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Lo scambio elettorale politico-mafioso

Lo scopo di questo elaborato è sia analizzare gli aspetti giuridici del controverso istituto del reato di scambio elettorale politico-mafioso, sia verificare la configurabilità di quest’ultimo come concorso esterno in associazione mafiosa, avvalendosi delle più importanti pronunce giurisprudenziali – in particolar modo delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione – e tesi dottrinali.
L’analisi dettagliata della norma desunta dall’art. 416 ter c.p., dagli aspetti giuridici al raffronto con i corrispondenti reati in materia elettorale, e delle più importanti pronunce giurisprudenziali sul reato di scambio elettorale politico-mafioso, hanno evidenziato non solo l’assoluta inefficacia della disposizione in oggetto nell’ordinamento giuridico, ma altresì un’insoluta diatriba dottrinale in merito alla configurabilità dello scambio voti/denaro come concorso esterno in associazione mafiosa.
In ordine a tale questione, però, l’intervento delle Sezione Unite, nel 2005, con la sentenza Mannino, ha cercato non solo di fornire parametri plausibili sui quali fondare la configurabilità come concorso esterno del reato ex art. 416 ter c.p., ma altresì di motivare la controversa decisione del legislatore del ’92 di punire unicamente lo scambio denaro/voti.
La sentenza, infatti, da una parte ha richiesto, per la configurabilità dello scambio elettorale come concorso esterno, l’impegno del candidato ad attivarsi, una volta eletto, a favore del sodalizio, pur essendo privo dell’affectio societatis, purché sussistano due condizioni: in primis, che gli impegni assunti dal politico posseggano le caratteristiche di serietà e concretezza e, in secondo luogo, che questi ultimi abbiano inciso significativamente sulla conservazione o sul rafforzamento delle capacità operative dell’intero sodalizio criminale o di sue articolazioni settoriali.
Alcuni autori, tuttavia, obiettano giustamente che nel caso in cui l’accordo non avesse tale efficacia causale non potrebbe operare il combinato disposto degli artt. 110 e 416 bis c.p.: in assenza di una norma ad hoc come l’art. 416 ter c.p., tale condotta non causalmente orientata al rafforzamento dell’associazione mafiosa non potrebbe, pertanto, essere punita

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1 INTRODUZIONE Lo scopo di questo elaborato è sia analizzare gli aspetti giuridici del controverso istituto del reato di scambio elettorale politico-mafioso, sia verificare la configurabilità di quest’ultimo come concorso esterno in associazione mafiosa, avvalendosi delle più importanti pronunce giurisprudenziali – in particolar modo delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione – e tesi dottrinali. Il primo capitolo si apre con l’analisi dell’art. 416 ter c.p., dall’introduzione ad opera della L. n. 356 del 1992, frutto di travagliati e affrettati lavori parlamentari volti alla modifica della precedente normativa antimafia, agli aspetti soggettivi e oggettivi dell’istituto, da cui si evince come le parti dell’accordo illecito siano, da un lato, un politico candidato ad una competizione elettorale e, dall’altro, un’organizzazione criminale di stampo mafioso. L’esame della norma continua con l’individuazione del bene giuridico costituzionalmente tutelato leso dal connubio mafia-politica, che vede la dottrina dividersi in molteplici orientamenti contrastanti, tra cui spiccano i sostenitori dell’ordine pubblico, da un lato e del libero esercizio del diritto del voto, dall’altro; proprio quest’ultimo risulta certamente preferibile, considerato il combinato disposto degli artt. 1 e 48 Cost. e dei reati elettorali, e la giurisprudenza ritiene il requisito della forza intimidatrice dell’associazione mafiosa la vera minaccia a tale diritto costituzionalmente tutelato. Uno dei principali nodi problematici affrontati sia dalla dottrina che dalla giurisprudenza, tuttavia, riguarda la necessarietà o meno che l’organizzazione mafiosa si avvalga effettivamente di tale requisito, mediante l’utilizzo del «metodo mafioso», al fine di coartare la volontà degli elettori o, al contrario, sia sufficiente che essa si proponga di utilizzarla, sebbene poi non se ne serva realmente; questa seconda tesi, divenuta preponderante, considera sufficiente, per la sussistenza del reato ex art. 416 ter c.p., che l’indicazione di voto sia percepita all’esterno come proveniente dalla consorteria mafiosa – a causa dell’effettiva capacità intimidatrice conseguita da questa nell’ambiente in cui opera – senza la necessità che i singoli associati si avvalgano, ogni volta, di atti di sopraffazione o minaccia. Lo studio degli aspetti giuridici della norma in oggetto si conclude, da una parte, con la diatriba giurisprudenziale in merito al tema del momento consumativo del reato e,

Laurea liv.II (specialistica)

Facoltà: Giurisprudenza

Autore: Marco Coscia Contatta »

Composta da 132 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.