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Roland Barthes: pluralità di soggetti, singolarità di vita

Informazioni tesi

  Autore: Fabio Libasci
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2008-09
  Università: Università degli Studi di Palermo
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Lingue e culture moderne
  Relatore: Laura Restuccia
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 70

Roland Barthes Par Roland Barthes è un testo di difficile collocazione. Partendo da questo presupposto e dal fatto che questo testo sfida continuamente la definizione di testo letterario e soprattutto di autobiografia, ho cominciato ad interpretarlo semplicemente come testo, cercando all’interno di esso spie e segni per poterne dare una possibile interpretazione. Il testo è costituito da frammenti più o meno lunghi e molto spesso indipendenti, sorta di mini-saggi, esercizi di scrittura, haiku che girano intorno a un centro impossibile: la possibile autobiografia di un un’saggista, Roland Barthes, ovvero lui stesso.
Ho cercato di raggruppare i frammenti per tema cercando di trovare alcuni punti sui quali si concentra l’attenzione di Barthes.
Il testo, definibile soltanto così, è uno degli esempi più originali di quella scrittura ibrida che avanza incerta e per frammenti cosi bene definita da Balnchot.

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Introduzione Introdurre un testo poco esplorato, come Roland Barthes par Roland Barthes, e, soprattutto, portare avanti un discorso su di esso, è cosa abbastanza difficile perché esso non ha avuto una fortuna critica tale da infondermi, ora, sicurezza nella scrittura inducendomi a sviluppare la mia analisi quasi ‘sottovoce’, tra virgolette. Spesso tralasciato a favore di altri testi dello stesso autore largamente ‘saccheggiati’, è questo un testo dal fondo infinito, in cui diversi sono gli spunti di riflessione e gli argomenti poi divenuti di moda, introdotti con parole qui usate per la prima volta e poi divenute di uso comune. Il testo è stato tralasciato dalla critica per diversi motivi: in primo luogo perché fino a metà degli anni Ottanta del Novecento, non si prestava particolare attenzione all’autobiografia, genere considerato dalla critica come un genere ‘basso’ rispetto al romanzo, e, in secondo luogo e in modo particolare, perché l’opera che mi accingo ad esaminare, può essere iscritta in quel particolare tipo di autobiografia che potremmo definire, al momento, come atipica. La critica, in quegli anni si interessava, al contrario ad altri testi di Roland Barthes quelli, cioè, semiologici, critici o strutturalisti; tant’è che, a conferma di questa tesi, anche in Italia il testo venne pubblicato solo nel 1980, all’indomani, cioè, della sua morte e, al momento della sua pubblicazione, l’editore si guardò bene dal definirlo un’autobiografia. Sfogliando l’opera, fin dalle prime pagine, ci rendiamo conto della sua forma un po’ atipica. L’opera si apre con le immagini ingiallite delle foto dei nonni o di lui ragazzino, a cui segue sempre un breve commento, un frammento; e questa è anche la forma che l’autore utilizzerà per l’intera redazione dell’opera. Il testo procede per commenti frammentari di poche righe: ogni frammento introduce un argomento, e ogni argomento è una possibile introduzione di uno scritto futuro. Apparentemente, un testo per frammenti, come questo, si presenta sempre poco unitario, come se quei frammenti richiedano e vogliano un’indipendenza. Eppure, dai frammenti che ritornano insistentemente si può intravedere, se non un’unità, quantomeno dei cardini attorno ai quali l’opera si snoda e porta avanti un suo “discorso”. Appare subito evidente quasi un’ossessione sulla doxa e sul suo contrario, il paradosso, attorno ai quali Barthes riflette da diverse angolature: sul loro potere, su come essi si presentano nella società e nella cultura e, ancora, come incidono sulla società e su di noi. È altresì evidente una riflessione sulla pluralità del senso della letteratura, del sesso e della sessualità; termini abusati oggi e politicamente rilevanti allora, così come pluralità e differenza sono termini esaminati da Barthes da una posizione allora intellettualmente solitaria e oggi, al 3

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