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Storia del corsivo giornalistico. Da Fortebraccio a oggi

Informazioni tesi

  Autore: Samuele Mazzanti
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2011-12
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Lettere
  Relatore: Angelo Varni
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 61

Il "corsivo giornalistico" è un genere che riscuote ormai da anni grande successo ma ciò nonostante nessuno studioso ne ha ancora tracciato un profilo storico e, ad oggi, non esiste ancora una definizione accettata universalmente. Quelle esistenti sono discordanti e comunque insoddisfacenti. La vulgata vuole che il corsivo sia sostanzialmente "un editoriale in miniatura", ma questo è quanto di più lontano ci sia dal vero. Questa tesi mira a dimostrarlo, analizzando l'opera di cinque (quelli considerati imprescindibili) dei corsivisti più celebri in Italia: Mario Melloni alias "Fortebraccio" che scriveva sull'Unità degli anni Settanta, Indro Montanelli che firmava i "Controcorrente" sul suo Giornale, e tre autori tuttora in attività, Michele Serra ("Che tempo fa" sull'Unità e "L'amaca" su Repubblica), Massimo Gramellini ("Buongiorno" sulla Stampa), Sebastiano Messina ("Bonsai" su Repubblica) e Riccardo Barenghi ("Jena" sulla Stampa).

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7 INTRODUZIONE 3 febbraio 2005: sulla prima pagina della Stampa appare un annuncio che assomiglia ad uno slogan pubblicitario: “E alla Stampa arriva la Jena. Un velenoso corsivo quotidiano”. Il lettore volta la pagina e in terza trova poche righe – attorniate da uno spazio bianco, come si trattasse di una poesia – firmate Jena, nom de plume di Riccardo Barenghi. Da allora in poi, quel posto gli sarà riservato ogni giorno. Uno degli aspetti più evidenti del corsivo è proprio la reiterazione quotidiana, la forte fidelizzazione che opera sul lettore, dovuta al fatto di essere una rubrica, quasi un rito nel rito: “Nella lettura del giornale, quella che per Hegel è la preghiera quotidiana dell’uomo moderno, che cos’è il corsivo? Forse è quell’amen finale che ricapitola tutto il resto” 1 . Il successo di pubblico è attestato non soltanto dalle lettere di coloro che scrivono ai rispettivi giornali dichiarandosi estimatori delle rubriche di Michele Serra, piuttosto che Massimo Gramellini, Sebastiano Messina, Andrea Marcenaro… ma soprattutto dalle antologie di corsivi spesso giunte tra i best-sellers (evento raro per le raccolte di articoli). Basti pensare ai sedici libri pubblicati da Editori Riuniti dal 1970 al 1985 con il “meglio” di Fortebraccio anno per anno, oppure, più di recente, “Il presidente bonsai” di Messina pubblicato da Rizzoli o “Tutti i santi i giorni” di Serra pubblicato da Feltrinelli, arrivato alla quarta ristampa e finito perfino sugli scaffali degli Autogrill. E questo solo per citare i casi più eclatanti. “Oggi i giornali sono pieni di corsivi. Su tutte le prime pagine è ormai di prammatica quella finestrella in basso che ospita gli epigoni di un genere che proprio l’Unità aveva lanciato con Fortebraccio” 2 . Il fenomeno è tanto diffuso che Stefano Gensini, studioso di comunicazione, parla di “inflazione del genere” 3 . Ciononostante, non esiste ancora oggi uno studio sistematico sul corsivo. Dall’urgenza di colmare almeno parzialmente tale mancanza, tracciandone un profilo storico documentato, individuandone i tratti di continuità, oltre che spiegandone il successo, nasce questa tesi. Si rileva, intorno al corsivo, una sorprendente insufficienza descrittiva dovuta probabilmente alle sue intrinseche ambiguità. Lo dimostra la discordanza tra i nomi di corsivisti citati a titolo di esempio dai vari manuali di giornalismo. Alcuni di essi risalgono perfino a Gramsci o a Togliatti, altri a De Benedetti, l’unico che tutti riportano è Fortebraccio. Eppure tra quelli e questo c’è un abisso. Gli aggettivi utilizzati nel tentativo (più intuitivo che empirico) di caratterizzarlo, ricorrono: articolo di opinione “ironico”, “polemico”, “graffiante”, “tagliente”, etc. Il ché è riduttivo poiché anche un editoriale può essere polemico e graffiante, senza per questo diventare un corsivo. L’errore più diffuso consiste proprio nel ridurre il corsivo a “editoriale in miniatura”. Ciò non rende giustizia a un genere giornalistico che ha invece una sua identità precipua e, oramai, una tradizione di prestigio. Come scrive Nello Ajello, rimarcandone la differenza, il corsivo “somiglia a un articolo di fondo come una lucertola a un coccodrillo: o è agile o non 1 G. Matteoli, A colpi di penna, in E. Macaluso, Un corsivo al giorno, Edizioni Riformiste, Roma 2004, p. 13 2 A. Polito, La politica in corsivo, in ivi, p. 10 3 S. Gensini, Fare comunicazione, Carocci, Roma 2006, p.126

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