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''Slow Travels'' - La riscoperta della lentezza e dei luoghi nei testi di Bouvier, Heat-Moon e Rumiz

L’obiettivo di questa tesi, articolata in cinque capitoli, è quello di mostrare come la dimensione del viaggio sia stata, e possa tutt’oggi continuare a essere, una forma imprescindibile di esperienza, uno strumento irrinunciabile per la conoscenza del mondo, dell’altro e del sé, anche all’interno di una realtà in cui, per diversi motivi, lo spostamento nello spazio si è ormai ridotto a essere un mero transito tra un punto di partenza iniziale e una destinazione da raggiungere nel più breve tempo possibile.
A tal proposito, la prospettiva adottata è quella di un’analisi critica incentrata sul ‘travel writing’ contemporaneo, un genere letterario che si pone «da qualche parte tra il documento e la narrativa», attraverso il quale un certo numero di scrittori della seconda metà del Novecento ha provato a ‘ridare voce’ ai luoghi, spostando il tradizionale approccio documentario sul piano della re-invenzione narrativa. In particolar modo, sono state prese in considerazione le vicende bio/bibliografiche di tre diversi autori, appartenenti a realtà spaziali, temporali e linguistiche differenti, in grado di fornire un esempio soddisfacente circa i diversi approcci possibili alla dimensione del viaggio e del suo racconto, nonché di aprire uno spiraglio sulle potenzialità future di questa tipologia di esperienza e di scrittura.

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5 INTRODUZIONE «Viaggiatore, non esiste un sentiero, la strada la fai tu andando» (ANTONIO MACHADO, Caminante) C’è una scena in Easy Rider (1969), il film di Denis Hopper divenuto manifesto della voglia di libertà espressa da un’intera generazione, che resta a suo modo indelebile e può essere pertanto assunta quale simbolo di una ben determinata idea del viaggio: si tratta del momento in cui Wyatt (il protagonista della vicenda interpretato da Peter Fonda), poco prima di partire, lascia cadere il suo orologio sulla sabbia. Spogliandosi del tempo che scorre inesorabile, identificato dunque come la prima delle costrizioni da cui dover liberare la propria esistenza, egli entra all’interno di una dimensione vissuta secondo nuove regole: quella del viaggiatore, del nomade, del ribelle, di colui che veramente decide di compiere quel gesto «folle e sconsiderato» rappresentato dalla partenza. Certo, fin dall’inizio di questo viaggio esiste una meta da raggiungere, ma l’impressione è che essa non abbia in realtà alcuna importanza, che sia solo un pretesto per poter intraprendere quella «particolarissima poetica che è il canto della strada», un’avventura che non smette di affascinare «anche ora che si preferisce viaggiare anestetizzati dal ronzio dell’aereo, anche ora che lo spostamento sembra solo un intralcio tra una meta e un’altra» 1 . Il fascino di questa pellicola sta, in fondo, proprio qui: nel tempo rappresentato «non più come una retta, ma come gli infiniti punti che costituiscono una retta»; nel fatto che ciò che importa davvero è solamente «quell’aprirsi dell’andatura del mezzo di trasporto alle occasioni che si presentano»; nel proposito di non retrocedere di fronte alle infinite possibilità del reale e alla straordinarietà degli incontri, emblemi del desiderio di far parte della strada, quasi di «confondersi con essa», invece di farsi trascinare dalla voglia prorompente e tipicamente post-moderna di cancellare il percorso sotto i colpi della velocità. 1 G. DE PASCALE, Slow travel. Alla ricerca del lusso di perdere tempo, Milano, Ponte Alle Grazie 2008, pp. 26-27.

Laurea liv.II (specialistica)

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Alessandro Zanelli Contatta »

Composta da 179 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 709 click dal 23/04/2012.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.