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Tassazione duale e regionale del reddito d'impresa (Irap e Dit)

L’Italia fino all’approvazione della riforma Visco aveva una delle aliquote sui profitti delle imprese più alte in Europa e si era mossa fino ad allora in controtendenza rispetto agli altri Paesi. Nel 1997 l’aliquota legale in Italia superava di ben 17 punti percentuali quella media degli altri Paesi una distanza che rendeva certamente conveniente l’adozione di politiche elusive volte a spostare base imponibile verso altri Paesi, ed incentivavano l’elusione e l’evasione avendo dunque effetti negativi sull’attività di investimento e soprattutto sulla scelta di localizzazione da parte delle grandi imprese multinazionali.
La riforma Visco altera radicalmente il quadro di riferimento. Una compiuta valutazione della riforma è però resa difficile dalle modalità di attuazione della stessa: un processo articolato su fasi successive, con il ricorso a numerosi interventi correttivi. L’introduzione dell’imposta regionale sulle attività produttive (Irap) e della Dual Income Tax (Dit), assicurano una neutralità al nostro sistema fiscale in precedenza sconosciuta, tassando in maniera eguale il capitale proprio e quello di debito, per mezzo dell’Irap, e garantendo un trattamento fiscale agevolato agli utili prodotti da una parte del capitale proprio attraverso la Dit.
Il presente lavoro si articola in quattro capitoli ed è diretto essenzialmente all’analisi degli effetti fiscali del sistema duale e regionale sulla struttura finanziaria, patrimoniale e reddituale delle imprese. Saranno presentati gli obiettivi della riforma stessa e le ragioni della sua introduzione nell’economia italiana: IRAP e DIT, diverse tra loro nei presupposti, hanno finalità ed obiettivi, se non simili, almeno complementari e sinergici. Gli obiettivi della riforma IRAP- DIT erano stati individuati in sostituire il finanziamento del sistema sanitario secondo il metodo contributivo con un sistema a carattere generale; dotare le regioni di un tributo proprio, non solo per finanziare le spese sanitarie; razionalizzare e semplificare il prelievo sulle imprese e sul lavoro mantenendo invariata la pressione fiscale; ridurre la discriminazione tra le fonti di finanziamento delle imprese: la diminuzione dell’aliquota sui profitti, sia l’inclusione degli interessi passivi nella base imponibile dovrebbero favorire il capitale di rischio e l’autofinanziamento rispetto all’indebitamento, è segnalato un importante fine generale della riforma che è quello di raggiungere un maggior ricorso al capitale di rischio portando le imprese a patrimonializzarsi, con un incentivo alla quotazione in borsa che potrebbe contribuire alla crescita del mercato azionario nazionale.
Per quanto riguarda, in particolare, il prelievo sui redditi, il modello di tassazione verso cui ci si è orientati è, fondamentalmente, un modello duale che si discosta però dal modello nordico per una tassazione più onerosa per gli extra-profitti. Si è introdotta una misura agevolativa permanente in relazione al reinvestimento degli utili sotto forma di capitalizzazione. In questo senso, quindi, non si prende come punto di riferimento un incremento rispetto alla media degli investimenti degli anni precedenti, ma proprio la destinazione al capitale degli utili prodotti; l’effetto ultimo che ne deriva è la progressiva riduzione dell’imposizione sui profitti percepiti nello svolgimento dell’attività di impresa, con riflessi evidenti in termini di rafforzamento della struttura produttiva delle imprese, maggiore solidità e competitività anche nello scenario internazionale, in definitiva utilizzo della leva fiscale per l’accelerazione della ripresa economica.
La realizzazione degli effetti delineati dipende dall’incisività e dall’estensione prestata al descritto meccanismo di imposizione agevolata, nel senso che la rapidità e la misura dei risultati positivi che è in grado di produrre dipendono direttamente dall’ambito applicativo riservato dall’ordinamento. Attualmente le aliquote legali dipendono fortemente da quanto le imprese riescono ad usufruire della disciplina duale, passando da un 41,25% per coloro che non utilizzano la DIT ad un ipotetico 31,25%, per il caso in cui la DIT operi già a regime.
La riforma Visco ha senz’altro avuto il merito di ridurre la forbice tra l’aliquota marginale nell’ipotesi di finanziamento con debito e con capitale proprio, sia per l’abolizione dell’Ilor e dell’imposta patrimoniale, entrambe sostituite con l’Irap, a partire dal 1998, sia per l’operare della Dit, i cui effetti iniziano a manifestarsi già nel 1997 e sono potenziati, a partire dal 2000, con l’introduzione della Super-Dit.

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1 Tassazione duale e regionale del Reddito d’impresa (Irap e Dit) Introduzione: le ragioni della riforma La presente trattazione analizza la tassazione del reddito di impresa in Italia, in seguito all’introduzione della riforma Visco entrata in vigore nel gennaio 1998. Dal 1980 ad oggi, molti Paesi occidentali hanno attuato delle riforme fiscali finalizzate alla riduzione delle aliquote e all’ampliamento della base imponibile; così facendo, hanno posto un argine ai fenomeni evasivi ed elusivi. Negli stessi anni in Italia si è proceduto verso la strada opposta a quella attuata dagli altri Paesi occidentali; si è preferito aumentare, in maniera anche forte, le aliquote da applicare a basi imponibili contenute, garantendo un risparmio di imposta all’indebitamento eccessivamente alto e penalizzando oltre misura il capitale proprio. Tale penalizzazione è stata aggravata nel 1992 con l’introduzione della tassa sul patrimonio delle imprese. Nel 1997 l’aliquota sui profitti delle imprese fissata dalla legge in Italia era la più alta d’Europa dopo quella della Germania. Il nostro 53,2% si confrontava con una media del 37%. Tali interventi hanno comportato degli effetti certamente poco desiderabili; quali la fragilità finanziaria

Tesi di Laurea

Facoltà: Economia

Autore: Sebastiano Inferrera Contatta »

Composta da 161 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.