partire dalla metà degli anni Novanta, il Giappone si è trovato a fronteggiare una fase di crisi economica assai lunga. Cerchiamo di determinare, quindi, i fatti e le motivazioni che hanno portato a questa nuova situazione. Il boom economico che ha visto diventare il Giappone la seconda eco- nomia mondiale fino al primo trimestre di quest’anno è iniziato nel secondo dopoguerra. Le caratteristiche interne del paese, cioè scarsità di risorse, poco terreno coltivabile e ristrettezze di capitale, hanno spinto a puntare sulle e- sportazioni, con manodopera a basso costo ed indebitamento. Il boom eco- nomico giapponese ha coinvolto anche i paesi vicini, che sono stati definiti le Tigri Asiatiche.

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