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Carry Trade, politica monetaria e dinamiche speculative

Negli ultimi anni, una particolare strategia di investimento denominata “Carry Trade” ha attirato l’attenzione della letteratura economica (K. Kisgergely 2010; S. Rebelo et al. 2008; G. Galati et al. 2007; Brunnermeier et al. 2009; etc). Si tratta di un fenomeno associato all’apprezzamento e alla volatilità delle valute mondiali e alla sempre maggiore correlazione tra di esse, ma che può essere fonte di crisi e di recessioni.
Con l’espressione Carry Trade si definisce, più esattamente, una pratica speculativa che consiste nel prendere a prestito capitali in una valuta in cui i tassi di interesse sono bassi (denominata valuta di finanziamento), per poi investirli in strumenti finanziari dei paesi in cui i tassi di interesse sono più elevati (chiamata valuta di investimento o valuta target). L’obiettivo è quello di coprire il debito contratto con il prestito e, naturalmente, di conseguire un profitto. Il profitto si determina dalla differenza tra il rendimento dell’investimento e il costo del finanziamento. Di conseguenza, affinché l’operazione sia remunerativa, le valute scelte devono godere di un tasso di cambio stabile nel tempo. Dunque, la redditività del carry trade dipende da due fattori principali: il differenziale di tasso di interesse tra le due valute che è noto ex-ante e il rischio di cambio che, invece, non può essere conosciuto in anticipo. Il rapporto tra queste due variabili è noto come carry to risk; più tale rapporto è elevato, tanto maggiore è l’incentivo degli investitori a perseguire strategie di carry trading.
Esistono diversi modi per attuare una strategia di carry trade e, tradizionalmente, vengono implementate dalle grandi istituzioni finanziarie, come gli hedge funds e i Commodity Trading Advisor (CTA); ma recentemente, è cresciuta anche la presenza di investitori retail. Ad oggi, la quota maggiore di investimenti ha avuto ad oggetto capitali presi in prestito in Giappone e indirizzati in paesi come la Nuova Zelanda, l’Australia e il Regno Unito, data la relativa stabilità di tali valute. Ciò si è verificato per via della politica monetaria particolarmente espansiva attuata dalla Banca Centrale giapponese a partire dal 1999 che, riducendo al minimo i tassi di interesse e aumentando la massa monetaria in circolazione, ha determinato il deprezzamento dello yen.
In linea generale, prima delle tensioni provocate dalla crisi dei mutui subprime, le operazioni di carry trade sono state rese possibili da una serie di condizioni, quali: la bassa volatilità, che riduceva il rischio di oscillazioni sfavorevoli nei tassi di cambio; l’avversione al rischio storicamente bassa; ed elevati differenziali di tasso di interesse tra tutte le valute mondiali.
Tuttavia, in seguito alla recessione statunitense agli inizi del 2008, il differenziale di tasso tra dollaro e yen è andato restringendosi e, dopo il crollo di Lehman Brothers, i tassi di interesse sono scesi bruscamente in tutto il mondo, contemporaneamente lo yen si apprezzava. Di conseguenza, le valute più utilizzate non sono state più il dollaro americano (come valuta target) e lo yen giapponese (come valuta di finanziamento, assieme al franco svizzero), ma hanno preso il loro posto l’euro e il dollaro come valute di finanziamento e come valute di investimento, il dollaro australiano, il real brasiliano, il peso messicano, il rand sudafricano, il won sudcoreano.
L’attività di carry trade può determinare un ulteriore profitto derivante dall’apprezzamento della valuta ad alto rendimento. Tale fenomeno rende ulteriormente redditizia l’attività di carry trade, ma costituisce una violazione della condizione di Parità scoperta dei tassi di interesse (UIP – Uncovered Interest rate Parity; Kisgergely 2010; Brunnermeier et al. 2008; Burnside et al. 2007). Il Carry Trade deriva proprio da questo fallimento della UIP, di cui gli investitori sono naturalmente a conoscenza. Questo fenomeno è ormai comunemente noto in letteratura come Carry trade puzzle o Forward premium puzzle. Le motivazioni che possono essere attribuite al verificarsi del fenomeno del Carry Trade puzzle sono molteplici: il disaster risk, la volatilità, i vincoli di liquidità, le aspettative distorte, le bolle speculative, ecc.
Ma la domanda che ci si pone, a tal proposito, è se il CT può avere effetti stabilizzanti o destabilizzanti per l’economia.........

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3 INTRODUZIONE L’ultima crisi finanziaria ha rive lato che le imperfezioni finanziarie e le istituzioni giocano un ruolo più importante di quello che viene attribuito in letteratura da lungo tempo, ed è ragionevole ritenere che negli anni a venire la ricerca macroeconomica sarà dominata dallo studio delle relazioni tra frizioni finanziarie, sistemi finanziari e fluttuazioni aggregate. 1 Per quanto riguarda le cause della crisi, l’opinione generale (Brunnermeier 2009; Rajan 2010; Blanchard et al. 2010; Allen e Carletti 2010) attribuisce le maggiori responsabilità alla politica monetaria troppo accomodante negli Stati Uniti, in Cina e in altri paesi, che hanno eccessivamente favorito il risparmio a livello globale, creando le condizioni ottimali per la nascita di bolle nei mercati degli immobili e di altre attività. Sicuramente hanno contribuito alla crescita delle asset price bubbles, l’incremento dei prodotti cartolarizzati, la mancanza di un’adeguata regolamentazione, pochi incentivi e credito economico ed eccessivo; inoltre, il processo di innovazione finanziaria - comprensivo di un settore bancario senza regolamentazione - ha incrementato la possibilit{ di “panico” nei mercati finanziari (Gorton 2008, 2010). 1 L.F. Céspedes, R. Chang, D. Saravia, 2010, “Monetary policy under financial turbulence: an overview”, Working Paper No. 594.

Laurea liv.II (specialistica)

Facoltà: Economia

Autore: Sabrina Galluccio Contatta »

Composta da 137 pagine.

 

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